Maria Ludovica Gonzaga Nevers. La Prawdziwa Rzadziocha.

C’era una volta. Questa storia sarebbe potuta iniziare così. C’era una volta una principessa, un re lontano, un regno esteso e molto potente. C’era una volta un matrimonio, dei nemici da sconfiggere, una terra da salvare.

Sì, il c’era una volta potrebbe davvero essere l’inizio perfetto. Peccato, però, che non si sta parlando di fiabe. La principessa, il re, il matrimonio, il regno, i nemici: tutto questo è esistito davvero, certo. Ma, soprattutto, qui si sta parlando di fatti; si sta parlando di una donna dalla personalità talmente straordinaria da dover, per forza, essere reale.

Questa donna nasce principessa e diviene sovrana, una delle più amate dal proprio popolo. Un popolo per lei straniero, profondamente lontano nelle abitudini e nelle tradizioni, un popolo che ha guidato in uno dei momenti più neri, guadagnandone l’affetto eterno e la gratitudine indiscussa. Sulla tavola da gioco d’interessi internazionali, lei, che doveva essere pedone, finisce per muoversi da assoluta regina.

Apparentemente – e almeno all’inizio – sembra che ella non possa avere voce. Anzi, alcune sue libertà le impongono di sottostare a volontà che non sono la propria. Le viene scelto il marito, le viene cambiato il nome, viene spedita al limite dell’Europa. Viene raccontata e descritta da uomini che le segnano un destino nel quale sembra non avere parola. Eppure, nonostante questo, sarà lei a firmare in calce alla sua esistenza, con grafia tale da offuscare quella di tutti gli altri.

In quel regno al limite d’Europa, ella arriverà come consorte per risultare la compagna di nessuno: sarà, anzi, la reale sovrana, la prawdziwa rzadziocha, alla quale appellarsi. I suoi due mariti non potranno far altro che vivere del suo carattere, delle sue scelte, ammirandola e amandola profondamente.

Maria Luisa Gonzaga Nevers – questo il nome della nostra principessa – nasce in Francia il 18 agosto del 1611, figlia di Carlo I di Mantova e di Caterina di Lorena. Un animo italiano e un animo francese, dunque, che contornano un carattere profondamente determinato e un’intelligenza fine e arguta. L’educazione che la giovane Maria riceve non è certo comune per una donna della sua epoca. Il padre crea intorno alla residenza di famiglia, l’Hôtel de Nevers, una corte attiva e stimolante, frequentata da eruditi, filosofi, poeti, letterati, nella quale, tra le varie cose, si scrivono e organizzano pièce teatrali. Giovanissima, rimane affascinata dalla figura di Marie Le Jars de Gournay, intellettuale fervidissima, intima amica di Michel de Montaigne e una delle prime pensatrici a dimostrare l’uguaglianza delle capacità naturali tra uomini e donne. E di questa idea, Maria Luisa sarà esempio perfetto.     Il suo destino sociale muta con l’ascesa al trono di Mantova del padre, fortemente caldeggiata dal cardinale Richelieu: ella diventa, così, la figlia di un sovrano regnante, acquisendo un prestigio internazionale non di poco conto, prestigio che verrà utilizzato come merce di scambio nelle intricate politiche europee seicentesche.

A Parigi, ella è protagonista della vita della capitale. Ha una storia d’amore con Gastone d’Orléans, fratello di re Luigi XIII, osteggiata con ogni mezzo dalla regina madre Maria de’ Medici, che arriverà, nel 1629, a imprigionarla; frequenta l’esclusivo salotto Chambre Bleu, della marchesa di Rambouillet, nel quale sono riuniti i più grandi e fini ingegni del tempo; fa parte della corte reale a Louvre e a Saint Germain en Laye, aprendo – poi – un proprio circolo, sulle orme di quello paterno; soprattutto, la Nevers frequenta assiduamente Port Royal, fulcro del pensiero giansenista al quale sarà legata per tutta la vita.

Nel 1642, il nome della nostra principessa si collega a una vicenda tragica, eternata dalla penna di Alfred Victor de Vigny: la congiura di Enrico d’Effiat, marchese di Cinq-Mars, contro Richelieu, nella quale giocano ruoli attivi la Spagna, Gastone d’Orleans e, pare, la stessa regina madre. Tutto si risolve con un nulla di fatto: Cinq-Mars viene arrestato e condannato a morte, pubblicamente decapitato il 12 marzo del 1642, e Maria Luisa è allontanata dalla corte, divenendo, da questo momento in poi, un personaggio scomodo. E questa sua nuova condizione farà sì che il successore di Richelieu, il cardinal Mazzarino, la usi per arrivare al trono di uno dei regni che, più di qualunque altro, faceva gola alle grandi potenze europee del periodo: la Polonia.

