La lingua in gioco. Pratiche educative di Ersilia Zamponi 

Nella riflessione linguistica contemporanea, il termine ludolinguistica designa quell’ambito di studi che si occupa dei giochi di parole intesi non come semplice intrattenimento, ma come strumenti di esplorazione formale, estetica e cognitiva della lingua. Come ricorda la definizione proposta dall’Enciclopedia Treccani, la ludolinguistica studia e promuove attività linguistiche “in chiaro”, fondate sulla manipolazione consapevole del linguaggio, con finalità ludiche ma anche educative, particolarmente significative nell’apprendimento della lingua madre e delle lingue seconde. Anagrammi, acrostici, palindromi, lipogrammi, testi “rivoltati” e giochi combinatori diventano così occasioni privilegiate per sviluppare competenze linguistiche profonde, attenzione alla forma, gusto per la parola e capacità metalinguistica.

È all’interno di questo orizzonte teorico e pratico che si colloca l’opera di Ersilia Zamponi (Omegna, 1940 – ivi, 3 agosto 2025), studiosa ancora poco valorizzata nel panorama pedagogico italiano, il cui contributo in ambito scolastico si rivela oggi di straordinaria attualità. Insegnante, saggista ed educatrice, Zamponi ha dedicato l’intera vita professionale alla scuola, trasformando l’aula in un laboratorio permanente di sperimentazione linguistica e creativa. Nata e cresciuta a Omegna (Verbano-Cusio-Ossola), la stessa città di Gianni Rodari, ha raccolto l’eredità pedagogica di quest’ultimo traducendo le intuizioni della Grammatica della fantasia in pratiche didattiche sistematiche, rigorose e profondamente democratiche. 

Alla base della sua “officina scolastica” vi è l’idea che la lingua non è un codice ermetico da tramandare, ma un materiale vivo da esplorare, smontare e reinventare. Nei suoi percorsi didattici, il gioco non rappresenta una pausa dal “vero” apprendimento, bensì la sua forma più autentica. Attraverso i giochi linguistici, Zamponi restituisce a bambini e bambine, a ragazzi e ragazze il piacere di pensare, di tentare, di sbagliare, di ricominciare, riconoscendo alla fantasia una funzione conoscitiva e non evasiva

Alla sua formazione intellettuale ha contribuito — oltre alle intuizioni di Rodari — Giampaolo Dossena, studioso e divulgatore del gioco linguistico, con il quale la studiosa intrattenne un intenso e fecondo scambio epistolare, che alimentò lo sviluppo successivo di tutte le idee e le ricerche sui giochi con le parole. Le rubriche di Dossena, pubblicate per anni su Tuttolibri (supplemento del quotidiano La Stampa), offrirono all’insegnante piemontese non solo modelli e suggestioni, ma anche un costante confronto critico. Da questo dialogo nacque una concezione della ludolinguistica come pratica educativa polivalente, capace di coniugare piacere e fatica, libertà e regola, intuizione e metodo. 

La sintesi più compiuta di tale esperienza è rappresentata dal volume I draghi locopei. Imparare l’italiano con i giochi di parole (Einaudi, 1986), il cui titolo è esso stesso un anagramma dell’espressione “giochi di parole”. Il libro raccoglie materiali, testi e produzioni realizzate nei corsi di giochi linguistici attivati da Zamponi nella scuola media di Crusinallo, intitolata significativamente a Gianni Rodari. Come sottolinea Umberto Eco nella prefazione, queste attività vanno ben oltre il gioco fine a sé stesso: per rovesciare il senso di un testo, per manipolare consapevolmente una struttura linguistica, è necessario comprenderla a fondo. In questo modo, la ludolinguistica diventa una forma alta di educazione al pensiero critico. 
Accanto a I draghi locopei, un altro testo emblematico della Nostra è Calicanto. La poesia in gioco, scritto con Roberto Piumini, dove la poesia viene restituita alla sua dimensione originaria di invenzione, ritmo e sperimentazione.

L’originalità dell’approccio di Ersilia Zamponi risiede anche nella sua capacità di progettare esperienze educative complesse e partecipative. Iniziative come la Cooperativa Libromagia o le Edizioni Falco, piccola casa editrice scolastica autogestita da studenti, testimoniano una visione della scuola come comunità culturale attiva, in cui leggere, scrivere e pubblicare diventano gesti collettivi e responsabilizzanti. La lingua, in questo contesto, si configura come spazio di cittadinanza, inclusione e riconoscimento reciproco; tali pratiche, così, assumono oggi un valore ancora più significativo in classi sempre più plurali, dove il gioco linguistico si rivela uno strumento potente pure per l’inclusione di alunni e alunne con background migratorio.

L’eredità pedagogica di Ersilia Zamponi non si esaurisce nella riflessione teorica o nella memoria delle sue opere, ma continua a generare pratiche educative vive e riproducibili nel contesto scolastico contemporaneo. In questa prospettiva si colloca l’esperienza di ricerca-azione didattica che ho personalmente progettato e realizzato nel mese di giugno 2025, all’interno di un percorso di ludolinguistica della durata complessiva di trenta ore, rivolto alle classi IV e V della scuola primaria ‘Carolina Senatore’ di Scafati (SA). Il progetto si è svolto in collaborazione con l’Università degli Studi di Salerno e sotto il coordinamento scientifico del prof. Giovanni Savarese, con l’obiettivo di promuovere la lettura e lo sviluppo della creatività linguistica attraverso un approccio laboratoriale ispirato esplicitamente alla lezione rodariana e, in modo particolare, all’esperienza educativa di Ersilia Zamponi.

