Il dicembre di Limes. CCCP un passato che non passa

Andrej Amal’rik,chi era costui? Parafrasando Manzoni, potremmo iniziare così il nostro abituale articolo mensile sulla rivista di geopolitica diretta da Lucio Caracciolo. Chi ci leggerà lo scoprirà alla fine di questo numero, dedicato ai 30 anni dal crollo dell’Urss. Quello di dicembre è un numero non puramente rievocativo ma molto centrato sull’attualità, che cerca continuità e discontinuità nella forma statuale russo-sovietica. Sostanzialmente la tesi che ne emerge è che ci sia ancora molto di sovietico nella Russia di oggi. Nei sondaggi più credibili il personaggio storico preferito dalla popolazione è Giuseppe Stalin che riceve un consenso più o meno doppio rispetto a quello di Putin perché Stalin ha vinto la Seconda guerra mondiale, in Russia chiamata Grande guerra patriottica, avvenimento che ha costituito nel secolo scorso il solo momento di gloria dell’Urss/Russia dopo la Rivoluzione d’ottobre. Ma ci sono elementi di carattere antropologico e culturale che vedono continuità tra la mentalità dell’epoca sovietica, in particolare quella della stagnazione brezneviana degli anni Settanta e primi anni Ottanta, e l’attualità. L’inno russo è stato conservato ma sulla musica di quello sovietico. Ci sono però anche notevoli differenze: oggi, ad esempio, la Federazione russa ha uno spazio molto ridotto rispetto all’Urss, più o meno simile a quella che l’Impero aveva ai tempi di Pietro il Grande.

Dei tanti articoli di questo numero alcuni sono ricordi, altri prose letterarie e anche interviste, che nell’insieme dipingono un quadro davvero plurale di quella che per molto tempo è stata la seconda potenza del mondo, ha sconfitto Hitler, ha vinto la Seconda guerra mondiale e ha osato immaginare un modello di sistema economico contrapposto al capitalismo.

La prima parte, Russia-Urss-Federazione Russa, una storia sola, è dedicata alla continuità geopolitica tra la Russia zarista, quella sovietica e l’attuale Federazione e sarà quella su cui mi soffermerò di più. Da segnalare l’articolo di Orietta Moscatelli, caporedattrice di politica internazionale dell’agenzia askanews e collaboratrice di Limes, esperta di Russia, in cui ha vissuto negli anni Novanta, ed Europa dell’Est. In questo accuratissimo approfondimento, L’homo sovieticus non è ancora morto, l’autrice si chiede se sia esistito e sopravviva un «tipo di uomo» che sia il prodotto dei tre quarti di secolo di esperimento sovietico. L’interrogativo ha implicazioni geopolitiche, come chi sa chi legge abitualmente Limes, ed ha a che fare con “il fattore umano”. «In principio era, o doveva essere, il novyj čelovek, l’uomo nuovo che sarebbe vissuto in una società infine priva di conflitti e che Lev Trockij vedeva “elevarsi fino a creare un tipo sociale e biologico superiore”. Secondo Maksim Gor’kij, “possiede la fede nella forza dell’intelletto, quella fede persa dagli intellettuali europei, sfiancati dagli infruttuosi tentativi di conciliare le contraddizioni di classe”. Per tutti gli ideologi del marxismo-leninismo è un essere libero dai veleni del capitalismo, armonico protagonista di un bytie (modo di essere) virtuoso anche nelle difficoltà della transizione verso un nuovo mondo, allo stesso tempo frutto e motore del modello comunista. Di qui la certezza che le differenze culturali, etniche, linguistiche si sarebbero stemperate per confluire in un unico popolo sovietico».

