Inge Morath in mostra al Palazzo Ducale di Genova

Il Palazzo Ducale di Genova ospita fino al 22 settembre la mostra Inge Morath, her life, her photography: si tratta del primo tributo italiano alla prima donna fotografa entrata a far parte dell’agenzia Magnum.
Austriaca di nascita e statunitense di adozione, Inge (1923-2002) è stata amica di fotografi come Robert Capa e David Seymour (fondatori dell’agenzia Magnum) e soprattutto è stata assistente e alunna di Henri Cartier-Bresson.

La mostra si apre con una raccolta di immagini di autori vari che la ritraggono durante i suoi numerosi viaggi. Il viaggio era per Inge qualcosa di fondamentale: la scoperta di culture nuove la porta a studiare approfonditamente la lingua di qualsiasi posto in cui si recasse. «Non appena vede una valigia, Inge comincia a prepararla», diceva il marito Arthur Miller.
Anche la fotografia era imprescindibile da sé. Eppure ha sempre preferito definirsi più viaggiatrice che fotografa, perché ama così tanto la sua arte da non volerla ridurre a “mestiere”.
«Photography is essentially a personal matter, a search for a inner truth». «I my heart I like to remain an amateur, in the sense of being in love of what I’m doing, forever atonished again at the endless possibilities of seeing and using the camera as a recording tool».
La seconda stanza della mostra raccoglie alcune foto realizzate in Spagna, tra la gente povera, durante la dittatura. Sono immagini pubblicate nel 1955 nel libro illustrato Guerre à la tristesse di Robert Delpire. Tra queste si trova un ritratto di Doña Mercedes Formica (foto 1), militante per i diritti delle donne spagnole sotto Francisco Franco.

FOTO 1.inge-morath-from-a-photographic-cosmos-02
1.

Nella stessa stanza sono conservati gli scatti realizzati a Venezia per conto della Magnum, sempre nel 1955, pubblicati nel volume Venice Observed di Mary McCarthy. Questa sezione costituisce forse la parte più bella della mostra. Di Venezia, Inge ritrae i quartieri popolari e meno frequentati, come i campielli del sestiere di Castello (foto 2). La vita quotidiana delle persone semplici costituisce proprio il fulcro dell’interesse della Magnum per i reportage. La foto dei piccioni che “invadono” piazza San Marco ricorda vari scatti veneziani di Gianni Berengo Gardin.

Foto 2.jpg
2.

La terza stanza è dedicata alla capitale della fotografia del Novecento, Parigi. È qui che l’autrice incontra i suoi maestri e colleghi. In quanto più giovane e ultima arrivata nella Magnum (Bresson era già un nome affermato e Capa aveva già pubblicato i reportage di guerra realizzati in Spagna, in Normandia e in Sicilia), l’agenzia le affida servizi su temi minori, come sfilate di moda, aste di opere d’arte e feste locali, quindi nel suo lavoro fotografico manca la maestosità della Ville Lumière.
La stessa sala ospita il reportage mediorientale realizzato nel 1956 per la rivista Holiday, intitolato De la Pèrse à l’Iran (foto 3), dopo un viaggio fatto con Henri Cartier-Bresson, un fotografo talmente eccellente da rendere difficile la condivisione di un lavoro. «When you are with Cartier-Bresson it’s hard to photography because he would see it first and you can’t do the same thing. Nothing escapes his lens».

FOTO 3 De la Perse à l'Iraq.jpg
3.

Negli scatti di Inge Morath è sempre evidente e visibile l’influenza del suo amico e maestro: la sua fotografia deve tanto a Henri Cartier-Bresson e al suo stile “cinematografico”. È vero che gli scatti parigini dell’alunna mancano della solennità francese e dello splendore parigino, ma la geometria sempre presente nell’opera della fotografa rimanda immancabilmente al re della street photography e del fotoreportage di metà Novecento. L’elemento principale che Inge Morath riprende dal maestro è la “teoria del momento decisivo”, scattare nell’istante esatto in cui il soggetto sta compiendo il movimento più definito e vistoso, quasi teatrale, quando la composizione della scena risulterà più efficace. Bresson, con il suo eccezionale talento nello sfruttare il movimento, riesce a comporre immagini perfette e impeccabili, con un’espressione tecnica magistrale, di gran lunga superiore ai contenuti che pone. In questo senso, le immagini di Inge Morath sono molto “bressoniane”.

Foto 4
4.

La quarta sala è dedicata a New York. Qui si trova il famoso scatto con il collo di un lama fuori dal finestrino di un taxi presso Times Square (foto 5) che fa da presentazione dell’intera mostra: l’immagine fa parte di un ampio progetto di documentazione sull’impiego di animali nei set cinematografici.
Ricorrono spesso, tra le opere newyorkesi, giochi di riflessi che fanno pensare alla sua contemporanea Vivian Maier.
Le ultime immagini di questa sala mostrano l’interno del granaio e del silos dove Inge Morath e Arthur Miller hanno allestito il loro studio e camera oscura nella fattoria di Roxbury, non lontano da New York, in cui si sono trasferii nel 1962 dopo il matrimonio. Non si vedono figure umane ma solo oggetti e tracce del lavoro svolto.

