L’Umbria del vino, una storia di sorellanza

Il viaggio alla scoperta dell’Italia del vino a firma di donne parte dall’Umbria, cuore pulsante nel panorama vinicolo nazionale. Tra le verdi colline che caratterizzano la regione, si possono notare viti di antichissima origine che insieme agli ulivi ne delineano i frastagliati contorni, e rappresentano un secolare connubio tra esseri umani e natura. A partire dalla zona della Valnerina, passando per i borghi medievali a ridosso dell’Appennino, fino a raggiungere la valle del Tevere, gli scenari paesaggistici offrono tesori naturali e artistici di ineguagliabile portata. Oltre al lascito del monachesimo benedettino e della spiritualità francescana, le cui tracce sono visibili tra Assisi e Norcia, nei monasteri, eremi e abbazie dislocate su tutto il territorio, attraverso un percorso a ritroso si possono scorgere resti del periodo romano, durante il quale la regione visse un età di fioritura, testimone tra tanti il sito archeologico di Carsulae. Tuttavia, è nella stagione di insediamento degli etruschi, i quali per lungo tempo hanno abitato queste terre, che il vino e l’olio hanno assunto una posizione centrale nella cultura dell’Umbria, visibile nelle decorazioni di vasellame e incisioni, divenuti in seguito testimonianze parlanti della storia locale: un’eredità tutta da conservare e condividere a livello non solo nazionale, ma anche internazionale.

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Museo del vino, Torgiano

A questo proposito, risulta significativo il contributo della famiglia Lungarotti, e in particolare di Maria Grazia Marchetti Lungarotti, già direttrice della Fondazione che porta il suo nome: a partire dagli anni Settanta a Torgiano, comune in provincia di Perugia, ha realizzato un’opera di promozione delle eccellenze e del patrimonio storico e culturale del territorio, prima attraverso la creazione del Museo del vino – MUVIT, dove sono conservate delle testimonianze e dei reperti archeologici afferenti al mondo del vino – e più recentemente di quello dell’ulivo e dell’olio, anticipando di fatto quello che oggi è definito enoturismo. Ancora una volta sarà quindi l’intuizione di una donna a convertire le sorti di un areale interpretato fino a quel momento in una prospettiva locale, e quindi marginale, suggellando la valorizzazione del territorio umbro dal punto di vista enologico e vitivinicolo già iniziata dal marito, negli anni Sessanta. Fu proprio merito di Giorgio Lungarotti se a seguito di quella cesura verificatasi al termine dell’età dell’oro per il vino umbro noto per le sue qualità, che lo avevano reso protagonista sia degli scritti di autori latini, sia di opere pittoriche rinascimentali, per poi essere declassato a fonte di sostentamento soprattutto nel dopoguerra si attuò un drastico cambiamento in termini di riqualificazione e ammodernamento delle tecniche produttive e di coltivazione, guardando a un modello internazionale. Scelte di ampio respiro quindi, adottate in breve tempo a livello sistematico, che non tardarono a mostrare i propri frutti: nel 1968 arrivò il riconoscimento della prima Doc (denominazione di origine controllata) umbra, quinta in Italia, per il Torgiano rosso. Ottenuto da uve colorino e sangiovese, il Rubesco, (dal latino rubescere, cioè arrossire), è ancora oggi il vino-simbolo della cantina. Tuttavia, portabandiera è il Torgiano Rosso Rubesco Riserva, realizzato per la prima volta nel 1964, con le uve sangiovese e canaiolo e più recentemente solo con il sangiovese, provenienti da un vigneto particolarmente vocato di nome Monticchio, per cui ottenne la prima Docg (denominazione di origine controllata e garantita) nel 1990.
Una perspicacia e lungimiranza ereditate in toto dalle figlie di Giorgio: Chiara, agronoma, attualmente amministratrice delegata del gruppo, e Teresa, enologa e specializzata presso l’Institut d’oenologie de l’Université de Bordeaux, tra le socie fondatrici dell’associazione “Le Donne del Vino”, responsabile marketing e comunicazione. Nel 2001 hanno acquisito venti ettari di terreno nell’areale di Montefalco – altra zona vinicola Docg e culla del Sagrantino, vitigno identitario e identificativo della regione – lanciandosi in una nuova sfida attraverso la conversione a regime biologico certificato. Un’attenzione alla sostenibilità caratterizza il processo produttivo tutto, dalla campagna alla cantina, attraverso progetti all’avanguardia volti al rispetto della pianta, della biodiversità del suolo, alla cura di ogni singolo passaggio attraverso la sanificazione e una regolare asciatura delle botti. Insomma, la filosofia delle donne Lungarotti rappresenta un connubio perfetto tra vino e olio, arte e cultura, tradizione e modernità, ecologia e tecnologia e turismo.

