Fantascienza, un genere (femminile). Catherine Lucille Moore – parte seconda

L’incontro di Northwest Smith e Jirel di Joiry è parallelo a quello di Catherine Moore, bimba nutrita di miti e leggende, e di Henry Kuttner, giovane scrittore di fantascienza (nel 1936 ha ventun anni) nonché ammiratore di C.L. Moore, le cui semplici iniziali ne celano l’identità femminile: dopo averle scritto presso la rivista, non senza sorpresa (negli anni Trenta le narratrici di science fiction sono un numero esiguo), Henry scopre che C.L. Moore è miss, non mister. Lei vive a Indianapolis, lui a New York: per due anni la loro relazione è soltanto epistolare, poi, dopo aver scritto a quattro mani l’ultima avventura di Northwest Smith e Jirel di Joiry (che grazie a un’improbabile magia temporale si incontrano e scoprono che avrebbero potuto amarsi), nel 1938 Catherine ed Henry hanno l’occasione di conoscersi di persona; si vedranno in tutto cinque volte fino al 1940, anno del loro matrimonio e del trasferimento a Red Bank, New Jersey.

Harold Gauer, Robert Bloch, Catherine L. Moore e Henry Kuttner fotografati davanti alla casa dei genitori di Bloch a Milwaukee, Wisconsin, probabilmente nei primi anni Quaranta.

Il sodalizio letterario che li unisce è consolidato da tre anni: i due coniugi scrivono insieme e firmano racconti e romanzi con vari, numerosi pseudonimi (tra i quali Lewis Padgett e Lawrence O’Donnel sono i più ricorrenti), tanto che spesso l’attribuzione all’una o all’altro risulta ardua. «Lui era forte negli inizi, lei era poderosa nei finali […] – scrive a riguardo Sam Moskovitz – Le collaborazioni erano così complicate che dopo un po’ i due interessati non sapevano più dire dove finiva l’uno e incominciava l’altra».

Catherine Moore ed Henry Kuttner al lavoro, probabilmente negli anni Quaranta.

Dall’ampia produzione di Moore e Kuttner si estraggono, per evidenti ragioni di spazio, soltanto alcuni pochi racconti e romanzi brevi. Il Twonky, pubblicato nel 1942, è uno di questi, scritto a quattro mani: presenta l’irruzione non immediatamente riconoscibile di un elemento alieno nella tranquilla quotidianità di una coppia media statunitense. Kerry e Martha vivono in una bella casa confortevole, dotata di moderni elettrodomestici: l’elemento alieno che si impadronisce delle loro vite ha l’apparenza di un innocuo radiogrammofono, che nel prologo della vicenda si rivela essere stato fabbricato da un «omuncolo dall’enorme testa» caduto sulla terra da un altro mondo.

L’allusione al possibile, sciagurato dominio della tecnologia sull’esistenza umana è trasparente, l’esito del racconto, che procede tra negazione e consapevolezza, agghiacciante.
In Year day (Giorno dell’anno), pubblicato nel 1953, una seconda coppia, Bill e Irene, si incontra per un nuovo inizio dopo il fallimento del matrimonio: in una società dominata dal commercio, nella quale — si chiede il protagonista —  «come potremmo sapere, oggi, cos’è reale?», anche questa possibilità risulta illusoria e ingannevole. L’aspetto più interessante che il testo presenta è l’ambientazione in un futuro prossimo del quale il presente contiene inquietanti segni anticipatori (come avverrà in alcuni, straordinari romanzi di Philip Dick). Bill, infatti, impiega una parte consistente del proprio stipendio nell’acquisto di «dispositivi di sicurezza» che lo proteggano dalla divorante pubblicità che risuona incessante all’esterno delle abitazioni: «Mangiate, bevete, giocate, dormite! / Mangiate, giocate, bevete, dormite! / Siate belli! / Siate in perfetta salute / Siate ammirati, siate un capo, siate ricchi, invidiati, famosi!». Nella New York del 1980, i due ‘influencer’ Freddy Lester e Niobe Gai (virtuali? reali? impossibile saperlo) alimentano questo «solo scopo», questa «sola ossessione», perché «tutto contribuisce all’inganno, creando angosce e bisogni artificiali, al punto che tu non sai più distinguere il vero dal falso». L’alternativa ai costosi dispositivi di sicurezza sono le ancor più costose «Case del Paradiso»: non luoghi ove coloro che ne hanno la possibilità economica (acquisita con qualunque mezzo) conducono una non esistenza, in un vuoto in cui «l’illusione prende vita e voi potete toccarla, sentirla e sentirvi parte di una immagine commercializzata come se fosse un uomo o una donna reale».

Fotogramma da Blade runner di Ridley Scott (1982), tratto da Do androids dream of electric sheep? (Gli androidi sognano pecore elettriche?) di Philip Dick (1968): il film e il romanzo sono ambientati nella Los Angeles del 2019, dominata da una pubblicità ossessiva.

