La donna nell’antica Cina. Donne d’eccezione

Non tutte le donne accettano di buon grado di essere relegate al solo, frustrante compito di vivere segregate in casa, dedite unicamente ad accudire marito, figlie/i, suocere/i e a fare i lavori domestici. Lottando con tutte le loro forze contro i pregiudizi e gli stereotipi, alcune di loro riescono in qualche modo a farsi una cultura e ad acquisire un minimo di emancipazione. Chiaramente, si tratta di casi isolati e rari di donne nobili che possono accedere ai libri e vivono in casa di uomini (padri, fratelli, mariti) facoltosi e istruiti.
Liu Hsiang (79-8 a.C.), una famosa erudita confuciana, che contribuisce a rafforzare la burocrazia governativa basata sul Confucianesimo, è nota per aver scritto il Lieh-nu-Chuan (Biografie di donne eminenti), una raccolta di aneddoti relativi a più di cento donne vissute nel corso di un vasto arco di tempo fino alla fine del periodo dei Regni Combattenti.

Ban Zhao come venne rappresentata dal pittore cinese Shang Guan Zhou in un’illustrazione del
Zhu zhuang hua chuan

Ban Zhao, poeta e storiografa del I secolo dopo Cristo, redige un trattato di notevole interesse che non ha riscontro nella letteratura occidentale, il Nu jie (Precetti per le donne). È una ricca serie di consigli rivolti alle ragazze per “sopravvivere” nella casa del marito dove spesso vengono trattate come schiave. Scrive nell’introduzione: «Io, indegna autrice, sono rozza, ottusa e di natura poco intelligente, tuttavia ho avuto la duplice fortuna di aver goduto del non piccolo favore del mio letterato Padre e di aver avuto una Madre acculturata capace di darmi un’educazione sulla letteratura e sulle buone maniere. Più di quarant’anni sono passati da quando quattordicenne presi in mano lo straccio e la scopa lavorando senza sosta nella casa di mio marito… Nelle ore di tranquillità ho scritto questo manuale sotto il nome di Istruzioni per le donne, perché da esso possiate trovare una qualche utilità alla vostra persona». L’autrice non solo cerca di alleviare con i suoi consigli i dolori delle giovani spose, ma si pone anche alcune provocatorie domande. Osserva, ad esempio, che nel Libro dei riti è previsto che a partire dall’età di otto anni solamente ai maschi si insegni a leggere e a scrivere e che a quindici siano mandati a scuola. Perché – si chiede – tale obbligo non vale anche per le donne?

Le eccezioni non mancano, e la storia cinese presenta non pochi esempi di donne intrepide e valorose. Nella Cina del V sec. a.C. Yuenü è abilissima a tirare di spada e con l’arco: «La giovane donna di Yue si recò a nord per l’udienza con il re. Lungo la strada, incontrò un vecchio. Disse alla giovane donna: “Ho sentito che combatti bene con una [spada]. Mi piacerebbe vedere una dimostrazione”. Yuenü rispose: “Non oserei nasconderti nulla: puoi mettere alla prova la mia abilità, signore”. Così il Vecchio Yuan tirò fuori un pezzo di bambù. Ma il bambù era marcio a un’estremità. L’estremità cadde a terra e la giovane l’afferrò subito. Il vecchio maneggiò l’estremità superiore del bastone e spinse verso la giovane donna, ma lei parò all’indietro, spinse tre volte, e infine sollevò la sua estremità di bambù e spinse il suo attacco contro il Vecchio Yuan. Poi ognuno se ne andò per la sua strada, e lei si incamminò alla volta del re». Il sovrano Goujian, colpito dalla bravura della giovane donna, considerata la madrina delle arti marziali cinesi, le comanda di addestrare gli ufficiali del suo esercito.
Dopo l’esercito di terracotta di circa 8000 guerrieri a grandezza naturale scoperto a Xian nello Shanxi, messo a guardia della tomba del primo imperatore della Cina unificata Qin Shi Huang, fondatore della dinastia Qin e costruttore della Grande Muraglia (vissuto nel III sec. avanti Cristo), l’archeologo Yuan Zhongyi, direttore degli scavi di Xian, scopre un secondo esercito, la cui avanguardia è fatta di donne: cinquanta guerriere a cavallo che imbracciano lo scudo e impugnano la spada, anch’esse a guardia della tomba di un imperatore, ma della dinastia Han che succede alla dinastia Qin e che seppellisce i suoi morti a Yambling, poco lontano da Xian.

