Le ciociare di Capizzi di Marinella Fiume

«Quante donne abbiano subito violenza da parte delle truppe marocchine nessuno sa con esattezza né forse si saprà mai…»: così nella quarta di copertina dell’ultimo lavoro della scrittrice Marinella Fiume Le ciociare di Capizzi, Iacobelli editore.
La violenza subita dalle donne da parte delle truppe di goumiers, i soldati nordafricani al servizio dell’esercito alleato francese, nell’Italia centro-meridionale è passata debolmente alla storia come “le marocchinate”. Episodi raccontati dal libro di Moravia e dal film di Vittorio De Sica. La prima a denunciare il crimine in Parlamento fu la Madre Costituente Maria Maddalena Rossi.
In verità lo stupro come arma di guerra ha radici antiche in quanto le donne sono sempre state considerate bottino di guerra e questi atti vergognosamente liquidati come ”effetti collaterali”. Invece “le marocchinate” compiute in Sicilia erano state sepolte e dimenticate. I primi episodi, documenta la scrittrice, si registrarono sulla statale Licata-Gela per poi proseguire nei paesi dell’interno dell’isola: Nicosia, Cerami, Troina e soprattutto Capizzi.
E proprio a Capizzi, borgo di appena tremila anime a più di mille metri di altezza, sui Nebrodi, nel 2015 Marinella Fiume inizia la sua ricerca coadiuvata dalle socie della sezione locale della Fidapa. Insieme e con fatica riescono a costruire una storia rimasta rinchiusa tra le pietre del paese, una storia rimossa e taciuta ma la cui eco dolorosa era sepolta nei cuori di alcuni/e abitanti.
Quando iniziano il lavoro di ricerca, alle  intervistatrici viene quasi sempre chiesto: «Ma perché, figlia, vuoi sapere? Meglio non saperle queste cose».
Ma c’è chi percepisce che questo lavoro di ricostruzione della memoria storica, seppur terribile, è necessario.
Un allevatore classe 1931 così testimonia: «…Eravamo rifugiati in campagna in contrada Ruscina, nel tardo pomeriggio vengono tanti soldati e prendono gli uomini… li portano con loro. Rimango solo io, avevo 12 anni, con le due zie. L’indomani bussano violentemente alla nostra porta e abbiamo dovuto aprire. Vedo entrare un gruppo di marocchini, prendono le donne e le buttano a terra… io tremavo come una foglia. Poi hanno preso una coperta e l’hanno stesa a terra e lì hanno fatto cose brutte davanti a me che piangevo e tremavo. Dopo escono questi due ed entrano altri due facendo la stessa cosa». I mariti al ritorno apprendono della violenza subita dalle loro mogli, le consolano piangendo con loro e cercando soluzioni per difendersi da future situazioni analoghe. Tutto questo avviene come un copione in ogni casolare della contrada.
Una casalinga classe 1930: «… queste donne che io conoscevo sono state poi per tanti anni sotto cure mediche di intra e di fora [di dentro e di fuori], restarono deboli. Nessuna di loro però venne emarginata, perché era stata una disgrazia».
Una contadina classe 1929: «… I marocchini abusarono di due donne, amiche mie. Dopo una scappò per le Americhe, l’altra è diventata stolita [pazza]…
Questa fu la sorte di molte donne stuprate, soffrirono di turbe psichiche, qualcuna rimasta incinta abortì, alcune morirono nel tentativo di abortire con mezzi rudimentali. Altre contrassero malattie veneree».
Corpi e menti squarciate per sempre.
Uomini, padri, figli, mariti si difesero e si vendicarono come poterono uccidendo parecchi goumiers.
Si stima che una percentuale del 30% della popolazione femminile subì violenza.
Raccogliendo queste memorie emerge che anche alcuni soldati tedeschi si macchiarono di stupro: «… entravano nelle case impadronendosi di tutto, si mettevano a tavola e mangiavano… bevevano vino e dopo sfogavano i loro istinti a terra o sulla tavola in presenza di tutta la famiglia». Fortunatamente  non si verificarono numerosi casi «… perché di soldati tedeschi ne circolavano pochi in paese in quanto preferivano la strada statale e non le trazzere di montagna».
Questo ci dimostra come l’utilizzo dello stupro come arma di guerra sia uno strumento utilizzato da tutti, stuprare le donne simboleggia la vittoria di un’avanzata sul territorio, una prassi che affonda le radici in tempi antichi e ad ogni latitudine.
In Le ciociare di Capizzi un capitolo è dedicato a “Una prospettiva psicosociale sugli stupri di guerra: causa ed effetti delle battaglie sul corpo delle donne” scritto da Maria Pia Fontana, sociologa e docente presso l’Università degli studi di Catania. Un sintetico ma efficace excursus sulla tematica che punta i riflettori «sugli scantinati bui della storia dove è difficile guardare».
Hanno contribuito alla stesura del volume anche Giuseppe Vivaldi Maimone, appassionato di storia che ha illustrato l’inquadramento storico-militare di quell’estate del 1943 nel territorio di Capizzi, e Melinda Calandra Checco, Past Presidente della Fidapa locale che ha scritto la postfazione.
Una ricerca di gruppo, sapientemente coordinata da Marinella Fiume che da noi intervistata ha dichiarato: «Esiste un continuum tra la violenza sessuale subita dalle donne in guerra e quella subita nei periodi di pace a causa della subordinazione della donna e della cultura patriarcale dominante. Non c’è un vero e proprio dopoguerra di pace e di tutela giuridica per le donne, in quanto si assiste ad un costante ripetersi della violenza semplicemente perché non si rimuovono le sue cause consistenti nella disparità di genere. Queste ataviche differenze sono state concausa della violenza e della persistente cultura dello stupro».
Le ciociare di Capizzi riporta alla luce una storia di violenza e sofferenza, in Sicilia, che deve essere divulgata. Nella piazza di quel piccolo paese di montagna, la sera della prima presentazione del libro, le tante donne intervenute hanno avvertito il soffio lieve di quelle sorelle vittime che dopo 75 anni hanno avuto il diritto del ricordo. Il diritto ad un piccolo risarcimento postumo.
Le ciociare di Capizzi ridanno dolorosa voce a quelle donne.

Articolo di Ester Rizzo

a5GPeso3Laureata in Giurisprudenza e specializzata presso l’Istituto Superiore di Giornalismo di Palermo, è docente al CUSCA (Centro Univ. Socio Culturale Adulti) di Licata per il corso di Letteratura al femminile. Collabora con varie testate on line, tra cui Malgradotutto e Dol’s. Per Navarra editore ha curato il volume Le Mille: i primati delle donne ed è autrice di Camicette bianche. Oltre l’otto marzo, Le Ricamatrici e Donne disobbedienti.

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