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Cantina Lungarotti. Maria Grazia, Chiara e Teresa

Per gli e le amanti dei bianchi e dei vini dolci occorre affacciarsi nell’orvietano, zona che a partire dagli anni Ottanta è stata oggetto di un’opera di valorizzazione del territorio caratterizzato dal tipico sottosuolo tufaceo, attraverso la coltivazione del vitigno autoctono grechetto, del trebbiano, che qui prende il nome di procanico, poi ancora del drupeggio e del verdello. Il risultato finale è l’Orvieto, vino bianco caratterizzato da una decisa mineralità che, in alcuni casi, si presta a un lungo affinamento. In questo areale i bacini lacustri offrono un grado di umidità tale da permettere lo sviluppo sulle uve della Botrytis cinerea, la cosiddetta muffa nobile, che attacca l’acino fino a disidratarlo, favorendo la produzione di un nettare concentrato e zuccherino, adatto alla realizzazione di preziosi vini dolci. In questo suggestivo panorama, in relazione alle aziende gestite da donne, occorre menzionare la cantina Custodi, costruita nel 2003 sopra una terrazza naturale ubicata sulle colline di Orvieto, che si affaccia sulla rupe e sul meraviglioso Duomo. La superficie si estende su settanta ettari, suddivisi tra la coltivazione di vite, olivi e prodotti agricoli. Le sorelle Custodi, Chiara, enologa, e Laura, laureata in Economia e commercio e gestione aziendale, hanno preso in mano le redini dell’azienda dal padre Gianfranco, il quale ha attivamente partecipato al progetto di riqualificazione della viticoltura orvietana dal 1965. Chiara e Laura sono l’anima innovativa e innovatrice della cantina, dove si respira ancora un’atmosfera senza tempo durante la lavorazione di un prodotto antico ma con metodi moderni, che ha conferito ai vini caratteri di fragranza e grande bevibilità. Su tutti torreggiano l’Orvieto Classico Belloro e l’Orvieto Classico Superiore Vendemmia Tardiva Pertusa, realizzata con uve attaccate dalla Botrytis.

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Cantina Custodi. Chiara e Laura

Dulcis in fundo, spostandoci nella zona più a sud dell’Umbria nei pressi di Montecchio (TR), è possibile incontrare la personificazione dello spirito luminoso, lungimirante e generativo che le donne hanno apportato con le loro professioni nel panorama enologico italiano, rappresentato dal sodalizio di Dominga, Enrica e Marta Cotarella: tre cugine talmente unite da definirsi, ma anche e soprattutto sentirsi, sorelle. Figlie di due pionieri nel settore dell’imprenditoria e della viticoltura italiana nel mondo, Riccardo e Renzo Cotarella il primo presidente degli enologi mondiali, il secondo amministratore delegato di Marchesi Antinori fondatori dell’azienda Falesco (1979), realtà di primo piano per la regione e per l’Italia nel mondo, le eredi hanno subito fatto proprio il patrimonio valoriale dei padri, attraverso la ricerca di siti vitivinicoli che garantissero la massima qualità, ma che costituissero anche una frontiera. Dominga, agronoma e responsabile del settore commerciale e marketing di Falesco, Marta, laureata in Economia e commercio e responsabile delle attività di pianificazione e controllo ed Enrica, responsabile del settore comunicazione e social, si sono messe alla prova lanciando entusiasmanti sfide, come rivela la recente creazione di un nuovo marchio, Famiglia Cotarella, dedicato solo alle massime espressioni delle parcelle d’elezione dell’azienda (cru). Situata nella Valle del Tevere, tra Baschi e Montecchio, realizza prodotti dall’alto profilo organolettico ma pieni di anima, come il Marciliano (cabernet sauvignon e cabernet franc) e il Trentanni (sangiovese e merlot), vini che si distinguono per classe e tipicità.
E ancora, in ossequio a quella progettualità a lungo termine che caratterizza l’esperienza delle donne nel mondo del vino, le sorelle hanno rilevato un’azienda a Montalcino, Le Macioche, con l’intento di produrre Brunello in un territorio da riqualificare e rilanciare. È inoltre degna di nota l’iniziativa che ha per oggetto la creazione di “Intrecci”, una scuola situata in Umbria, che si pone l’obiettivo di formare personale qualificato per l’accoglienza e il servizio nella ristorazione.
Insomma, il viaggio alla scoperta del vino umbro a firma di donne, ci consegna esempi di sorellanza di grande ispirazione e ci ricorda che qualsiasi sia l’ambito in cui si cimentino, le donne che fanno rete e si supportano a vicenda, traendo il meglio l’una dall’altra, ottengono risultati eccellenti, impareggiabili in termini di spessore, destinati a sconfinare e regalare grandi frutti nel futuro.

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Cantina Cotarella. Enrica, Dominga e Marta

 

In copertina: Il MUVIT

SITOGRAFIA

https://www.cantinacustodi.it/it_IT/
http://www.famigliacotarella.it/it/
http://www.lemacioche.it/
https://lungarotti.it/ita/

Articolo di Eleonora Camilli

59724162_440276389883361_5939648554405462016_nEleonora Camilli è nata a Terni e vive ad Amelia. Nel 2015 consegue la Laurea Magistrale in Italianistica presso l’Università Roma Tre, con una tesi in Letteratura Italiana dedicata a Grazia Deledda. Dedita allo studio della letteratura e della critica a firma di donne, sommelière e degustatrice AIS Associazione Italiana Sommelier ‒ conduce anche ricerche e progetti volti a coniugare i due settori.

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