Lo sguardo di genere di Moscatelli emerge laddove l’autrice si sofferma sul tipo di nuova donna concentrata sul lavoro e sull’educazione negli anni Venti, che tuttavia già Stalin riconfina nel ruolo essenziale di madre, salvo poi richiederne alla bisogna il compito di operaia nelle fabbriche svuotate dalla partecipazione degli uomini alla Seconda guerra mondiale. Mentre durante il bolscevismo il nucleo familiare è «un patto sociale transitorio», nel codice del 1926 si torna indietro verso posizioni più conservatrici e un decennio più tardi si giunge al divieto di aborto. Il codice del 1944 prevederà l’onorificenza di Madre Eroina con sussidi e corsie preferenziali per le donne con almeno dieci figli, adozioni comprese. L’homo sovieticus è propagandato da un libro scritto nel 1982 da Alexander Zinov’ev che aveva aderito inizialmente al progetto comunista e che poi se ne era allontanato, espulso dall’Urss e in dissenso persino con i dissidenti all’estero. L’homo sovieticus quindi è l’uomo plasmato dal regime, un uomo che in pubblico è fedele, approva e sottoscrive tutto ma che in privato è «critico e cinico, moralmente sciatto», cercando di tirare avanti senza prospettive, come il suo Paese.

Dopo il 1989 l’espressione homo sovieticus è sostituita da sovok, con connotazioni ancora più negative, indicando una persona disinteressata alla cosa pubblica, abituata a delegare al Capo, indipendentemente dalla sua ideologia, l’amministrazione della cosa pubblica. Collegata a questo approfondimento è L’uomo massa, base dello Stato autoritario, l’intervista di Moscatelli a Lev Gudkov, direttore del Centro analitico intitolato a Jurij Levada, il celebre sociologo promotore della teoria secondo cui l’Urss aveva prodotto un tipo di uomo plasmato dal rapporto con il potere e che ne era diventato la base. Ne riporto una parte significativa: «Proprio nell’èra Putin sono state rianimate tutte le caratteristiche del comportamento dell’uomo sovietico (ora postsovietico) descritto nelle opere di Levada, che si distingue per una serie di elementi. Per chiarezza, andrò per punti. Primo, non è un singolo, ma un uomo massa, orientato al principio del dover “essere come tutti”, nel senso di rientrare nella media: questo è un fattore molto importante per la sua autoidentificazione e per la gestione di sé stesso. Perché è un uomo che non si fida, né del potere né di chi gli sta accanto, teme tutto quello che è nuovo e peculiare. Secondo, si adatta all’ordine sociale esistente, anche abbassando la soglia o il livello delle sue necessità e richieste. Terzo, è un uomo “semplice”, nel senso che limita le proprie esigenze intellettuali e morali, perché non conosce altri modelli di comportamento e stili di vita e perché vive in una società isolata e repressiva. Allo stesso tempo, primitività e limitatezza si trasformano per lui in pregio, in una forma di percepita superiorità sui cittadini di altri Paesi». Il nazionalismo dell’homo sovieticus si esprime anche in una grande diffidenza e ostilità verso quei Paesi che si sono staccati dall’ex Urss e hanno rivendicato la propria indipendenza o vicinanza all’Unione Europea.

Eppure il mito della Guerra patriottica è stato, soprattutto con Breznev, il cemento che ha unito le diverse etnie dell’Urss. Come ricorda Fabrizio Maronta, l’8 maggio 1965 Leonid Brežnev, nominato l’anno prima segretario generale del partito, tenne un discorso al Palazzo di Stato per il ventennale della vittoria sul nazifascismo che aprì la destalinizzazione della Grande guerra patriottica e del suo uso (geo)politico. «Se parliamo del principale eroe della Grande guerra patriottica, quest’eroe immortale è l’intera famiglia dei popoli che abitano il nostro Paese e sono tenuti insieme dall’indistruttibile legame della fratellanza. Russi, ucraini, bielorussi, uzbeki, kazaki, georgiani, azerbaigiani, lituani, moldovi, lettoni, kirghizi, tagiki, armeni, turkmeni, estoni: in breve, tutte le nazioni dell’Unione Sovietica accorse a difendere la madrepatria. La politica nazionale leninista del partito ha superato la prova della guerra, il fascismo non è riuscito a separare le nazioni socialiste. La loro fraterna alleanza ha mostrato forza e vitalità, tra le principali ragioni della vittoria sugli invasori».

