Oscar “Papa” Celestin, l’entertainer di New Orleans

New Orleans è da sempre un crogiuolo di comunità, di culture e di lingue, epicentro di commerci marittimi e fluviali; una città però rigidamente divisa in caste: una legge del 1894 assimila i creoli di colore ai neri, fatto che accentua ancor più, se possibile, la competizione esistente tra i vari gruppi etnici.

È una delle tante ipotesi, valida al pari di altre, che l’incontro tra le comunità rivali abbia prodotto quella musica che oggi chiamiamo jazz. Da una parte musicisti bianchi e creoli più raffinati, in grado di leggere la musica, con alle spalle una tradizione anche sinfonica; dall’altra i neri, in genere musicalmente analfabeti, ma costretti proprio dalla minore competenza come musicisti a creare con i loro strumenti nuove strade espressive, spesso partendo proprio dal blues, «supplendo con l’improvvisazione − come sottolinea Giorgio Lombardi nel suo splendido volume New Orleans Chicago New York. Retrospettiva sul jazz tradizionale alla ricerca di un patrimonio da salvare, De Rubeis, 1993 − alla non conoscenza della musica».

All’inizio del XX secolo a New Orleans ci sono diversi tipi di espressione musicale: le “marching brass bands”, vere e proprie bande ingaggiate, per lo più da confraternite e gruppi sociali, per cerimonie, feste, funerali e perfino comizi politici: il loro repertorio è costituito essenzialmente da marce militari, polke, valzer, motivi di origine popolare, qualche ragtime (nulla a che vedere con la produzione colta di uno Scott Joplin, però) e qualcosa di simile a quelli che oggi chiamiamo spirituals.

Ci sono poi le orchestrine che si esibiscono sui battelli a vapore che navigano lungo il Mississippi; i pianisti che intrattengono i clienti negli atrii dei bordelli del quartiere a luci rosse della città, Storyville; e quelle che vengono definite “orchestre di società”. Le più note sono dirette da John Robicheaux, attiva fin dal 1894, e da Armand Piron, l’unica che ci abbia lasciato dei documenti discografici, grazie ai quali si può ascoltare un sound elegante e rilassato, ben diverso da quello dei gruppi coevi formati da musicisti di colore; questa musica è strettamente imparentata con il ragtime e i componenti, bianchi francofoni, si esibiscono per la borghesia della città. C’è poi il loro equivalente costituito da musicisti creoli, sia di colore che di sangue misto, ma pure bianchi (si noti che la definizione “creolo” non si riferisce alla cosiddetta etnia, ma alla condizione sociale, alla cultura e all’appartenenza a famiglie presenti sul territorio prima che la Louisiana entrasse a far parte degli Stati Uniti); anche molti di questi sono francofoni: uno di loro è Oscar “Papa” Celestin. La loro musica, più o meno raffinata, costituisce il cosiddetto “Downtown style”, dal nome del quartiere della città dove principalmente operano, e deriva dal ragtime.

Il blues e il jazz sono considerati materiale poco nobile, suonato e apprezzato dai gradini più bassi della scala sociale: neri, ebrei e italiani. Lo si può ascoltare solo nelle bettole di Uptown. È quello che viene definito lo stile “sloppy” di New Orleans: primitivo, caotico, privo di rifiniture; non si tratta di improvvisazioni collettive, come nel jazz vero e proprio, quanto di ripetizioni con abbellimenti della melodia.

Oscar Celestin nasce il 1° gennaio 1884 a Napoleonville, un luogo che è ambizioso definire “città”, sito a metà strada tra Baton Rouge e New Orleans, trenta miglia circa a nord-ovest della metropoli. La località deve il suo nome a un soldato che aveva combattuto con Napoleone Bonaparte, ma si è costituita come comunità solo pochi anni prima della nascita del futuro musicista e conta poche centinaia di abitanti.

Oscar è il minore di tredici fratelli, in una famiglia estremamente povera: il padre è tagliatore di canna da zucchero; il ragazzo, appassionato di musica, cerca di imparare, senza successo, a suonare la chitarra. Un giorno il padre lo porta su uno dei battelli che navigano sul Mississippi e lui resta folgorato dall’esibizione del trombettista dell’orchestra di bordo: il suo sogno diventa realtà quando il proprietario della piantagione, nella quale lavora il padre, dona al proprio lavorante una tromba, per quanto usata e malconcia, da regalare al figlio più piccolo.

