Le “Donne di fuora”

Giuseppe Pitrè, scrittore e antropologo, è  sicuramente  il più importante studioso di tradizioni popolari siciliane. Era nato a Palermo nel 1841 da una umile famiglia, ma riuscì a studiare e diventare medico. Nella sua imponente opera di ricerca e fra le tante pubblicazioni, ha attirato la nostra attenzione un capitolo del volume IV della collana Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano dedicato agli “esseri soprannaturali e maravigliosi”. Tra quest’ultimi, ampio spazio viene dedicato alle così dette “Donne di fuora”, figure femminili un po’ streghe ed un po’ fate che si divertono «a giovare o a nuocere, ad arricchire o ad impoverire, a far belli o render brutti, esse non hanno altro movente se non il capriccio, la bizzaria e una certa lor maniera di vedere e di giudicare le cose».
Queste Donne di fuora, in altri territori siciliani, assumono nomi diversi. Ad esempio vengono chiamate “Donni di locu” a Sambuca di Sicilia nell’agrigentino, “Patruni di casa” nel modicano, “Donni di notti” nel nisseno. Si tratta di esseri soprannaturali che amano girare indisturbati nelle case e, ovviamente, solo alcuni privilegiati riescono a vederli. Sono molto esigenti e pretendono che nelle abitazioni in cui si manifestano tutto sia lindo e ordinato con la biancheria odorosa di bucato. Tornano al mondo terreno il giovedì notte, penetrando dai buchi delle serrature e dalla fessure degli usci. All’alba devono rientrare nel loro mondo e, se per qualche impedimento risulta  impossibile, con la luce del nuovo giorno si tramutano in rospi. Ecco perché, nei tempi antichi, in Sicilia, nessuno si permetteva di ammazzare un rospo e, se lo faceva, il/la malcapitato/a poteva morire entro ventiquattro ore o diventare storpio o vedersi crescere la gobba.
Le Donne di fuora vengono definite dal Pitrè, nella parte iniziale del capitolo, «spiriti balzani e capricciosissimi». Spesso in ogni casa ne dimora più di una e, anche se invisibili, partecipano a tutte le gioie e ai dolori dell’intero nucleo familiare, decidendo, a volte, come mutarne la sorte, sia nel bene che nel male. Chi vive nella abitazione, anche se non le vede, le deve trattare con rispetto e gentilezza, accettando di buon grado la loro presenza. Tante sono le testimonianze raccolte dal Pitrè che raccontano nei dettagli i comportamenti e talvolta gli incontri di uomini e donne con questi esseri soprannaturali. Ovviamente, a noi, oggi, quanto il racconto sia frutto di fantasia non è dato sapere. È certo invece che siciliani e siciliane parlavano ad alta voce con loro, ritenendo che fossero in ogni caso presenti.
A Montevago, in provincia di Agrigento, quando i contadini, dopo una dura giornata di lavoro, chiudevano la porta delle case di campagna per rientrare in paese, le salutavano così: «Addio, Donni di locu! Io mi nni vaju e vu arristati ddocu» (Addio, donne di fuora!Io me ne vado e voi restate lì). Oppure uscendo e chiudendo la porta della propria abitazione si usava dire: «Iu vi salutu, Patruni di luocu. Io vi saluto e a vui vi lassu  dduoco. Si vuliti veniri ccu mia, mi faciti cumpagnia» (Io vi saluto, Donne di fuora, io vi saluto e voi restate lì. Se invece volete venire con me, mi farete compagnia). Racconta sempre il Pitrè che, se durante la notte, qualcuno della famiglia doveva alzarsi dal letto, doveva farlo camminando con le braccia protese in avanti e agitando le mani, in segno di reverenza alle Donne di fuora ma anche per timore di urtarle. Un contadino di Modica, un tale Michele Agosta, riferisce che, non credendo a queste superstizioni e non volendo seguire i consigli della moglie, dopo essersi alzato di notte senza osservare questo rito, l’indomani accusò un mal di schiena fortissimo che lo costrinse a letto per un intero mese.
Le Donne di fuora hanno un rapporto molto particolare con i bambini e le bambine, specialmente se lattanti. Se sono di buon umore li prendono in braccio, li accarezzano e li cullano. Se invece sono di cattivo umore o se le/i piccole/i fanno i capricci, iniziano a far loro dispetti, li spaventano durante il sonno, li fanno piangere in modo continuo e persistente. Capita a volte che si affezionino a questi piccoli e allora, accarezzando loro i capelli, ne trasformano la chioma in una treccia (trizzi di donna). Quella treccia non verrà mai tagliata dei genitori perché significa che il loro figlio o la loro figlia è sotto la protezione di una Donna di fuora. Tagliare la treccia poteva indispettire questi esseri sovrannaturali che si vendicavano facendo accusare al piccolo o alla piccola forti dolori al collo e rendendoli a volte strabici o con “rammollimento spinale”. Quindi a tali “Geni tutelari” ogni madre o ogni nutrice doveva portare grande rispetto.
Come avevamo accennato all’inizio, le Donne di fuora sono un po’ streghe ed un po’ fate, e il Pitrè sottolinea che possono considerarsi fate perché a volte «vanno spargendo benefici a qualche disgraziato, abbandonato dalla fortuna… ma a considerarle più intimamente son delle vere e potentissime streghe. Difatti come le streghe hanno in orrore l’aspo ed il sale; come le streghe si trasformano in uccellacci, in serpi, in gatti neri e, unte d’un unguento che le rende invisibili, vanno a congressi notturni sulla scopa». Secondo una credenza del ragusano sono proprio le Donne di fuora «quelle che tengono i libri del comando e iniziano le donne alle arti magiche». Ecco che, man mano, avvertiamo nella narrazione del Pitrè un indirizzarsi verso una descrizione tendente al malefico di queste figure femminili sovrannaturali. Viene anche riportata nel libro l’origine odonomastica di un cortile di Palermo intitolato, ancora oggi, alle Sette Fate (Curtigghiu di li setti fati).

PIAZZETTA 7 FATE

In questo cortile, adiacente all’antico Monastero di Santa Chiara, la notte arrivavano sette Donne di fuora che erano una più bella dell’altra. Conducevano con loro qualche donna o qualche uomo a cui facevano vedere cose strabilianti: tavole imbandite di ogni ben di dio, suonatori e ballerini. Dopo simili spettacoli portavano le accompagnatrici o gli accompagnatori sulla riva del mare e li facevano camminare sulle onde senza bagnarsi.
Tutte queste storie sulle Donne di fuora hanno le loro radici in miti lontani nel tempo e in antiche religioni. Lo stesso Pitrè chiude il capitolo scrivendo che alcune caratteristiche delle Donne di fuora sono comuni alle «Dames Blanches di qualche luogo della Francia» o  alle Benshies della Scozia. Ovviamente la curiosità ci ha spinto a continuare la ricerca e ci siamo immerse in altri mondi di magia al femminile. Ma ne riparleremo in un prossimo articolo.

 

 

Articolo di Ester Rizzo

a5GPeso3Laureata in Giurisprudenza e specializzata presso l’Istituto Superiore di Giornalismo di Palermo, è docente al CUSCA (Centro Universitario Socio Culturale Adulti) di Licata per il corso di Letteratura al femminile. Collabora con varie testate on line, tra cui Malgradotutto e Dol’s. Per Navarra editore ha curato il volume Le Mille: i primati delle donne ed è autrice di Camicette bianche. Oltre l’otto marzo e di Le Ricamatrici e Donne disobbedienti.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...