Da segnalare in questa prima parte della rivista il contributo di Vitalij Tret’jakov, giornalista, preside della Scuola superiore per la televisione dell’Università statale di Mosca, che spiega, nella bella traduzione di Martina Napolitano, la logica della continuità tra Urss, che lui stesso definisce da tempo “prima Unione Europea”, e Russia di Putin, non nascondendo nei confronti di Gorbačëv una certa disistima, che ritorna in molti articoli e nell’editoriale del direttore, suonando strana alle orecchie di noi occidentali che ne abbiamo fatto quasi un mito. Secondo il giornalista «L’esperimento sovietico fu un tentativo di saltare immediatamente nel futuro. In questo senso, quell’esperienza è inestimabile per la costruzione del “futuro futuro” (e del “futuro futuro” dell’intera umanità) senza dimenticare che in età brezneviana la popolazione sovietica era la più istruita al mondo». La mitologizzazione dell’Urss è oggi molto diffusa, soprattutto tra i giovani, che hanno nostalgia dell’Impero, di cui Tret’jakov dà questa definizione: «una particolare forma suprema di Stato nazionale-sovranazionale che si caratterizza per la sua massima indipendenza nella politica interna ed estera e che gioca un ruolo distinto nella politica e storia mondiale». Gli appassionati e le appassionate di storia leggeranno con grande piacere l’approfondimento del docente ordinario di Storia contemporanea all’Università Roma Tre e studioso di storia russa Adriano Roccucci, che spiega l’impossibilità russa di non concepirsi grande potenza. Russia-Urss-Russia: interpretazioni e metamorfosi di un impero è un articolo che potrebbe essere molto utile nelle lezioni di storia e relazioni internazionali delle classi quinte degli istituti secondari di secondo grado, anche perché scritto in un linguaggio chiaro e corredato dalle bellissime carte di Laura Canali.

Dell’intervento di Dario Fabbri in questa parte della rivista ricordiamo la rivendicazione da parte della Federazione della superiorità interna dei russkij, il più grande ceppo etnico, a scapito dei rossijanin, i residenti russi, la descrizione del canale satellitare Nostal’gija che dipinge l’epoca sovietica come il migliore dei mondi possibili e del cosiddetto Soviet Wave, genere musicale synth che magnifica gli anni del comunismo, diffuso soprattutto nelle aree urbane e composto da persone che non erano nemmeno nate all’epoca di Gorbačëv e Cernienko.

Gian Paolo Caselli, economista dell’Università di Modena e Reggio Emilia, presenta una dettagliata analisi della transizione dal sistema economico pianificato al mercatismo, avvenuta troppo bruscamente in un Paese che va avanti guardando indietro: «La trasformazione dell’economia socialista pianificata è avvenuta in un tempo brevissimo e secondo i dettami della terapia shock elaborata da economisti anglo-americani di Harvard, Massachusetts Institute of Technology e London School of Economics». Un fallimento totale e oggi si parla del sistema economico attuale come capitalismo oligarchico. Per indicare tutto ciò che si riferisce al periodo sovietico si usa il termine savok, sinonimo di vecchio, inefficiente, arretrato, ridicolo, fuori luogo. Ma la toponomastica, come ben sa chi conosce la nostra associazione, ha una grande importanza, come ci spiega Deidre Mask in Le vie che orientano: «le statue nelle piazze sono quelle di Lenin, Gagarin, Žukov eccetera. L’esercito non si chiama più Armata Rossa ma Armata Russa, eppure la stella rossa è sulle ali degli aerei, sulle navi, sui mezzi militari. E la falce e martello è ancora sulle divise del personale di volo dell’Aeroflot».