Nel XVII secolo, la Polonia era una monarchia di tipo elettivo, non dinastico. La nomina del sovrano veniva, di volta in volta, scelta dalla Dieta – il Sejm – nella quale, però, l’ago della bilancia era mosso dall’influenza asburgica o francese, nel pieno di quel clima dicotomico che, da Carlo V e Francesco I in poi, perdurerà almeno fino alla Guerra di Successione Spagnola. Inoltre, cosa non da poco, la Polonia, la Rzeczpospolita, era l’antemurale christianitatis per eccellenza, l’ultima fortezza orientale, profondamente e sentitamente cattolica, contro l’avanzata del nemico ottomano a sud e bastione contro gli eretici svedesi e gli scismatici moscoviti a nord. È quindi evidente come fondamentale fosse inserire una longa manus all’intero del regno dei Sarmati Europei, così da gestire i tanto delicati rapporti internazionali.

In questo senso, l’occasione per la Francia di Mazzarino arriva con il decesso della prima moglie del re polacco, Ladislao IV Wasa, Cecilia Renata d’Asburgo. La candidatura di Maria Luisa è un colpo politico e diplomatico eccellente per la Francia che, insieme alla regina consorte, invierà nella Rzeczpospolita anche una dote enorme e – con essa – un cambiamento sostanziale: da questo momento in poi, a Varsavia, sarà la parola francese a contare più di qualsiasi altra, non quella asburgica, né quella italiana come, dalla regina Bona Sforza in poi, era sempre stato. Ci raccontano le cronache che, durante il ricevimento di nozze, viene chiesto al nunzio vaticano presso la corte polacca, monsignor De Torres, di lasciare il proprio posto accanto all’ambasciatore francese per far sedere il rappresentante della Serenissima, poiché la Francia stava cercando, in quel momento, l’appoggio di Venezia. De Torres si alza imbarazzato e rivolge uno sguardo di domanda al re polacco: Ladislao IV fissa il nunzio, rimane in silenzio e fa spallucce.

Dunque, gli equilibri europei sono mutati grazie a un matrimonio negoziato in prima persona dal cardinal Mazzarino e avvenuto per procura il 5 novembre 1645 a Parigi, alla presenza di un giovanissimo Luigi XIV, nella cappella del palazzo reale. Maria Luisa sembra essere solo merce di baratto: in questa occasione le verrà addirittura imposto il cambio del proprio nome di battesimo. Ella firmerà il contratto di nozze, infatti, come Luisa Gonzaga, esattamente come era avvenuto per quello di fidanzamento. E questa ultima notizia, pubblicata sulla Gazette, farà sottintendere che a nuovo nome segue nuova identità, vera, come se il matrimonio, la Polonia, l’essere regina fossero ciò a cui il fato l’aveva predestinata. Più prosaiche, comunque, le motivazioni che stanno dietro a tale cambiamento: un’esplicita richiesta di Ladislao IV che non vedeva di buon occhio il fatto che la propria consorte avesse come primo nome quello della Vergine, la quale, proprio in quel periodo, stava per essere riconosciuta come Regina del regno. In Polonia, il mutamento sarà ulteriore: Luise diviene Ludwika e la nostra principessa sarà quindi Ludovica Maria. Nuova terra, nuovo nome, nuova vita.

Il cammino verso questa nuova esistenza inizia il 27 novembre del 1645, in uno di quei viaggi di regine consorti che tanto affascinano chi di donne, di viaggi e di storia si occupa. Ma la nostra Ludovica Maria è un’anomalia nel panorama storico dell’odeporica regale femminile: ella non è una fanciulla, bensì una donna di trentaquattro anni, con un vissuto di sedimentata profondità, con una maturità emotiva, intellettuale e personale di assoluto livello. E ciò la porterà a non “subire” questo viaggio, ma a esercitare un qualche controllo su sé stessa, sul suo spostamento e sul seguito che la accompagna. Se, nel pieno della tradizione cronachistica, si tende a trasmettere un’immagine della regina per lo più statica, ieratica, quasi immobile pur nel movimento, la realtà è ben diversa: «Maria Gonzaga fin dall’inizio del percorso si pose attivamente come l’unico centro di autorità della sua corte mobile», ci racconta Francesca De Caprio, studiosa e docente universitaria.

Lo spostamento non è facile: il 1645 è conosciuto come l’era glaciale di Luigi XIV e, all’arrivo a Danzica, la Nevers accusa nel fisico e nello spirito le fatiche affrontate. Si racconta che, dato l’aspetto, suo marito si rifiuti per tre notti consecutive di giacere con lei. Solo l’intervento della dama accompagnatrice della Nevers, la Marescialla de Guébriant che, bussando alla porta del sovrano, minaccia di riportare in Francia non solo la sua sposa ma anche – e soprattutto – la cospicua dote che l’ha accompagnata, risolve infine la questione. Ladislao IV non amerà mai la propria moglie. Imparerà però, con il tempo, ad apprezzarne il carattere, l’intelligenza e la personalità.