FOTO 5. lama Times Square
5.

La quinta sala testimonia il viaggio in Cina (foto 6) nel 1978 e quello in Russia, che l’autrice aveva sempre sognato, nonostante le complicazioni della guerra fredda, e realizzato solo nel 1965.
Una piazza deserta fa da sfondo al ritratto eseguito al nipote di Dostoevskij, a San Pietroburgo: è una foto tetra, scattata con un grandangolo per accentuare le prospettive e mostrare la tristezza che può respirare una visitatrice occidentale difronte al mondo comunista. La camera da letto di Tolstoj, fredda e spoglia, mette in luce questo stesso senso di povertà.

CHINA. Beijing. 1978. 6:30 a.m., Chang An Avenue.
6.

La sesta stanza della mostra raccoglie vari tempi. La prima serie di immagini proviene da una collaborazione con il disegnatore Saul Steinberg intitolata Masks e realizzata a New York nel corso degli anni Sessanta: si tratta di maschere di cartone applicate su persone qualunque e fotografate in momenti “normali” della loro giornata.

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7.

In Irlanda, tra il 1953 e il 1954, Inge ritrae la gente più semplice e umile nella vita quotidiana, tema che costituisce il principale cavallo di battaglia di Cartier-Bresson e della Magnum stessa (nonché il tema principale di tutto il reportage del dopoguerra). Unica eccezione, il ritratto di Lady Eveleigh Nash sulla sua carrozza a Londra (foto 8).
Il tema degli umili ritorna nel lavoro svolto in Romania. Il reportage è stato realizzato nel 1958 aspettando il permesso per raggiungere la foce del Danubio che, in quanto base militare del Patto di Varsavia, era interdetta ai civili.
Ritornando occasionalmente in Austria, principalmente per visitare la famiglia, Inge realizza vari scatti, quasi tutti privi di figure umane ma con precisissime composizioni geometriche.

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8.

L’ultima sala dell’esposizione raccoglie numerosi ritratti di persone care all’autrice: i volti sono sempre stati il suo tema fotografico preferito. «I loved the people. They let me photograph them, but also they wanted me to listen to them, to tell me what they knew, so that we told their stories together».
Il primo a essere fotografato è suo marito Arthur Miller, in uno scatto del 1963.
Sono qui presenti ritratti di numerosi letterati del continente americano: il poeta cileno Pablo Neruda (foto del 1966), il Beat Allen Ginsberg (lo scatto del 1986 ritrae un Ginsberg ormai invecchiato e quasi calvo, non più il giovane barbuto dei tempi di Howl), il romanziere Philip Roth (foto del 1965) e artisti di fama mondiale, come Alexander Calder (fotografato nel 1976 durante una visita a Roxbury nello studio della fotografa), il muralista messicano Davis Alvaro Siqueiros (foto del 1959), lo scultore Alberto Giacometti (foto 9) – che, ritratto nel 1958 a Parigi, sembra magro quanto le sue statue! – e il disegnatore Saul Steinberg (fotografato nel 1959 a New York durante il lavoro collettivo Masks). Compaiono anche immagini di donne famose. La prima di queste è una bellissima Audrey Hepburn in un ritratto messicano del 1958: un qualcosa di quell’opera, forse le sue luci chiare ma non allegre, forse la sue linee sinuose, forse i motivi floreali, forse la sua “messicanità”, difficile da spiegare a parole, ricorda gli scatti realizzati da Tina Modotti a Città del Messico.

Foto 9 Giacometti
9.

Tra i personaggi letterari vi è l’immagine di una Doris Lessing, pensierosa, realizzata a Londra nel 1990. La foto che ha avuto maggior successo ritrae una bellissima Marilyn Monroe che danza all’ombra di un albero in Nevada (foto 10). Qui l’attrice non è in posa, esprime una bellezza spontanea, non ricercata e non teatrale. Lo scatto è stato realizzato nel 1960 sul set del film Gli sposati: è qui che Inge Morath ha conosciuto Arthur Miller, suo futuro marito, che allora era legato proprio a Marilyn Monroe. Di questa stessa serie fa parte il famoso autoritratto scattato da Inge Morath nel 1958.
La mostra si chiude con un altro autoritratto, quest’ultimo ritrovato nel rullino rimasto nella macchina fotografica alla sua morte (2002), sviluppato dai parenti e pubblicato postumo.

FOTO 10 Monroe
10.

 

Articolo di Andrea Zennaro

4sep3jNIAndrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

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