In Italia l’educazione sessuo-affettiva continua a essere un tema controverso, spesso rimandato o affrontato in modo frammentario. Eppure, in un contesto sociale attraversato da profonde trasformazioni e da un’emergenza strutturale legata alla violenza di genere, parlare di affettività, consenso e rispetto non è più rinviabile.

Secondo Save the Children, educare alla sessualità e all’affettività significa prima di tutto aiutare bambine/i e adolescenti a conoscere le proprie emozioni, riconoscerle e imparare a gestirle. Parlare di questi temi fin dall’infanzia vuol dire promuovere rispetto, parità e consapevolezza, offrendo alle nuove generazioni strumenti concreti per costruire relazioni sane, libere da stereotipi e dinamiche di sopraffazione.
Numerosi studi dimostrano che programmi avviati fin dalla giovane età sono più efficaci nella riduzione dei comportamenti a rischio e nella prevenzione di abusi e violenze. La ricerca condotta da Save the Children analizza le principali fonti informative a cui i/le giovani si affidano, le strategie di prevenzione dei comportamenti a rischio, il ruolo della famiglia e dei servizi educativi, con un’attenzione specifica alle nuove sfide poste dal digitale nelle relazioni intime. I risultati derivano da un’indagine realizzata in collaborazione con Ipsos su un campione di 800 adolescenti tra i 14 e i 18 anni e 400 genitori con figli e figlie nella stessa fascia d’età, residenti in Italia. I dati mostrano che solo il 47% di adolescenti ha ricevuto un’educazione sessuale a scuola, una percentuale che scende al 37% nel Sud e nelle Isole. Al tempo stesso, il 91% dei genitori intervistati considera utile l’introduzione di percorsi obbligatori di educazione sessuo-affettiva nei programmi scolastici.
Nel contesto europeo, l’educazione sessuale e affettiva è materia curricolare da oltre cinquant’anni. La Svezia l’ha resa obbligatoria già nel 1955, seguita progressivamente da molti Paesi dell’Europa occidentale, tra cui Germania, Austria, Paesi Bassi, Svizzera, Francia, Regno Unito, Spagna, Portogallo e Irlanda. Un percorso lungo, che ha portato a riconoscere l’educazione alla sessualità come parte integrante dello sviluppo della persona, non solo sotto il profilo sanitario, ma anche emotivo, relazionale e sociale.
L’Italia, invece, resta tra i pochi Paesi europei privi di una legge che renda obbligatoria l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole. Eppure il dibattito ha radici lontane. Già all’inizio del Novecento il Ministero della Pubblica Istruzione affrontava il tema in relazione alla prevenzione delle malattie veneree. Dopo il 1968, la riflessione si è ampliata, inserendo la sessualità in un percorso di crescita complessiva della persona. Negli anni Settanta e Ottanta, anche alla luce di importanti riforme — dall’istituzione dei consultori familiari alla legge sull’interruzione volontaria di gravidanza, fino all’emergenza dell’Aids — sono state avanzate numerose proposte di legge, mai giunte all’approvazione definitiva. Gli anni Novanta, segnati da profonde trasformazioni politiche, hanno poi rallentato ulteriormente il processo, mentre la società continuava a cambiare.
Oggi, in un contesto segnato da profondi mutamenti culturali e sociali, il tema è tornato al centro del dibattito pubblico, spesso in modo polarizzato. L’Italia rimane uno dei pochi Paesi europei senza un programma strutturato di educazione sessuo-affettiva, nonostante le raccomandazioni di organismi internazionali come Unesco e Oms, che definiscono questa formazione un diritto alla salute e uno strumento essenziale per contrastare la violenza di genere, la disinformazione e il cyberbullismo. Dove l’educazione sessuale è stata introdotta in modo sistematico, si registrano una diminuzione delle gravidanze precoci e delle malattie sessualmente trasmissibili, una riduzione del gender gap e una maggiore consapevolezza nelle relazioni.

In assenza di una normativa nazionale, sono soprattutto le iniziative dal basso a cercare di colmare questo vuoto. La mancanza di una legge non ha fermato la crescita di una sensibilità diffusa, alimentata dalla società civile, dal mondo della cultura e dell’educazione, che continuano a creare spazi di confronto e formazione capaci di intercettare un bisogno reale, in particolare tra i più giovani.

Un esempio significativo è Visionarie 2025 – Taci, anzi parla. NO alla violenza sulle donne, incontro tenutosi sabato 22 novembre 2025 a Palazzo Merulana in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Nato come hub culturale che intreccia scrittura, cinema e pensiero critico, Visionarie ha ribadito anche in questa edizione il ruolo centrale dell’arte come strumento di trasformazione sociale. La collaborazione tra Palazzo Merulana, la Fondazione Elena e Claudio Cerasi e CoopCulture ha confermato l’importanza degli spazi culturali come luoghi di ascolto, consapevolezza e dialogo, fondamentali per rompere il silenzio che ancora circonda molte forme di violenza.
Al centro dell’incontro, la proiezione del cortometraggio È come sembra, scritto, diretto e interpretato da Anna Foglietta per la Fondazione Una Nessuna Centomila, che racconta con un linguaggio essenziale la normalizzazione quotidiana di dinamiche violente spesso invisibili. Dal dibattito successivo, che ha coinvolto Giuliana Aliberti, direttrice di Visionarie, Celeste Costantino, vicepresidente della Fondazione Una Nessuna Centomila, la scrittrice Lidia Ravera, l’attrice Sofia Iacuitto e Francesca Torre, autrice e co-fondatrice del Collettivo Moleste, è emersa una riflessione condivisa: la violenza non è un dato biologico, ma un prodotto culturale.


È stato sottolineato come l’assenza di un’educazione sessuo-affettiva strutturata nelle scuole lasci i giovani privi degli strumenti necessari per riconoscere il consenso, comprendere le proprie emozioni e costruire relazioni sane. Centrale anche il tema del coinvolgimento del maschile e della necessità di creare spazi di parola nelle scuole, dove ragazze e ragazzi possano raccontarsi e sentirsi ascoltati.



La presentazione del volume Senza legge. Perché l’educazione sessuo-affettiva a scuola è una questione politica ha reso evidente il nodo centrale del dibattito: l’assenza di una normativa non è neutra, ma produce effetti concreti nella vita delle persone. In un Paese in cui la violenza di genere continua a rappresentare un’emergenza strutturale, formare cittadini e cittadine consapevoli non è un’opzione, ma una responsabilità collettiva.
In attesa che la legislatura colmi un ritardo storico, iniziative come Visionarie dimostrano che il cambiamento può partire anche dal basso, dai luoghi della cultura, dall’educazione informale e dal dialogo tra generazioni. Educare alla sessualità e all’affettività non significa indottrinare, ma offrire strumenti per vivere il presente con maggiore consapevolezza, rispetto e libertà.
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Articolo di Veronica Tomaselli

Studente magistrale in Media, comunicazione digitale e giornalismo, laureata in Lettere Moderne presso l’università “La Sapienza” di Roma. Ragazza estroversa, a cui piace leggere romanzi e con una grande passione per la scrittura che coltiva fin da piccola. Il sogno di diventare giornalista per dar voce a chi viene relegata/o nell’ombra.