Il percorso, diviso in otto incontri strutturati come spazi di esplorazione linguistica, ha coinvolto 25 alunne/i e si è posto l’obiettivo di superare alcuni luoghi comuni ancora diffusi nella scuola primaria: l’idea della grammatica come ambito rigido e normativo, separato dall’immaginazione, e la convinzione che la fantasia sia un’attività accessoria, priva di valore cognitivo. Al contrario, le attività proposte hanno mostrato come il gioco linguistico possa diventare uno strumento privilegiato per sviluppare consapevolezza della lingua, competenze espressive e pensiero critico. Inoltre, la lettura condivisa di alcuni racconti tratti da Favole al telefono di Gianni Rodari, come Tonino l’invisibile e La strada che non andava in nessun posto, ha offerto lo spunto per riflessioni collettive sul valore della fantasia, sul coraggio di scegliere percorsi non convenzionali e sulla possibilità di immaginare alternative al nostro limitato orizzonte quotidiano. In questo senso, la parola letteraria si è trasformata in occasione di dialogo e di rielaborazione personale, secondo una prospettiva pienamente coerente con l’originario credo didattico di Zamponi. 

Accanto alla dimensione narrativa, grande spazio è stato riservato ai giochi linguistici: acrostici, calligrammi, ideogrammi e semplici esercizi di invenzione verbale hanno permesso alle classi di sperimentare la lingua come materia plasmabile, scoprendone le potenzialità combinatorie ed espressive. La lettura del racconto Il giovane gambero ha, inoltre, favorito attività di discussione e rielaborazione sul tema dell’autonomia, della fiducia in sé e della libertà educativa, elementi centrali tanto nella pedagogia di Rodari quanto in quella di Zamponi.

Particolarmente significativa è stata l’esperienza laboratoriale ispirata all’albo illustrato La grande fabbrica delle parole di Agnès de Lestrade, che ha consentito a bambini e bambine di inventare parole, attribuire loro significati, riflettere sul valore simbolico e relazionale del linguaggio. Questa pratica conferma come l’opera e il pensiero di Ersilia Zamponi possano essere oggi pienamente attualizzati nei nostri contesti scolastici, dando vita a laboratori di ludolinguistica capaci di restituire centralità al piacere di apprendere e alla dimensione estetica della lingua. Riproporre le conoscenze e le competenze che ci ha lasciato in eredità la pedagogista non solo è possibile, ma diventa perfino necessario: significa offrire ad alunni e alunne uno spazio di libertà regolata, in cui la lingua non è oggetto di imposizione, bensì strumento di scoperta, di espressione e di appartenenza a una comunità educativa. La sua pedagogia della parola, fondata sul gioco, sulla gratuità e sulla bellezza dell’’inutile’, rappresenta una risposta quanto mai attuale a una scuola spesso schiacciata sull’efficienza e sulla misurazione. Come ricordava lei stessa, ragazzi e ragazze «hanno diritto anche al superfluo»: ed è proprio in quello spazio, ripetiamo, solo apparentemente inutile, che prendono forma il pensiero critico, la libertà e il desiderio autentico di conoscere.

Illustrazione di Linda Leuzzi

Riflettere oggi sulla figura di Ersilia Zamponi, scomparsa da pochi mesi, significa compiere un atto che non è soltanto culturale o pedagogico, ma anche simbolico e civile. In un Paese in cui i nomi delle donne faticano ancora a trovare spazio nella toponomastica e nella memoria pubblica, restituire visibilità a una maestra e operatrice culturale del suo calibro equivale a riconoscere il valore educativo di un lavoro silenzioso ma profondamente generativo. Del resto, la sua esperienza didattica dimostra che l’innovazione pedagogica non nasce necessariamente nei luoghi del potere o delle riforme istituzionali, ma può germogliare nelle aule scolastiche, nella quotidianità dell’insegnamento, attraverso pratiche capaci di restituire dignità al gioco, alla fantasia e alla gratuità del sapere. Zamponi ha insegnato che la lingua non è solo uno strumento di comunicazione, ma uno spazio di libertà, di relazione e di costruzione del pensiero; un luogo in cui ciascuna/o può trovare la propria voce e imparare a riconoscere quella altrui. Perciò, intitolare una strada, una scuola, una biblioteca o un laboratorio linguistico a Ersilia Zamponi non sarebbe un gesto commemorativo fine a sé stesso, ma il riconoscimento formale della pedagogia ludica e creativa, libera dai vincoli dei programmi ministeriali. Significherebbe affermare pubblicamente che l’educazione, la cura delle parole e la creatività linguistica sono beni comuni, fondamenta indispensabili di una cittadinanza consapevole e democratica. Significherebbe, soprattutto, dare un nome e un volto a una tradizione educativa femminile che ha contribuito in modo decisivo, nel secolo scorso, alla formazione di generazioni di studenti, pur rimanendo spesso ai margini della storia ufficiale. La ludolinguistica, così come Zamponi l’ha praticata e trasmessa, ci ricorda che imparare può essere un’esperienza gioiosa, esigente e profondamente umana. È in questa prospettiva che la memoria dell’insegnante di Omegna può continuare a vivere: non come nostalgia, ma come presenza attiva, capace di orientare il presente e di aprire nuove strade — anche simboliche — per l’educazione del futuro. 

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Articolo di Fabiana Esposito

Laureata in Scienze della Formazione primaria presso l’Università di Salerno, è Cultrice della materia in Storia della scuola e Storia della pedagogia. Ha collaborato con diverse istituzioni scolastiche per docenze e progetti educativi e di ricerca, partecipando come relatrice a convegni dedicati ai temi della pedagogia, della storia della scuola e dell’innovazione educativa.

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