Stupri di guerra e aborti negati in Polonia: una riflessione

Da settimane immagini e racconti provenienti dall’Ucraina devastata dalla guerra scorrono davanti ai nostri occhi. Civili uccisi, fosse comuni, donne stuprate, bambine/i torturati e strappati alle famiglie: crimini contro l’umanità, che qualcuno sta cercando persino di mettere in dubbio.
Ma la voce di chi sopravvive è forte e chiara e annienta qualunque negazionismo.
La maggior parte di chi cerca un rifugio sicuro è rappresentata da donne e minori, per lo più accolti/e in Polonia, Paese della civile Unione Europea, che dovrebbe tutelare i diritti umani e proteggere chi fugge dal conflitto. Ma è davvero così?
Diverse donne arrivate in Polonia stanno affrontando un dramma che tutti i giornali ci hanno reso noto pochi giorni fa: violentate dai soldati russi e rimaste incinte, non possono abortire, poiché la legge polacca non lo permette. I titoli sono sempre gli stessi: «le donne ucraine vittime due volte: dello stupro e del divieto di abortire».

Dopo una sentenza della Corte Costituzionale del 2020, la Polonia ha cancellato la possibilità di interrompere la gravidanza in caso di grave malformazione fetale e ad oggi permette l’aborto solo in caso di stupro, incesto o pericolo di vita per la gestante.
Ma cosa significa poter abortire in caso di violenza sessuale? Come si accerta che una gravidanza sia frutto di uno stupro? In tempo di guerra, documentare gli stupri di massa e provarli in pochi giorni, prima che scada il termine per abortire, è praticamente impossibile. Molte vittime, ancora traumatizzate, si rifiutano di parlare di quanto accaduto: costringerle a denunciare è controproducente, poiché può costituire un nuovo trauma.
Alcune psicologhe che assistono le profughe ucraine hanno riferito che nessuna sopravvissuta dichiara di essere stata violentata, ma che i moduli di richiesta di aiuto sono pieni di frasi come «la vita non ha senso», «non riesco a dormire», «odio il mio corpo», «ho pensieri suicidi». L’ammissione della violenza avviene solo in un secondo momento ed è davvero molto difficile per le donne raccontare l’orrore.

Ora l’informazione si preoccupa di rendere noto che l’ingiustizia non sta nel proibire l’aborto, bensì nel vietare l’aborto a donne vittime di violenza, come a sottintendere che il diritto di abortire non debba valere per tutte, ma solo per una fascia ristretta di popolazione. È spiazzante dedurre che le donne polacche sono da considerarsi cittadine europee di serie b, in quanto da anni si vedono negare il diritto di abortire e lo fanno clandestinamente o all’estero e nessuno ha mai mostrato alcuna indignazione o attenzione, mentre ora la questione è diventata cruciale.
La scelta di interrompere la gravidanza dopo una violenza viene quasi “condonata”, le donne sono “graziate” dalla pena di essere etichettate come assassine, dato che non si può infliggere loro un ulteriore abuso, costringendole a partorire il frutto di uno stupro. In poche parole lo scotto da pagare per sentirsi libere di abortire è quello di essere violentate.

Dato che buona parte dei Paesi che non permettono l’aborto in ogni circostanza, lo rendono però legale in caso di violenza sessuale, è opportuno fermarsi a riflettere. Chi sostiene la tesi che l’aborto in caso di stupro possa essere “giustificato” sta di fatto affermando che il corpo delle donne deve prima essere violato per riuscire ad accedere a un diritto, ovvero quello dell’aborto. Se si riconosce l’aborto come un diritto non si può decidere a quale parte della popolazione attribuirlo: i diritti sono tali e riconosciuti a ogni persona in quanto appartenente al genere umano. Concedere dei diritti ad alcune persone e non ad altre si chiama discriminazione.
L’opinione pubblica è stata destata in questi giorni e messa di fronte al fatto che il divieto di aborto in Polonia colpisce le profughe ucraine, mentre la violazione dei diritti delle donne polacche è passata in sordina e ci è voluta una guerra e degli stupri di massa per far comprendere l’importanza di garantire la facoltà di scegliere di interrompere una gravidanza.
Parlare di aborto in questi termini e considerarlo lecito solo in caso di stupro è un’ulteriore violenza nei confronti delle donne.

D’altro canto anche vedere l’aborto come unica soluzione dopo una violenza è stigmatizzante, poiché ci sono vittime che potrebbero invece optare per scelte differenti e non per questo si deve pensare che il loro dolore sia meno autentico di chi decide di abortire.
Il corpo delle donne è da sempre terreno di conquista e campo di battaglia: questo ci insegna la storia. E ci dimostra tristemente che la guerra contro le donne si compie ogni giorno, negando loro dei diritti fondamentali, come quello all’autodeterminazione, all’assistenza sanitaria, all’integrità psico-fisica e anche all’aborto.

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Articolo di Elisabetta Uboldi

Laureata in Ostetricia, con un master in Ostetricia Legale e Forense, vive in provincia di Como. Ha collaborato per quattro anni con il Soccorso Violenza Sessuale e Domestica della Clinica Mangiagalli di Milano. Ora è una libera professionista, lavora in ambulatorio e presta servizio a domicilio. Ama gli animali e il suo hobby preferito è la pasticceria.

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