Alessandro Salacone ci ricorda che il 19 settembre 2017, alla presenza dell’allora ministro della Cultura, è stato inaugurato nel centro di Mosca un monumento a Mikhail Kalašnikov, ideatore dell’omonimo fucile d’assalto, probabilmente ancora il più diffuso al mondo, raffigurato dallo scultore con alle spalle l’arcangelo Michele che trafigge il drago, «simbolo della vittoria sul male ottenuta grazie all’utilizzo del kalašnikov da parte di molti Paesi». E non a caso il nome del vaccino anti-Covid scelto dai russi è Sputnik, in memoria di un altro “brand culturale” sovietico. Per costruire una narrazione condivisa si è tentato di mettere mano anche ai manuali delle scuole, arrivando a definire delle linee guida a cui autrici e autori devono ispirarsi, e si è cominciata a costruire un’educazione patriottica a cui non è estranea la Chiesa ortodossa, tema su cui rinvio all’articolo La storia è nostalgia. Due interessanti interviste sono quella al generale Cucchi, L’Armata rossa vista da vicino, e quella ai giornalisti Franchi e Follini, su fronti opposti, in gioventù, rispetto al rapporto con l’Urss, nell’articolo Per noi non era l’impero del Male. Un articolo a sé è Il mio giardino in una tazza di tè, in cui Giuliano Ferrara ricorda il suo soggiorno moscovita come figlio di un funzionario del Partito comunista.

La seconda parte del numero Lo scontro dei tre imperi riflette sulle dinamiche postsovietiche nel confronto tra le tre massime potenze di oggi. La questione Ucraina nei rapporti con la Russia e Taiwan in quelli con la Cina soffrono di un’ambiguità che potrebbe portare Cina e Russia ad un avvicinamento, almeno nel breve periodo, e molti autori, tra cui Shapiro nel suo Basta trattare la Russia come l’Urss, è un favore alla Cina, lo sottolineano. Tra i tanti approfondimenti merita attenzione Dall’allineamento Mao-Stalin alla convergenza Xi-Putin che evidenzia le ragioni geopolitiche ed economiche di una sinergia tra Russia e Cina. «Pechino condivide con Mosca la visione di una futura conformazione multipolare del mondo. Di fatto, questa “multipolarità” si traduce nel desiderio da parte di entrambi gli Stati di vedere un mondo non soggetto a un’unica forza (l’America), ma dotato di più centri d’influenza che interagiscono tra loro, attenendosi al diritto internazionale e allo statuto dell’Onu». La nuova cooperazione strategica sino-russa è stata ben delineata dal generale e vicesegretario dell’Accademia delle scienze militari Luo Yuan: «Il partenariato sino-russo è un’unione di interessi, di morale e di giustizia, indirizzato contro l’egemonismo. Non è simile all’unione dei tempi della guerra fredda, creata in condizioni di contrapposizione tra Oriente e Occidente. In essa non ci sono principali e sottomessi, ma soltanto interessi comuni. Quando gli interessi coincidono, possiamo prendere misure comuni, quando non coincidono, assumiamo posizioni diverse. Per questo motivo è un’unione piuttosto libera, ogni cosa viene valutata dal punto di vista della sovranità statale e degli interessi nazionali».

La terza parte, Piste sovietiche e mosse russe, approfondisce la crisi in Ucraina, la questione bielorussa e la diaspora russa rimasta nei Paesi ex-Urss. Senza Urss niente Ucraina è una interessante analisi, con riferimenti storici, geografici e geopolitici, sui rapporti tra Russia e Ucraina, quest’ultima sempre più desiderosa di unirsi all’Unione Europea anche attraverso una narrazione e una lingua nazionali, in contrapposizione a Putin, che porta avanti una narrazione completamente diversa (la Rus’ di Kiev). Il baratro tra le visioni del mondo di Russia e Ucraina è molto più vasto dell’ostilità emersa con la riannessione russa della Crimea e col sostegno russo all’indipendentismo delle repubbliche autoproclamate di Donec’k e Luhans’k, nel Donbas. Di questi giorni il discorso di Putin che diffida la Nato dal parlare di invasione russa in Ucraina.

