«Son tutto questo le mie canzoni». La poesia in Francesco Guccini

Il nome di Francesco Guccini merita un posto tra le migliori antologie della letteratura italiana.
Nonostante nella prima strofa di Addio si voglia definire «chierico vagante, bandito di strada, non artista, solo piccolo baccelliere, […] giullare da niente ma indignato», egli non rientra di certo tra i «poeti sgangherati, inutili cantanti di giorni sciagurati» contro cui si scaglia nella canzone Cirano, «buffoni che campate di versi senza forza, avrete soldi e gloria ma non avete scorza», continua la sua invettiva.
A causa di questi “inutili cantanti” già citati in Cirano, in Addio aggiunge: «perché per colpa d’altri vada come vada a volte mi vergogno di fare il mio mestiere».
Scrivere è per lui una necessità vitale imprescindibile, come è chiaro in Canzone di notte n. 2:
«un’altra volta è notte e suono, non so nemmeno io per che motivo, forse perché son vivo, e voglio in questo modo dire “sono”».

Quasi tutte le sue poesie sono autobiografiche e mostrano apertamente il cuore dell’autore, il suo lato più intimo, ed è forse proprio questa intimità a renderle così tanto apprezzate. Nonostante il grande successo conquistato negli anni, Guccini non si è mai mostrato platealmente orgoglioso delle proprie opere, che spesso tratta come se non valessero granché.
«Suono […] forse perché è un modo pure questo per non andare a letto o forse perché ancora c’è da bere e mi riempio il bicchiere» ed è proprio quando «la bottiglie è vuota» che Canzone di notte n. 2 finisce, come una chitarra spenta dal sonno della tarda notte dopo ore passate a bere, quando «l’eco si è smorzata appena delle risate fatte con gli amici, dei brindisi felici».
Siamo a metà degli anni Settanta, subito dopo la crisi petrolifera che ha visto tracollare l’economia occidentale, quando «i moralisti han chiuso i bar e le morali han chiuso i vostri cuori e spento i vostri ardori; […] eppure fa piacere a sera andarsene per strade ed osterie vino e malinconie».
Dunque Guccini scrive «due canzoni fatte alla leggera, in cui gridando celi il desiderio che sian presi sul serio il fatto che sei triste o che t’annoi e tutti i dubbi tuoi», anche se la malinconia dei suoi testi proprio leggera non sembra, anzi, nell’Avvelenata egli chiarirà che scrive principalmente quando è «d’umore nero […] frugando dentro alle nostre miserie».
La modestia e l’umiltà del cantautore scompaiono quando arriva «un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli, un prete a sparare cazzate». Per quanto bellissimo, questo pezzo è così personale e legato a un momento occasionale che non viene quasi mai suonato in pubblico. L’album Stanze di vita quotidiana, uscito nel 1974, quando Francesco Guccini è ormai un punto di riferimento culturale per intere generazioni, anche non politicizzate, viene criticato da Riccardo Bertoncelli sulla rivista Gong, secondo il quale «si vede che Guccini non ha più niente da dire e che si sente costretto dagli obblighi dei contratti discografici».
«Voi critici voi personaggi austeri, militanti, severi, chiedo scusa a vossia, però non ho mai detto che a canzoni si fan Rivoluzioni, si possa far poesia».
L’avvelenata, pubblicata nel 1976 con l’album Via Paolo Fabbri 43, è la risposta a questa critica, una risposta piena di rabbia ma anche di autoironia («vabbè lo ammetto che mi son sbagliato»). «Io canto quando posso come posso, quando ne ho voglia senza applausi o fischi,
vendere o no non passa tra i miei rischi», è la rivendicazione di un Guccini non arricchito dalla sua poesia, che rimane sempre personale e intima, di un Guccini che non vuole sentirsi schiacciato dal pubblico «per questi quattro soldi, questa gloria da stronzi», lui che ha «sempre detto che era un gioco». E alla «eletta schiera» dei suoi «colleghi cantautori», molto più ricchi di lui, dice «voi che siete capaci fate bene a aver le tasche piene e non solo i coglioni». Come dire, i coglioni non rompeteli a me che suono con l’anima e scrivo per passione!
L’Avvelenata costò a Guccini una denuncia: accusato di “oltraggio al pudore” per aver usato parole non propriamente auliche come «stronzo» o «coglioni», fu poi assolto in istruttoria perché queste parole risultarono essere perfettamente pertinenti al momento di rabbia.
Ed ecco un tocco di conciliante sarcasmo in chiusura: «Ma s’io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, forse farei lo stesso: mi piace far canzoni e bere vino, mi piace far casino e poi sono nato fesso»
Se l’accusa del critico era di non avere più niente da dire (Bertoncelli scrisse «non capisco perché Guccini continui ancora a far canzoni»), la trionfale difesa del poeta è la fine dell’Avvelenata: «ho tante cose ancora da raccontare per chi vuole ascoltare e a culo tutto il resto».

