Editoriale. Auguri! Anche ai tanti successi ottenuti

Carissime lettrici e carissimi lettori,
eccoci a farci gli auguri, cominciando da quelli per il Natale, festa cristiana per eccellenza, ma che alla fine coinvolge tutte e tutti, di ogni età, credenti o no. Dalle origini, temporali e geografiche, davvero lontane si collega ai Saturnali romani, che si celebravano tra il 17 e il 23 dicembre e alla successiva festa (che cadeva proprio due giorni dopo, il 25) del dio Mithra, il dio iraniano dei misteri, il dio solare dell’amicizia e dell’ordine cosmico nato dalla pietra e portatore della nuova luce, il “genitor luminis”. Si mischia e si aggiunge nel tempo anche al dio greco Dionisio, con i suoi simboli dell’edera, del mirto e del lauro, che veniva celebrato come “il divino bambino nato da una vergine celeste”. Il “sol-stat”, il fermo nel cielo del sole, che poi si rimette in moto aprendo alla luce, è il motivo di base dei festeggiamenti antichi durante i quali era abitudine di imbandire sontuosi banchetti e scambiarsi doni. Con l’allungarsi delle giornate ritorna la Luce, il Bene sconfigge il buio e, dunque, il Male: Sol invictus, colui che non è sconfitto. I legami con la festa odierna si fanno sempre più solidi.
In effetti il Natale è nato, come intende oggi la cristianità, nella sua collocazione a sei giorni dalla fine del mese, verso il ‘300 dopo Cristo, e segna la nascita del “figlio di Dio” annunciato nelle Scritture. Più precisamente lo dobbiamo a Papa Liberio che lo istituisce ufficialmente nel 354. In effetti nei Vangeli non viene mai citato il giorno della sacra nascita e c’è qualcuno che fa osservare che, sempre nei Vangeli, si parla dei pastori che celebrano la nascita nel periodo del loro vivere all’aperto, il che farebbe rimandare l’episodio almeno di qualche mese, a una stagione più calda!
Anche l’albero addobbato e luminoso, altro simbolo di queste feste, avrebbe radici lontane, a tal punto che qualcuno afferma un netto legame con quello del Paradiso, insomma potrebbe essere dal quale (con significati certo non favorevoli alla donna) Eva avrebbe accettato la mela. Ma arrivando in anni più vicini l’albero natalizio giungerebbe a noi dalla tradizione nordica. Il primo abete istallato con tanto di addobbi, avrebbe anche una data precisa, il 1441, e una città, Tallin, capitale dell’Estonia: intorno al grande albero, nella piazza del Municipio, si davano appuntamento ogni anno ragazze e ragazzi, uomini e donne che girandovi intorno auspicavano l’arrivo dell’anima gemella. Un’abitudini questa replicata poi con gli anni altri posti, dalla Lituania alla Germania. E anche le luci sono memori di una consuetudine dell’Europa del nord dove dicembre è immerso in un buio totale e questi alberi enormi addobbati di luci rischiaravano la vista ed erano ben auguranti per un cielo più chiaro!
Gli auguri per noi di Toponomastica femminile in questo 2019 non si fermano a quelli per le festività correnti. Proprio questo ultimo mese dell’anno, mese che ha visto nel suo primo giorno la conclusione dell’interessante convegno palermitano, è arrivato un bellissimo premio. Toponomastica femminile, con alle spalle solo otto anni di vita, ha vinto il primo premio, su i cinque totali, della società civile 2019, conferitole dal CESE, il Comitato economico e sociale europeo che quest’anno finanziava un progetto (il 1° premio in denaro di 14.000,00 e altri quattro di 9.000,00 euro ciascuno) riguardante l’emancipazione femminile e le pari opportunità tra donne e uomini. Un premio, come detta la motivazione “volto a far conoscere meglio il contributo femminile alla società e alla storia, offrendo alle donne un riconoscimento pubblico che spesso non ottengono o che avrebbero dovuto avere già da tempo. Questo obiettivo – recita ancora la motivazione – viene perseguito cercando di intitolare più strade, piazze o altri luoghi nelle città a donne insigni. L’associazione ritiene infatti che la “toponomastica sia un buon indicatore del valore che una società assegna ai suoi membri”. Maria Pia Ercolini, ideatrice e presidente di Toponomastica femminile, ritirando il premio, il 12 dicembre scorso a Bruxelles, ha ricordato che “Le  leggi sono utilissime a cambiare la società ma non bastano per modificare i comportamenti nel lungo periodo, se non si accompagnano anche a un cambiamento nell’immaginario delle persone. Bisogna rimuovere i pregiudizi. Ci rivolgiamo a tutta la cittadinanza perché l’errore di noi tutte è stato non essere stati in grado di portarci dietro i nostri compagni perché questa non è una battaglia femminista ma una battaglia di civiltà“.
Questo di Bruxelles non è l’unica soddisfazione ricevuta quest’anno. Il supplemento de La Repubblica dedicato alle donne e intitolato con l’iniziale di genere, D appunto, ha riconosciuto la presidente Ercolini come Donna dell’anno per la parità, una grande soddisfazione che conferma il valore non solo di una bella idea, ma anche un impegno che è confluito in una presenza sempre più capillare nei territori e tra le persone nonostante, ripetiamolo, la giovane età dell’associazione, nata nel 2012 con una pagina Facebook.