Oscar Papa Celestin (in primo piano) in un’immagine giovanile, intorno al 1910 (fotografia di autore non noto)

Lui impara come può, da solo, e comincia a esibirsi in occasione di feste e picnic; la madre non condivide la sua passione e lo spinge a cercarsi un lavoro regolare: così Oscar va a fare il cuoco, per due anni, presso le ferrovie della Texas & Pacific Railway. A vent’anni, però, tenta l’avventura a New Orleans, mantenendosi come scaricatore di porto ma trovando il modo di suonare con altri giovani emergenti di quel periodo, da Joe Oliver − non ancora “King” − a Bunk Johnson e Jelly Roll Morton.

Nel 1910 trova un ingaggio alla Tuxedo Dance Hall, uno dei pochi cabaret del quartiere a luci rosse di Storyville che assuma un’intera orchestra; il locale viene chiuso definitivamente dalla polizia la domenica di Pasqua del 1913, quando il proprietario della Tuxedo Hall e quello di un locale concorrente si fronteggiano in uno scontro a fuoco per strada, morendo entrambi per le ferite riportate; in memoria di quel cabaret Oscar cambia il nome alla propria orchestra.

Nel suo fondamentale volume Jazz: New Orleans 1885-1957 (Belleville, 1958),lo studioso e critico musicale Samuel B. Charters sostiene che Celestin «era, nei suoi anni d’oro, uno dei più grandi trombettisti operanti nella città del Delta. Oltre che un’eccellente prima tromba, dall’attacco possente e dal notevole volume sonoro, Celestin fu uno specialista della sordina, con la quale era in grado di cesellare mirabili assoli ricchi di pathos». In realtà, da quello che è possibile ascoltare, è difficile dare credito a queste affermazioni: limitato tecnicamente, di norma il leader ha nella sua band un secondo trombettista, al quale sono affidate le parti più vicine al jazz e al blues, mentre lui si esibisce nelle melodie più sentimentali. Uno dei primi trombettisti ad affiancarlo è l’allora giovanissimo Louis Armstrong, prima che “King” Oliver lo convochi a Chicago, la città nella quale il famoso musicista e cantante inizia la sua folgorante carriera.

La Original Tuxedo ha occasione di incidere una serie di brani tra il 1925 e il 1927, in uno stile a cavallo tra il “Downtown” e lo “sloppy”, brani che restano una delle rare testimonianze della musica suonata a New Orleans in quegli anni, visto che i musicisti migliori, a cominciare proprio da “King” Oliver e Armstrong, se ne sono andati a cercare fortuna altrove e che la città del Delta, e la Louisiana in genere, sono per l’industria discografica realtà marginali.

Original Tuxedo Jazz Orchestra: Oscar Papa Celestin è il terzo da sinistra (fotografia di autore non noto)

Il 23 gennaio 1925 i tecnici inviati a New Orleans per conto della nota etichetta OKEH registrano, con uno studio mobile, tre pezzi sotto il nome di Original Tuxedo Jazz Orchestra: Careless love e Black rag sono pubblicati sul 78 giri OKEH 8198; Original Tuxedo rag su OKEH 8215, accoppiato al brano Papa de da da cantato da Eva Taylor con l’accompagnamento dei Blue Five guidati dal celebre pianista e compositore Clarence Williams. In questa occasione il secondo trombettista, cui sono riservati gli interventi più tipicamente jazzistici, è il veterano Luis “Kid Shots” Madison.

Altri dodici brani, registrati tra il 13 aprile 1926 e il 13 dicembre 1928, sono pubblicati su sei 78 giri con etichetta Columbia. Un brano in particolare, My Josephine, abbinato a Station calls (sul 78 giriColumbia 636-D), sarà un piccolo successo discografico: contiene una delle migliori performance di Celestin, un assolo con sordina, paragonabile a quelli del tardo “King” Oliver, con le note che sembrano conquistate una per una a dispetto delle difficoltà − tecniche per il primo, causate da problemi di salute per il secondo − che danno alla sofferta esecuzione un notevole pathos; nello stesso brano c’è un curioso commento di sax contralto al cantato di Charles Gills, eseguito da Paul “Polo” Barnes, autore del pezzo, con uno stile “saltellato” incredibilmente simile a quello utilizzato da clarinettisti e sassofonisti nell’ambito del liscio romagnolo. Può anche darsi che non sia un caso, vista la presenza in città di una notevole comunità di italiani immigrati, tra i quali molti musicisti.