Una canzone è il testo in cui viene spiegato meglio che cosa sia “una canzone”.
Scritto con le rime semplici di una filastrocca, lo si percepisce come un inno, quasi un manuale sulla poesia stessa.
«La canzone è una penna e un foglio,
così fragile tra queste dita
è quel che non è, è l’erba voglio,
ma può esser complessa come la vita».
È in equilibrio tra questa semplicità e complessità che sta l’opera gucciniana.
L’astrazione poetica viene qui resa attraverso una serie di immagini molto concrete e sensoriali.
«La canzone è una vaga farfalla
che vola via nell’aria leggera,
una macchia azzurra, una rosa gialla,
un respiro di vento la sera,
una lucciola accesa in un prato,
un sospiro fatto di niente.
[…]
La canzone è una stella filante
che qualche volta diventa cometa,
una meteora di fuoco bruciante
però impalpabile come la seta».
Molto spesso però Guccini lascia la metrica classica “da filastrocca” optando per versi lunghi e spesso irregolari di ginsbergiana memoria e al posto della semplice rima baciata gioca con le assonanze e con rime meno evidenti inserite all’interno del verso anziché poste alla fine.

Altrettanto suggestiva è la figura del poeta: «la scrive gente quasi normale ma con l’anima come un bambino, che ogni tanto si mette le ali e con le parole gioca a rimpiattino».
In Samantha egli si definisce «burattinaio di parole». Queste metafore mi ricordano il brano dei Ratti della Sabina Il giocoliere, dedicato a Gianni Rodari, in cui il poeta è definito «un uomo che con le parole ci sa fare il giocoliere».
«La canzone può aprirti il cuore con la ragione o col sentimento», e questo è il caso dei poemi politici di Guccini, primo fra tutti La locomotiva, ma – perché no? – anche Stagioni, o dei suoi numerosi brani d’amore; una canzone, allegra o triste, cambia ed esprime l’umore di chi la crea o la usa, «si può cantare a voce sguaiata quando sei in branco per allegria o la sussurri appena accennata se ti circonda la malinconia», e della malinconia Guccini è un gran maestro grazie a brani come Incontro o Farewell; ma cantare può essere anche un liberatorio sfogo di rabbia: «e la canzone diventa un sasso, lama, martello, una polveriera, che a volte morde e colpisce basso e volte sventola come bandiera, la urli allora un giorno di rabbia, la getti in faccia a chi non ti piace».

Forse Cirano è l’esempio di questa canzone che sventola e colpisce mischiando rabbia e malinconia.
Tutto questo insieme «può essere un prisma di rifrazione, cristallo e pietra filosofale svettanti in aria come un falcone».
Se in generale la poesia «è un manifesto che puoi riempire con cose e facce da raccontare, esili vite da rivestire e storie minime da ripagare, fatta con sette note essenziali e quattro accordi cuciti in croce», Una canzone, pur non essendo tra i brani più famosi, è a tutti gli effetti il manifesto poetico di Guccini, semplicissimo eppure completo e pieno delle facce dei suoi amori. Una canzone è un po’ come Bologna, «che è quasi ricordo e in odor di passato».
L’ultima strofa, universale e personalissima al tempo stesso, è il riassunto della sua poetica:
«alla fine è fatta di fumo,
veste la stoffa delle illusioni,
nebbie ricordi pena profumo,
son tutto questo le mie canzoni».

 

 

Articolo di Andrea Zennaro

4sep3jNIAndrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

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