Non è una vittoria solo delle donne, ma una conquista e una battaglia di civiltà portata avanti, lo speriamo, anche grazie a Vitaminevaganti.com, un’altra delle nostre conquiste di questo 2019 che sta chiudendosi, che, settimana dopo settimana (ora abbiamo superato le “anta”) da marzo, racconta storie, di donne e di uomini, avvenimenti e voglia di andare verso un mondo e un Paese che sia in grado di offrire davvero pari opportunità di vita, soprattutto alle ragazze e ai ragazzi che stanno iniziando a percorrere le strade questo mondo e di questo Paese offrendo le loro capacità.
Ma abbiamo un’altra piccola chicca di cui parlarvi, un altro traguardo raggiunto da Toponomastica femminile, l’accordo con Banca Etica, che significa far parte attiva di una rete di solidarietà e di impegno sociale. Anche questo è successo nel 2019.
Di donne in gamba in questo numero di Vitaminevaganti.com ce ne sono, con le loro storie, con tutta la loro brillantezza intellettiva. A partire da quella Peggy Guggenheim che ha finito per scegliere la nostra Venezia come casa definitiva, persino dopo la sua morte. La dogaressa, come ormai è chiamata da tutti nella Serenissima, ha donato a Venezia uno dei più bei musei di arte contemporanea con opere provenienti dai nomi più prestigiosi dell’arte, persone che lei ha accolto, anche amato, sicuramente incoraggiato da mecenate lungimirante quale è stata.
Diane Fossey è un’altra delle donne che qui ricordiamo. Coraggiosa, audace, controcorrente e incurante del pensiero comune, ha amato e portato avanti la sua passione di studio e cura dei gorilla di montagna. Per questa sua coerenza è stata uccisa, per la sua ferma volontà di difendere dall’estinzione una delle tante specie del mondo animale che ogni anno corrono questo pericolo anche, o soprattutto a causa del gretto “piacere” umano di dimostrare la propria forza, solo apparente, spesso squallidamente comprata.
Una storia triste è quella che vi raccontiamo riguardante Emanuela Sansone, prima vittima femminile della mafia, morta per soccorrere e, infondo, difendere la madre dai colpi sparati vigliaccamente da chi chiedeva, non ottenendolo, il pizzo alla sua famiglia.
Bella, invece, quella di Margaret Atwood, autrice de I Testamenti, romanzo a seguito del suo famosissimo Racconto dell’ancella presagio dell’attuale America di Trump con l’oscuramento dei diritti civili e del cammino delle donne, come fa riflettere l’autrice della recensione.
Raccontiamo di Lady Joan Lindsay commediografa australiana di fine ‘800 protagonista di un’altra delle nostre interviste impossibili, o di Sarah Schinasi con il suo impegno nel teatro operistico. Poi raccontiamo di Lottie Moon generosa missionaria in Cina, nel periodo caldo molto difficile del XIX secolo in cui operò, di suor Francesca Cabrini dedita anche lei al dono verso il prossimo con le sue ventotto traversate oceaniche. In periodo di feste e di banchetti ricchi di cibo fa bene imparare qualche cosa in più della nascita di alcuni tra i più gustosi. Di monastero in monastero, girando quelli di Sicilia, godiamo delle dolcezze infinite di dolci pieni di mandorle e pistacchio, inventati da suore appartenenti a famiglie aristocratiche e costrette alla clausura e al convento per lasciare patrimonio e potere all’erede più importante.
I dolci indicano il Natale, le festività e anche, per richiamo metaforico, la dolcezza del cuore. E allora leggeremo di un gruppo di persone, davvero eterogeneo per genere, età, colore della pelle e tanto altro ancora, che hanno giocato, sabato scorso, a Roma, nel quartiere dell’Anagnina, un torneo a cinque promosso Lupi per Roma outsport, una partita di calcio solidale a favore del Aism, l’associazione italiana sclerosi multipla.
Ci tengo molto a consigliare a tutte e tutti voi l’articolo sulla Costituzione (questa di oggi è la prima parte) così bella, e riconosciuta tale in moltissime parti del mondo, ma davvero studiata poco nelle nostre scuole.
Finiamo in musica. Un gruppo di donne napoletane, un ensemble di femmensagerate, come si definiscono, adattano le musiche popolari di Partenope alle esigenze paritarie e alla denuncia della violenza maschile e dedicano magistralmente le loro canzoni “
a tutte le donne fatte sparire, (talvolta prima ancora che nascessero). Eva del Paradiso Terrestre, Antigone di Tebe, Gertrude da Monza, Eleonora Pimentel Fonseca, Margherita Hack; tutte le Befane (dentro e fuori), e tutte le Brave Donne che studiando e giocando, cantando, imprecando e cucinando, alzano la testa, avanzano come Maruzze lasciando traccia di sé e, in attesa della sorella di Salvatore, imprimono passi di pace su questa terra”.
E allora insieme a queste donne moderne e piene di invenzione mando a tutte e tutti voi un augurio intenso e particolare tratto da una loro canzone: “Auguri e figlie femmene / s’ha da cantà accussì / auguri e figlie femmene mò tutte l’amma dì” la traduzione credo non serva, l’incoraggiamento a guardare alle donne con interesse sociale sempre maggiore, questo sì: per questo Natale, per il 2020 e oltre!
Auguri ancora e buona lettura.

 

Editoriale di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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