Barnes merita due parole in più: classe 1901, membro di una famiglia di strumentisti (il fratello maggiore Emil è un clarinettista assai apprezzato in città), inizia a diciotto anni a suonare il sassofono, strumento all’epoca poco diffuso; nel 1922, insieme al chitarrista Lawrence Marrero − altro membro di una famiglia legata alla musica − Paul forma la Original Diamond Band, che poi cambierà nome (un omaggio? un modo per farsi pubblicità?) in Young Tuxedo Band. Successivamente Barnes lascia New Orleans e inizia una discreta carriera lavorando e registrando con Chick Webb, “King” Oliver e Jelly Roll Morton; dal 1946 al 1951 tornerà a suonare con Celestin e proseguirà la sua attività tra alti e bassi, compresi tre anni su un battello a vapore a Disneyland, fino alla morte nel 1981.

Altri brani notevoli della Tuxedo sono It’s jam up, registrato il 25 ottobre 1927, con un bel dialogo delle due trombe, del leader e di Guy Kelly, e The sweetheart of T.K.O., versione jazzistica dell’inno della potente confraternita Tau-Kappa-Omega, che reagisce male, trovando questa versione del proprio inno ufficiale scandalosa. Di fatto, forse non del tutto casualmente, l’orchestra di Celestin non incide altri dischi e la carriera del bandleader va man mano deteriorandosi, al punto da costringerlo a riprendere il lavoro di scaricatore di porto.

Nel dopoguerra, Oscar, sull’onda del successo di quello che viene definito “New Orleans revival”, forma una nuova Tuxedo, comprendente i suoi vecchi compagni Paul Barnes e Ricard Alexis (curiosa figura di musicista eclettico capace di esibirsi sia alla tromba che al contrabbasso), il veterano clarinettista Alphonse Picou e altri, diventando la stella fissa di un locale chiamato Paddock Lounge, uno dei celebri ritrovi di Bourbon Street nel French Quarter.

Oscar Papa Celestin e Alphonse Picou fotografati nel 1950 da Stanley Kubrick

Registra anche una serie di dischi, né migliori né peggiori di tanti altri incisi nell’ambito del “New Orleans revival” e nel 1954 ottiene un discreto successo commerciale con un brano, da lui cantato, dedicato alla celebre Marie Laveau, alla quale, per fama e alone di mistero, è attribuito il titolo di “Regina del voodoo”.

There lived a conjure-lady, not long ag
In New Orleans, Louisiana, named Marie Laveau.
She made a fortune selling voodoo and interpreting dreams.
She was known throughout the nation as The Voodoo Queen.
Folks came to her from miles and miles around,
she showed them how to put that voodoo down;
to the voodoo lady they would go rich, educated, ignorant and poor:
she’s snap her fingers and shake her head
then tell’em ‘bout their lovers, livin’ or dead.

[Viveva, non molto tempo fa a New Orleans, Louisiana, una evocatrice di nome Marie Laveau. Ha fatto una fortuna vendendo voodoo e interpretando i sogni. Era conosciuta in tutta la nazione come la Regina del voodoo. La gente veniva da lei da miglia e miglia intorno, lei ha mostrato come vendere quel voodoo; dalla signora del voodoo sarebbero andati ricchi, istruiti, ignoranti e poveri: schiocca loro le dita e scuote loro le teste, poi parla dei loro amanti, viventi o morti].

L’entertainer di New Orleans si esibisce come cantante al Paddock Lounge, nei primi anni Cinquanta (fotografia di autore non noto)

Subito dopo aver registrato questo successo, Oscar Celestin si ammala gravemente e da allora non suona più una nota; muore poco dopo, nella sua casa di New Orleans, il 15 dicembre 1954.

Si racconta che il suo funerale sia stato uno dei più seguiti della città, con circa diecimila persone in corteo e due “brass band” a eseguire, lungo il tragitto, il repertorio tradizionale riservato a queste occasioni.
Oscar “Papa” Celestin non è stato un grande trombettista, ma uno dei personaggi più amati dalla comunità di New Orleans, un emblema cittadino attraverso i decenni, un eccellente bandleader e un simpatico entertainer, come si evince dall’unica testimonianza video che ci è pervenuta.

In copertina. Oscar Papa Celestin al Paddock Lounge di New Orleans, nei primi anni Cinquanta (fotografia di autore non noto).

***

Articolo di Roberto Del Piano

RobertoDelPiano

Bassista (elettrico) di estrazione jazz da sempre incapace di seguire le regole. Col passare degli anni questo tratto caratteriale tende progressivamente ad accentuarsi, chi vorrà avere a che fare con lui è bene sia avvertito.

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