A Mosca da Marina

Marina mi aspetta nella Piazza Rossa, davanti alla coloratissima Cattedrale di San Basilio. Sta calando il sole e il centro storico di Mosca si illumina di mille lucine: sembra Natale.
La vedo che scruta la gente, non è affatto discreta, sembra voler cogliere qualche particolare che le faccia scattare una scintilla, qualcosa di cui valga la pena scrivere.

“Prima volta a Mosca?” me lo chiede con orgoglio, fiera della sua città.
“Sì, non ci ero mai stata prima.”
“È bellissima, ti rimarrà nel cuore e sono sicura che a un certo punto della tua vita ne sentirai la mancanza.”

“Lei ne ha mai avuto nostalgia?”
“Tutta la vita. Per carità, è stato bello vedere l’Europa, ho amato Parigi, Praga, l’Italia… Ma Mosca… A Mosca è il mio cuore!”

“Ha sempre voluto fare la scrittrice?”
“A casa mia si è sempre respirata un’aria intellettuale. Mia madre, in particolar modo, ci teneva che diventassimo musiciste. A dirla tutta, è stata proprio la sua personalità ribelle e curiosa a ispirarmi a diventare una poetessa.”

“Perché scrive?”
“Scrivo perché non posso non scrivere. A una domanda sullo scopo, una risposta sulla causa.”

“E cosa la ispira a farlo, nel quotidiano?”
“Le mie poesie nascono dalla ricerca di verità, dalla contemplazione degli altri. Ho bisogno delle parole altrui, di parole che mi incantino, da cui possa nascere poesia. Mi piace inondare la gente ed essere inondata, anche se spesso rischio di essere troppo travolgente, come un tornado, e per questo le persone si ritraggano da me, quasi stordite.”

“Non solo poesie, ma anche prosa. Tra le sue tante opere forse è ‘Indizi terrestri’ quella che mi ha colpito di più. Cosa l’ha portata a scrivere un libro così violentemente crudo?”
“Quando ho lasciato la Russia negli anni Venti, mi sono portata dietro solo i miei figli e i miei quaderni, dove avevo appuntato i ricordi terribili degli anni della Rivoluzione. Tuttavia, come prevedibile, il mio editore avrebbe volentieri stravolto il libro perché per lui troppo ‘politico’. Ma quale politica? Nel libro non c’è politica, ma solo la cocente verità. C’è quello che ho visto, sentito, vissuto. C’è il freddo che ho sentito, la fame che ho sofferto, la figlia che ho perso.”

“Nel 1922 ha lasciato la Russia e vi ha fatto ritorno solo 17 anni dopo. L’ha trovata diversa da come l’aveva lasciata?”
“È successo di tutto nel frattempo: sono tornata e ho scoperto che mio marito Sergej era stato giustiziato, perché implicato in un assassinio politico e che mia figlia, Ariadna, era stata deportata in un gulag. Io ero emigrata dall’altra parte d’Europa, ero vista come una traditrice del partito, della Russia. Tra l’altro, prima di emigrare, non avevo esitato a difendere gli ideali dell’Armata Bianca, di cui faceva parte mio marito, esponendomi anche pubblicamente con le mie poesie… Sicuramente non ero gradita al regime! Sono comunque riuscita a procurarmi qualche lavoretto, soprattutto come traduttrice, visto che avevo imparato molte lingue, ma non bastavano a trovarci un posto stabile in cui vivere e a comprare il mangiare di cui avevamo bisogno io e mio figlio Mur. Sono stata anche allontanata da Mosca, la mia Mosca…”

Ha le lacrime agli occhi, guarda la Piazza Rossa come si guarda una vecchia amica che ti ha tradito: nonostante la coltellata, continuerai a volerle bene.

-.-.-.

Marina Ivanovna Cvetaeva è nata a Mosca nel 1892 ed è stata una delle voci più originali della poesia del XX secolo e l’esponente di maggior spicco del movimento simbolista russo. Si è suicidata nel 1941, in uno stato di estrema povertà e isolamento dalla comunità letteraria.

Articolo di Emma de Pasquale

1ZjisCuMEmma de Pasquale è nata a Roma nel 1997 ed è attualmente laureanda in Lettere Moderne all’Università La Sapienza di Roma. Ha interesse per il giornalismo e l’editoria, soprattutto se volti a mettere in evidenza le criticità dei nostri tempi in un’ottica di genere.

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