Estremamente interessante e dettagliato l’approfondimento di Mauro De Bonis, La saga dei “piedi rossi”, che riguarda i circa 30 milioni di persone russe in diaspora negli Stati sorti dal crollo dell’Urss e in altri Paesi e il tentativo di Putin e del patriarca Kirill di utilizzarle, anche attraverso la politica sulla cittadinanza, nella costruzione del “mondo russo”. Bielorussia, una storia sovietica di successo di Fulvio Scaglione, partendo dalla biografia dell’ultimo dittatore d’Europa, Aljaksandr Lukašenka (nella rivista sempre scritto alla russa), al potere dal 1994, dipinge un quadro di questo Stato che, pur avendo pagato un tributo altissimo in termini di caduti nella Seconda guerra mondiale, diversamente da altre ex repubbliche sovietiche, non è antirusso ma forse meglio potremmo definirlo pararusso. Lukašenka è un perfetto homo sovieticus. In una terra piena di etnie diverse tra loro in cui durante la Seconda guerra mondiale morirono quasi 2,5 milioni di bielorussi perché il 78% delle truppe naziste era impiegato sul fronte orientale e conduceva una guerra concepita come uno sterminio a sfondo razziale, l’Urss riuscì a trasformare la Bielorussia nella più agiata delle sue repubbliche e in un pilastro dell’economia dell’Unione, con un immenso programma educativo, mentre durante il suo periodo al potere Lukašenka è riuscito a diffondere una narrazione tutta plasmata sulle radici sovietiche del benessere attualmente goduto dalla sua popolazione. E sulla crisi dei migranti ai suoi confini è interessante leggere la parte finale dell’articolo, per scoprire quanto abile sia il despota bielorusso sia nei confronti dell’Unione Europea che in quelli di Putin.

Chiudiamo con l’editoriale di Lucio Caracciolo, Le forme dell’impero. Il 25 dicembre del 1991 si scioglie l’Urss ma molto dell’impero sovietico rimane nella Russia attuale e il direttore della rivista ci ammonisce sulla riscoperta del passato per scoprire il presente. Tra i tanti spunti che come sempre ci offre scopriamo adesso chi era Andrej Amal’rik, trentenne storico sovietico, dalle posizioni iconoclaste, che diede clandestinamente alle stampe il pamphlet intitolato Sopravviverà l’Unione Sovietica fino al 1984? Nessuno in Occidente all’epoca lo prese sul serio mentre il tribunale sovietico lo condannò alla rieducazione in Siberia. Tra le affermazioni più provocatorie di Amal’rik c’era questa: «I nostri razzi hanno raggiunto Venere ma nel villaggio in cui vivo si fa ancora a mano la raccolta delle patate e sotto le mie finestre pascolano ancora le capre». Come scrive Caracciolo, «Amal’rik prevedeva la fine dell’Urss per logoramento. Uno Stato che spende tante energie per controllare i suoi cittadini e per sigillarsi dal resto del mondo è destinato a crollare per sfinimento. Come il soldato che regge il fucile sempre puntato contro il nemico finché esausto non lo molla a terra. Anticipando il masochistico percorso di Gorbačëv, vent’anni dopo, Amal’rik descrisse la riunificazione della Germania…» e preconizzò ciò che sarebbe avvenuto solo sette anni più tardi. Morì in un incidente stradale undici anni prima di vedere realizzate le sue previsioni. In molti degli articoli di questo mese, editoriale compreso, emerge un giudizio su Gorbačëv (definito l’ultimo dei “neostaliniani”) assai diverso da quello che sull’uomo della glasnost e della perestroijka ci siamo formati al di qua della cortina di ferro. Come sempre la geopolitica è spiazzante e ci sfida a considerare avvenimenti e persone da punti di vista differenti. Del trattato di Mosca tra Russia e Turchia, di Russia Medio Oriente ed Africa, Asia centrale e rebus afgano e della posizione della Polonia nei confronti dell’Urss trattano gli ultimi articoli di un numero estremamente ricco di storia.

Anche in dicembre la rubrica Limes in più contiene un omaggio ad Antonio Pennacchi, con il racconto L’autobus di Stalin. Appunti per un Elogium.

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Articolo di Sara Marsico

Ama definirsi un’escursionista con la e minuscola e una Camminatrice con la c maiuscola. Docente per passione da poco in pensione, è stata presidente dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano e referente di Toponomastica femminile nella sua scuola. Scrive di donne, Costituzione e cammini.

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