Mascolinità tossica

Tutte e tutti, almeno una volta, abbiamo sentito parlare della cosiddetta «mascolinità tossica».

Vediamo di capire cosa si intende con questo termine e che influenza ha nella società in cui viviamo.

Il termine proviene dagli anni Ottanta, in cui lo psicologo Shepherd Bliss cominciò a studiare diverse forme di mascolinità e comportamenti comuni e meno comuni tra gli uomini. «Mascolinità tossica» fu coniato per descrivere la condizione di una figura maschile improntata sulla forma mentis della società tipicamente patriarcale: l’uomo vero è un uomo forte, che non si abbatte mai, non piange, non si comporta da “femminuccia”, fa i lavori da uomo, protegge la sua donna e non ha bisogno di aiuto. Quella che Bliss chiamò “toxic masculinity” serve quindi a racchiudere quei comportamenti considerati “da uomo” che sbarrano la strada a fragilità, insicurezze e vulnerabilità. Ed è così che l’uomo è tale solo secondo un certo canone geometricamente definito. A questa fittizia perfezione comportamentale si affianca quella fisica, descritta da modelli plastici che fanno del corpo maschile una statua greca a cui aspirare senza indugio alcuno.

Nonostante ci sia stato negli ultimi anni un notevole progresso su questi temi, è innegabile la presenza ancora fortemente radicata in molti luoghi, dai grandi paesi alle piccole famiglie, di una prorompente mascolinità tossica, la quale non solo è dannosa per gli uomini stessi, ma anche per le donne: se da una parte si ha l’immagine di un uomo imbattibile, dall’altra c’è la proiezione di una donna che va protetta, che è adatta a certe professioni e non ad altre, che ha valore solo se affiancata al suo uomo. Affermare che l’uomo non possa essere fragile e che la donna non possa essere forte e autonoma è una componente centrale della mascolinità tossica, che vede nella virilità del maschio la sua ragione d’esistenza.

Ma che cos’è la virilità?

«Virilità» deriva da vir, termine latino per riferirsi all’uomo in quanto essere maschile. Vir affonda le sue radici in vis (vis, roboris), «forza», sostantivo dal quale derivano sia virus che virtus. La mascolinità tossica agisce sul vir trasformando la sua forza fisica in un «virus», che trovate sul vocabolario di latino come «veleno», «cattivo odore». Seguire lo stereotipo ideale di un uomo forte e invincibile proposto dalla società patriarcale significa ammalarsi di un virus che lentamente entra nella nostra mente e nel nostro corpo. E ne fa un artificio privo di vita, di emozioni, costruisce l’immagine di un uomo che smette di essere tale quando piange, quando si sente incompreso, quando è debole. Un virus che attacca ed è tossico, come una droga; per sentirci forti cominciamo a usare la nostra forza fisica e ne diventiamo dipendenti, ne abusiamo, finché l’overdose di quel prototipo ne fa pagare le conseguenze, facendo male agli altri e a se stessi.

Dall’altra parte abbiamo la virtus, che viene descritta come «eccellenza», «valore», «virtù». Questa è colei che fa di un uomo un vero vir, che elargisce una virilità sana, vera. Un uomo pieno di virtus è un uomo sicuramente forte e coraggioso, ma non per questo smette di essere tale quando piange e rivela le sue fragilità. È un uomo che non vede in una donna un essere debole da proteggere e da sottomettere, ma un altro essere umano da comprendere, amare. Un uomo pieno di virtus guarda gli altri viri nella loro anima, non si ferma alle apparenze, non li giudica se portano la barba o lo smalto, ciò che per lui conta è che portino rispetto e pace.

Nonostante l’esempio di vir associato a vis possa far pensare a una cultura classica misogina, gli esempi scritti ne dimostrano in gran parte il contrario. Ettore sa di doversi misurare con la guerra per fuggire l’aidòs, la vergogna, perché sa che non verrebbe considerato un vero uomo se si sottraesse a tale gara di violenza. Eppure è di fronte ad Andromaca che riconosciamo il vero Ettore: un uomo che si commuove quando vede il piccolo Astianatte spaventarsi alla vista del suo elmo. Un uomo che si mostra vulnerabile solo agli occhi di chi ascolta l’Iliade.

Ulisse, quando è ospite alla reggia di Alcinoo sull’isola dei Feaci, Scheria, partecipa al banchetto organizzato dal re per lui. L’aedo Demodoco intrattiene alcuni amici di Nausicaa e Ulisse con un canto, nel quale comincia a narrare le gesta di Ulisse e dei suoi compagni. Il forte e vigoroso Ulisse si morde le labbra; cerca di resistere, si trattiene per qualche secondo; cerca di esitare ancora, di sopprimere l’istinto; non riesce, si accorge del pianto che è più forte di lui, abbassa il capo, si nasconde; le sue braccia possenti cercano di coprire le guance che ormai si sono bagnate di lacrime genuine.

Alcinoo se ne accorge, è un re con un grande cuore, sa che non giudicherebbe mai quel naufrago se si mostrasse commosso, e quindi lo chiama per nome; Ulisse solleva il capo: ed è lì che si rivela in tutta la sua umanità. È lì che si vede il vero Odisseo, che scoppia nel pianto al ricordo dei suoi compagni. Compagni che non si fermano a rematori, guerrieri, braccia per lavorare, sono veri e propri amici. Esseri umani sottratti alla vita dal fatale destino, nel nome della guerra e della gloria. La fragilità di Ulisse rivelata davanti ai Feaci è quella che lo rende davvero umano, davvero uomo.

Gli esempi classici ci insegnano che la mascolinità non è tale nel momento in cui ignora il dolore, bensì nell’attimo in cui è capace di versare lacrime senza trattenerle nel nome di inutili coperture. Gli antichi vivono in una società difficile, costellata di figure maschili ideali scolpite nella virile roccia; ma sanno bene che il pianto, questa reazione naturale di fronte alle fortune avverse, non può essere occultato neanche dal più valoroso degli eroi. Comprendono il fascino della fragilità, sinonimo dell’umanità pura e genuina, senza maschere e senza genere.

Come renderci dunque immuni dal virus e incontrare la dea Virtus che vive in ognuno di noi?

Vaccinandoci contro l’ignoranza, ascoltando la voce di ciò che sentiamo davvero nel nostro cuore, senza farci intrappolare dalle illusioni plastiche di una società che predilige la perfezione esteriore alle nostre anime. Questo non significa trascurare la salute del nostro corpo o restare inerti senza cambiare ciò che non ci piace, bensì essere sinceri con noi stessi e non aver paura di mostrare le nostre fragilità e insicurezze. Solo con il rispetto verso gli altri possiamo disintossicarci da qualsiasi mentalità retrograda che intende plasmarci a suo piacimento.

Perciò siate immuni: siate Ettore, siate Alcinoo, siate Ulisse.

***

Articolo di Francesco Ferrario

Sono studente del quinto anno di Liceo classico. La grandezza dei classici e gli esempi dell’antichità riescono ancora a stupirci nel presente; un presente che crediamo autentico, ma che è in realtà frutto di una continua evoluzione che comincia nel passato, scritto nell’anima di ogni essere umano.

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