Esa casa amarilla, la casa gialla. Ovvero come si può parlare di aborto anche tramite un film

In questi giorni si sta svolgendo il Torino Film Festival, una manifestazione che nasce nel 1982 e si contraddistingue fin dall’inizio per l’attenzione alle nuove forme e nuove tendenze del cinema divenendo uno dei luoghi che sostiene il cinema indipendente (opere, documentari, sperimentazioni linguistiche). Al Torino Film Festival di quest’anno è in programma un film breve di Marina Vota e Valeria Ciceri dal titolo Esa Casa Amarilla, la casa gialla. Il film, selezionato fra molti, è stato presentato lunedì 29 novembre e ha riscosso attenzione e successo. Tratta del tema dell’aborto in modo originale, intrecciando esperienze di vita di donne argentine e italiane.
Le due autrici, registe e amiche, si sono laureate entrambe all’Università del Cinema di Buenos Aires. Marina Vota è sceneggiatrice e attualmente lavora come assistente alla regia presso una casa di produzione. Valeria Ciceri, da tempo trasferitasi da Como a Buenos Aires, è regista e attualmente lavora nell’art department di produzioni cinematografiche e installazioni.

Ho avuto la possibilità di vedere in anteprima la pellicola grazie al fatto che la madre di Valeria Ciceri è una cara amica con la quale, a Como, ho condiviso percorsi femministi e di accoglienza nei confronti delle persone migranti. L’idea del film trova origine nella constatazione di quanto sia difficile parlare di aborto per chi ha vissuto in prima persona questa esperienza. Le due registe, benché amiche, non sono mai riuscite a parlare fra loro dei rispettivi aborti, e hanno voluto, come dicono loro stesse, «reagire a questo silenzio» attraverso un video, registrandosi reciprocamente per potersi poi rivedere e quindi parlarne dal vivo. Non è un caso che abbiano scelto questa modalità inusuale per dialogare fra loro su un’esperienza intima. Il cinema, per Marina e Valeria, è parola, linguaggio, comunicazione, dialogo e per questo hanno utilizzato questo strumento per dialogare fra loro. Non solo, le due registe si sono anche chieste se il cinema potesse essere uno strumento per superare un’esperienza traumatica. Da qui nasce l’idea di incontrare altre donne, a Buenos Aires e nel nord d’Italia, per documentare storie e vissuti diversi fra loro e mettendo in relazione donne che hanno scelto di abortire o che hanno sostenuto chi ha voluto o dovuto ricorrervi. Il film racconta con delicatezza e rispetto storie ed esperienze raccolte in ambienti di vita quotidiana e narra di un viaggio fra strade e case di città lontane geograficamente fra loro, ma al contempo vicine. Un film che diventa un percorso e che prova a «rappresentare l’intimità di un’esperienza». La casa gialla che dà il titolo al film è, infatti, uno dei luoghi di Buenos Aires dove si praticavano aborti clandestini. 

Ho trovato originale questo approccio intimo perché ho sempre affrontato il tema dell’aborto in una dimensione politica: denunciando, in Italia, la vergogna di un’obiezione di coscienza fra il personale medico che, in alcune regioni, tocca punte del’80% non rendendo esigibile il diritto sancito dalla 194/78, cioè la legge in materia di interruzione volontaria della gravidanza (IV), oppure sostenendo le lotte dei movimenti femministi che in ogni parte del mondo, in particolare Argentina e Polonia, hanno saputo creare movimenti popolari a sostegno della lotta per il diritto delle donne a poter abortire senza rischiare la propria vita. 
Onestamente non so dire se il film riesca a rappresentare davvero l’esperienza intima delle donne coinvolte – forse, come mi ha detto una delle registe, questa rappresentazione non è nemmeno possibile – so però che questo film mi ha regalato uno sguardo altro. 

Grazie a Marina Vota e Valeria Ciceri, due giovani donne, impegnate e competenti, ho avuto la possibilità di comprendere aspetti soggettivi e psicologici legati all’aborto e al contempo ho avuto conferma di quanto siano simili le esperienze delle donne pur se in contesti geografici e sociali differenti e quanto sia importante per le donne in ogni parte del mondo lottare per i diritti di tutte e di ciascuna. 
Pertanto a chiunque voglia riflettere ulteriormente sul tema dell’aborto in modo non usuale consiglio con passione la visione di Esa Casa Amarilla

***

Articolo di Nicoletta Pirotta

Attiva in campo associativo, sindacale e politico: il filo rosso che ha legato questi ambiti è stato ed è l’impegno femminista. Sono stata fra le fondatrici dell’Assemblea Permanente delle donne della Funzione Pubblica CGIL di Como e, in Italia, della Marcia Mondiale delle donne. Con il Prc sono stata eletta per due mandati consecutivi nella Commissione Pari Opportunità di Regione Lombardia. Dal 2008 sono attivista di IFE Italia e nella rete europea di “Feminists for Another Europe”.

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