Arriva il 1648 e tutto cambia. Ladislao IV muore e – secondo la legge polacca – la Nevers sposa il nuovo sovrano scelto dal Sejm. In fretta e furia, data la gravissima crisi che il regno sta vivendo, viene eletto il fratello del defunto re, Giovanni II Casimiro Wasa, un uomo dal carattere remissivo, debole e – pare – incapace di prendere qual si voglia decisione. Egli amerà profondamente Maria Ludovica e si affiderà a lei durante tutti i drammatici eventi che stanno investendo la Polonia. Sempre nel 1648, infatti, pochi mesi prima della dipartita di Ladislao IV, in terra di Cosacchi, una terra di trincea dalla quale la Rzeczpospolita attinge risorse militari, si scatena una rivolta furiosa, capeggiata dall’adamano Bohdan Chmel’nyc’kyj. L’attuale Ucraina è messa a ferro e fuoco. Alle truppe cosacche, sconfitte a più riprese, si aggiungono, però, quelle moscovite, guidate dallo zar Alessio Michajlovič, che arrivano a conquistare le città di Kiev e Smolensk.

Di questa crisi approfitta Carlo X Gustavo, re di Svezia che, dietro un’apparente motivazione formale, ma con la reale volontà di conquistare uno sbocco sul Baltico, nel 1655 invade dal nord i territori della Rzeczpospolita: è l’inizio del potop, del diluvio, uno dei periodi più neri e tragici della storia della Polonia. Varsavia, la capitale del regno, è devastata. Per la prima volta, i polacchi vedono eserciti stranieri accampati nei loro confini. È l’inferno. Quando le truppe nemiche arrivano fino a Cracovia, il re decide di fuggire. Maria Ludovica, per quanto contraria, non può far altro che seguirlo. I due sovrani riparano prima a Tarnow, poi a Glogówek.  E da qui, dalla Slesia, la Gonzaga Nevers assume sulle proprie spalle il comando del regno.

Inizialmente, tenta la strada della diplomazia. Scrive all’imperatore Ferdinando III d’Asburgo chiedendo truppe di supporto; prega la Santa Sede di elargire il denaro più volte promesso e necessario per affrontare un tale disastro; invoca, naturalmente, l’aiuto della Francia. Nessuno, a parte il Papa, risponde – con ritardo – alle sue richieste di aiuto.  La regina, però, non si lascia intimidire, non si fa abbattere: sale a cavallo e, moderna Pentesilea, arringa il popolo a combattere contro i nemici che stanno cingendo d’assedio la loro patria. Non paga, vende i propri gioielli – tra cui una preziosissima collana di diamanti – per raccogliere il denaro utile alle azioni di rivalsa. È in questa occasione che nasce la prawdziwa rzadziocha rimasta nel cuore e nella memoria dei polacchi. E, il 27 dicembre 1655, nei pressi del santuario di Częstochowa, in Slesia, una lega di forze polacche formata da cittadini, nobili volontari e monaci sconfigge l’esercito svedese, più organizzato ed equipaggiato. Inizia, così, la lotta di liberazione con una guerra  lunga e devastante. Si dovranno attendere la pace di Oliwa e quella di Andrusowo, del 3 maggio 1660 e del giugno 1667, rispettivamente con Svezia e Moscovia, per porre finalmente termine al tragico periodo del potop

Maria Ludovica è la protagonista e il simbolo di questa rinascita. Letterati e intellettuali dell’epoca cantano le sue gesta, arrivando a descriverla come una novella Giovanna d’Arco. Il popolo la acclama e la riconosce come propria guida. Ella è ormai forza attiva nelle vicende politico-istituzionali della Polonia e, in questo senso, proverà anche ad apportare, nella realtà polacca, alcuni importanti cambiamenti, cosa che, però, le varrà critiche e feroci opposizioni.

Nel 1655, ad esempio, subirà la rivolta della szlachta – la nobiltà – guidata da Giorgio Sebastiano Lubomirski, a causa del suo tentativo di trasformare l’ordinamento della Rzeczpospolita da monarchia elettiva a monarchia assoluta, sullo stampo di quella francese. Arriverà a scontrarsi anche con il marito quando proverà a introdurre nel regno la dottrina giansenista, unico momento, forse, nel quale Giovanni Casimiro mostrerà di avere del carattere.

Nonostante ciò, però, Maria Ludovica Gonzaga Nevers è e rimarrà nella memoria dei polacchi per tutti i secoli a venire. Questa principessa arrivata dalla Francia, divenuta regina al limite dell’Europa, prima protagonista di vita mondana e poi attrice principale della liberazione di un popolo, sarà sempre ricordata come colei che non ha mai abbandonato i sudditi. Ella, giunta da lontano, costretta a cambiare il nome, ad abbandonare la sua vita, umiliata dal primo marito, vorrà nelle proprie mani il destino delle sue genti per indirizzarlo alla vittoria.

Salita a cavallo, in un esilio non voluto, è stata in grado di imbrigliare il fato nemico e cambiarlo a favore del regno del quale portava la corona. Una regina, insomma, che per essere tale non ha mai avuto bisogno di un re.

Articolo di Sara Balzerano

FB_IMG_1554752429491.jpgLaureata in Scienze Umanistiche e laureanda in Filologia Moderna, ha collaborato con articoli, racconti e recensioni a diverse pagine web. Ama i romanzi d’amore e i grandi cantautori italiani, la poesia, i gatti e la pizza. Il suo obiettivo principale è avere, sempre, la forza di continuare a chiedere Shomèr ma mi llailah. Studia per sfida, legge per sopravvivenza, scrive per essere felice.

 

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