Fra il IV e il VI secolo dopo Cristo, per far fronte ai continui attacchi da parte delle tribù nomadi e degli Unni l’imperatore richiama alle armi tutti gli uomini cinesi, anche i riservisti, e tra essi Hua Hu, noto condottiero che, nonostante la veneranda età e le precarie condizioni di salute, risponde ugualmente alla chiamata per onorare il nome della famiglia e degli antenati; però la figlia Hua Mulan, armata e vestita di tutto punto come un guerriero, si arruola al posto del padre malato con il nome del fratello che è troppo piccolo per combattere. I primi mesi sono difficilissimi per lei a causa del duro addestramento militare e per la paura che venga scoperta la sua vera identità. In seguito, però, Mulan, dopo dodici anni di valorosi combattimenti e incredibili gesta, sempre continuando a nascondere di essere una donna, è nominata generale e infine comandante delle armate settentrionali. La guerra finisce con la vittoria dei Cinesi proprio grazie a Mulan, la Giovanna d’Arco d’Oriente, che batte sul campo un famosissimo generale unno. Al suo ritorno è colmata di onori imperiali e le è proposta una carica di alto funzionario, ma lei rifiuta per poter tornare a casa dal vecchio padre. Un comandante, ritenendola un uomo, insiste nel voler dare sua figlia in sposa a un guerriero così straordinario, ma Mulan non può che opporre una serie di rifiuti. Alla fine il generale, indispettito, la raggiunge a casa ma, nonostante ne scopra la vera identità, l’ammira ancora di più.
Leggiamo la famosa ballata di Mulan.
«Mulan sull’uscio tesseva al telaio,
non sentì il rumore della spoletta,
sentì solo il sospirare della ragazza.
A chi pensava,
cosa la tormentava?
“Non penso a nessuno,
nulla mi tormenta,
ieri notte ho visto le insegne,
il Khan arruolava le truppe,
hanno dodici rotoli di nomi di soldati,
in ogni rotolo, il nome di mio padre.
Egli non ha un figlio adulto,
Mulan non ha fratelli maggiori,
voglio al mercato comprare sella e cavallo,
con cui mettermi in marcia al posto di mio padre”.
Al mercato dell’Est comprò un fiero cavallo,
al mercato dell’Ovest comprò una sella,
al mercato del Sud comprò le briglie,
al mercato del Nord comprò una lunga frusta.
All’alba salutò padre e madre,
al tramonto dormì al Fiume Giallo.
Non sentiva le voci dei genitori che la chiamavano,
solo sentiva il pianto del corso del fiume, jen jen.
All’alba salutò il Fiume Giallo,
al tramonto dormi sui Monti Neri.
Non sentiva le voci dei genitori che la chiamavano,
solo sentiva il pianto dei cavalli sul Monte Yan, chiu chiu.
L’esercito in guerra percorse grandi distanze,
e superò come in volo i passi montani.
Il vento del Nord trasportava clangore di armi,
la luce fredda invernale si rifletteva sulle ferree armature.
Generali morirono in cento battaglie,
valorosi soldati tornarono a casa dopo dieci anni.
Al suo ritorno vide il Figlio del Cielo,
il Figlio del Cielo che risiedeva nel Palazzo Splendente.
Rifiutò promozioni di dodicesimo grado,
premi da oltre centomila,
alla domanda del Khan espresse il suo desiderio:
“A Mulan non serve una carica ufficiale,
vorrebbe una cavalcatura veloce,
per tornare presto alla sua casa”.

Il padre e la madre, udito il ritorno della figlia,
uscirono dalla valle sostenendosi a vicenda.
La sorella minore, udito il ritorno della sorella,
la attese ornata di rosso sulla porta di casa.
Il fratello minore, udito il ritorno della sorella,
affilò il coltello e uccise maiali e capre.
“Apro la porta della mia camera orientale,
riposo sul letto della mia camera occidentale.
Mi tolgo la divisa del tempo della guerra,
riprendo le vecchie sembianze.
Alla finestra acconcio i capelli,
davanti allo specchio mi cospargo della polvere del fiore giallo.
Esco dalla porta, vedo i miei vecchi compagni che sussultano sorpresi”.
“Con noi ha passato dodici anni,
non sapevamo che Mulan fosse una donna”.
Le zampe della lepre maschio saltano veloci,
gli occhi della lepre femmina sono confusi e turbati.
Se due lepri corrono insieme,
chi potrà più riconoscere se sono maschio o femmina?»
A Mulan è stato dedicato un cratere di 24 km di diametro sul pianeta Venere.

Imperatrice Wu Zetian.
Immagine tratta da un album del XVIII secolo di ritratti di 86 imperatori della Cina,
con note storiche cinesi

L’antica Cina con il suo rigido sistema patriarcale ha un’unica donna che può definirsi imperatrice a tutti gli effetti: il suo nome è Wu Hou, conosciuta anche come Wu Zetian. Nata nel 624 da un piccolo ma valente funzionario militare, all’età di quattordici anni è ammessa come concubina nel prestigioso gineceo imperiale. È dotata di una formazione e di una cultura di tutto rispetto. Ha studiato i testi classici, sa di poesia, di musica, di filosofia, conosce la storia del suo paese e le condizioni politiche del tempo. Entrata nel prestigioso gineceo imperiale, benché l’imperatore non si occupi di lei, gode di uno status sociale privilegiato e può continuare a dedicarsi ai suoi studi.
Alla morte dell’imperatore Taizong, nel 649 è costretta a ritirarsi in un monastero buddhista, come è prescritto per tutte le concubine e consorti imperiali che non hanno dato figli all’imperatore defunto. Continua i suoi studi e, inoltre, approfondisce la sua conoscenza del buddhismo, finché il giovane imperatore Gaozong, che sicuramente l’ha già conosciuta quando faceva parte dell’harem del padre, compie un gesto senza precedenti: la fa richiamare dal convento e la nomina sua prima concubina. Gli darà sei figli su dodici da lei partoriti. Inevitabilmente si scatenano invidie, intrighi e lotte interne di palazzo, ma Wu Hou reagisce con molta autorevolezza, difendendo con ogni mezzo il trono di Gaozong e, implicitamente, la propria posizione di prestigio. Wu, che ha assunto il nuovo nome di Mei Niang, esercitando un ascendente sempre maggiore sull’imperatore dal carattere debole e indeciso, anche grazie alla sua straordinaria cultura e alle spiccate abilità politiche, sale via via di grado nella gerarchia del gineceo imperiale fino a raggiungere l’ambito primo posto e diventare imperatrice nel 655, a 31 anni di età.
Quando nel 665 l’imperatore è colpito da un ictus o, secondo altre fonti da un infarto, e perde parzialmente le sue facoltà, Wu, imperatrice consorte, prende saldamente le redini del potere nelle proprie mani, consentendogli di conservare il trono ancora per quasi vent’anni, cioè fino alla morte avvenuta nel 683. La lotta è molto dura e senza esclusione di colpi tra fazioni all’interno della corte e nel governo. L’imperatrice reggente in nome dell’erede al trono fonda una nuova dinastia, cambia il nome dell’era in Yong Chang (eternità e prosperità), si fa attribuire l’attributo altisonante di «Santa madre e imperatrice divina», ovvero Figlia del Cielo, e per sancire meglio il suo titolo come una missione di origine celeste e sovrannaturale fa creare dal letterato Zong Qin Ke una decina di nuovi caratteri che dovranno sostituire i sinogrammi di origine.
Nel 690 degrada Rui Zong dal titolo di principe ereditario e si proclama “imperatrice della dinastia Zhou”. Muore nel 705, all’età di 80 anni, dopo tre lustri di regno effettivo e incontrastato, e viene sepolta accanto al marito Gaozong vicino alla capitale Chang’an. Wu Zhao, ad ogni modo, è stata accusata di crimini indicibili: in un clima di terrore avrebbe torturato e fatto a pezzi le sue rivali, avrebbe mandato a morte un numero considerevole di ministri suoi oppositori nonché i suoi stessi figli, pur di assicurarsi un potere assoluto.

Nel VII secolo d.C. la principessa cinese Pingyang, figlia del fondatore della dinastia Tang, per aiutare il padre a rovesciare la dinastia Sui, prende le armi e comanda in battaglia un intero esercito di sole donne che conquistano vittoriosamente la capitale di Sui, Chang’an.
L’imperatrice Xiao Yanyan assume il potere a trent’anni nel 982. Quattro anni dopo conduce personalmente il proprio esercito di diecimila cavalieri contro le truppe della dinastia Song e le sconfigge in battaglia, costringendo l’esercito avversario a una precipitosa ritirata. Fa poi castrare un centinaio di ragazzi di etnia Han che erano stati catturati.

Nel suo famoso Milione, redatto sul finire del XIII secolo, Marco Polo descrive «la figlia del re turco Caidu … era chiamata in tartaresco Aigiarne, cioè viene a dire in latino “Lucente Luna”. Questa donzella era così forte che non si trovava persona che vincere la potesse in veruna pruova. E vo’ che sappiate che lo re Caidu si menò questa figlia in più battaglie. E quando ella era a le battaglie, ella si gittava tra li nemici sì fieramente, che non era cavaliere sì ardito né sì forte ch’ella nol pigliasse per forsa; e menavalo via, e facea molte prodesse d’arme».

Dama di corte, dipinto di Zhang Xuan
(VIII secolo)

Nell’antica Cina, dal vestito è possibile determinare lo status sociale di una donna. Le donne povere indossano semplici abiti di cotone o di altri tessuti vegetali, larghi e comodi per lavorare. Quando piove, si usano impermeabili di paglia o di vimini. La famiglia imperiale e le donne nobili vestono esclusivamente abiti di seta pura, ricchi di ricami e decorati con cerchi decorativi, fiori, farfalle, uccelli, nonché storie di opere letterarie. Sono graziose vestaglie dalle maniche lunghe, sotto le quali si intravedono dei pantaloni. Al posto del reggiseno si indossa una giacca stretta e senza maniche con bottoni. A combattere il freddo provvedono avvolgenti mantelli di lana.
Le scarpe sono piuttosto diverse. Inizialmente, si tratta di babbucce in tessuto leggero con cinghie. Poco dopo vengono realizzate calzature dalle alte suole fatte di pelle e tessuto impreziosite da ricami.
Sia le donne che gli uomini rialzano e annodano i capelli sul sommo del capo, dove li stringono e ammassano in un grosso nodo a forma di pentola o di ciotola fissandoli con spilloni e preziose forcine. «I miei capelli arruffati sfidano il pettine», sospira una donna in una vecchia canzone. Per le ragazze la nubilità comincia a quindici anni. «La fanciulla, appena nubile, è dichiarata maggiorenne – scrive Marcel Granet ne La civiltà cinese antica – e le viene imposto un nome nuovo, nel corso di una cerimonia in cui deve cambiare pettinatura perché riceve allora uno spillone da capelli»

La pettinatura cinese tradizionale destinata a rimanere immutata per secoli

Le donne, quando non si imparruccano, mostrano superbe acconciature che sono autentici capolavori di artigianato, alte architetture di testa per le quali gli spilloni sono accessori indispensabili. Le caratteristiche dell’acconciatura restano pressoché immutate per secoli, come del resto in Cina tutti i cambiamenti avvengono con la massima lentezza quasi che il tempo sembra fermarsi. Di generazione in generazione le dame innalzano al cielo scenografiche impalcature di capelli simili a “fosche nuvole lucenti”, come si legge in una poesia.
«Due perle e un pettine di tartaruga
glieli voglio mandare dentro un astuccio di giada», rivela un anonimo poeta del I secolo dopo Cristo.
E Ch’in Chia, cento anni dopo, scrive:
«Forcelle preziose fanno brillare la testa,
specchi chiari riflettono la bellezza».

Marco Polo si incanta a vedere per le strade di Kinsai le più belle donne del mondo (bontà sua!) languidamente ondeggianti nei loro vaporosi abiti ricamati, con fermagli di giada nei capelli e orecchini che oscillano fin sulle guance. Una vera meraviglia…
L’autore di Chin P’ing Mei, un romanzo del XVI secolo, vanta di Loto d’Oro «le folte e cupe trecce attorcigliate sul capo in un pesante nodo», trattenute ora da «un pettine birichino infilato dietro il nodo» ora da «una freccia di lucido oro messa di traverso», e decanta «le ondate di effluvi che si sprigionano dalle profondità della capigliatura».

Le donne tengono in gran conto il trucco benché il saggio vecchio Confucio giudichi immorale una donna che cerca di apparire bella ricorrendo all’artificio. Nella Ballata di Magnolia, una signora «davanti allo specchio / si aggiusta un fiorellino artificiale / e si tinge lievemente la fronte di giallo». Altrove, all’alba l’innamorata attende l’innamorato e vuol farsi trovare acqua e sapone, «senza tingersi le ciglia». Alla corte dei Ming (1368-1644), dove vige la più rigida etichetta, sul più alto gradino della scala gerarchica stanno le dame che hanno le unghie più lunghe e meglio laccate.

In copertina. Zhang Xuan, XII secolo, Dame Guoguo che vanno a fare una passeggiata a cavallo (particolare), Museum of Fine Arts, Boston.

***

Articolo di Florindo Di Monaco

Florindo foto 200x200

Docente di Lettere nei licei, poeta, storico, conferenziere, incentra tutta la sua opera sulla Donna, esplorando l’universo femminile nei suoi molteplici aspetti con saggi e raccolte di poesie. Tra i suoi ultimi lavori, il libro La storia è donna e le collane audiovisive di Storia universale dell’arte al femminile e di Storia universale della musica al femminile.

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