Si deve invece alla penna della sola Catherine il romanzo breve No woman born (Nessuna donna nata, titolo italiano Fra tutte le donne nate), del 1944, testo fondante nell’ambito del confine tra vita naturale e vita artificiale, quasi una stazione intermedia tra Frankenstein di Mary Shelley e The girl who was plugged in (titolo italiano La ragazza collegata) di Alice Sheldon. Protagonista (ma non voce narrante) è Deirdre, diva della danza quasi arsa viva nell’incendio di un teatro. Quasi: con rischiosa, spericolata operazione, un ingegnere medico ne ha trapiantato il cervello pulsante e cosciente in un corpo di metallo. «Non era mai esistita nessuna così bella»: questo è ciò che pensa l’impresario della danzatrice nel momento in cui varca la soglia della stanza ove incontrerà la ‘nuova’ Deirdre; tanto bella, e di una bellezza fatale, quanto la sventurata gentildonna dai capelli rossi (altra costante di Moore) della mitologia irlandese che porta il medesimo nome, protagonista dell’omonima opera di James Stephens (1923), che puntualmente Catherine, la bimba di origine gaelica innamorata di miti e leggende, menziona.

Deirdre, leggendaria eroina irlandese, con lo sposo Naoise. Disegno di Helen Stratton tratto dal volume A Book of myths (1915). Nel romanzo breve No woman born Catherine Moore dimostra di conoscerne assai bene la vicenda.

Risplenderà nel viso metallico di Deirdre «la luce interiore» che ha fatto innamorare di sé, attraverso l’etere, milioni di ammiratori? La risposta sembra essere sì, perché il volto in metallo dorato di lei, pur rappresentandola, non ha volto, come la Musa dormiente di Costantin Brancusi (1910), il grande scultore lui pure esplicitamente citato da Moore. Il romanzo, straordinario sotto il profilo psicologico, è giocato tutto su questa ambiguità, ciò che è umano e ciò che non lo è, lasciando in dubbio se Deirdre esista ora in ragione del cervello che muove il suo corpo metallico, oppure in virtù della corazza dorata nella quale l’encefalo che un tempo fu suo è racchiuso; il pubblico che assiste senza respiro alla sua prima ‘nuova’ esibizione non sa se lei possa esibirsi con la grazia di sempre attingendo alla propria forza interiore o servendosi del corpo alieno che le è stato donato, né lo sanno i suoi due interlocutori, l’ingegnere medico e l’impresario della vita precedente.

A loro, che le oppongono l’archetipo di Frankenstein, che «aveva pagato con la vita la creazione innaturale della vita», Deirdre dà risposte in apparenza contraddittorie, che tuttavia, in ultima analisi, esprimono un’infelicità e una solitudine quanto mai umane.

Vintage season (Buona annata, con riferimento alla qualità della produzione vinicola, titolo italiano La buona annata), del 1946, è forse l’opera più celebre di Catherine Moore: è compresa tra i dieci migliori romanzi brevi di genere fantascientifico pubblicati fino al 1965, in base alla graduatoria stilata in quell’anno dalla Science Fiction Writers of America, l’Associazione degli Scrittori di Fantascienza Americani. La vicenda si delinea progressivamente tra leggerezza e crudeltà: l’elemento alieno, nelle persone di un uomo e due donne, si insinua nella normalità di una città indeterminata ma certamente statunitense, connotandosi per l’eleganza impeccabile e la vaga eccentricità: il protagonista, che ai tre dà in affitto la propria casa, è colpito dalla sicurezza indifferente che essi ostentano e «che doveva far loro credere che la terra girasse sotto i loro piedi ben calzati soltanto per loro capriccio». Come si scopre nel corso della narrazione, i tre non sono extraterrestri, ma viaggiatori che vengono dal futuro, attraverso il tempo, attratti dallo spettacolo di grandi eventi o grandi catastrofi del passato. È questo il cuore della riflessione di Catherine: disastri come fonte di emozione e di piacere, come già aveva osservato Goethe a proposito dell’eruzione del Vesuvio che nel 79 d.C. seppellì Pompei ed Ercolano, le due antiche città campane riscoperte nel XVIII secolo, annotando che mai nessuna catastrofe fu «fonte di tanto piacere per il resto dell’umanità». E proprio in una sorta di ‘Gran Tour’ temporale i turisti dal futuro viaggiano tra la Canterbury di fine XIV secolo e l’Aquisgrana dell’800 d.C., per giungere alla città anonima ove vivono Oliver Wilson e forse milioni di altre persone, in attesa di una oscura, incombente tragedia, contendendosi le postazioni migliori per assistervi, ma senza intervenire nel corso degli eventi. Non è soltanto indifferenza per le vite altrui, l’indifferenza di chi assiste impassibile alla deportazione degli ebrei nell’Italia del 1943 oppure, settantacinque anni più tardi, nasconde consapevole l’usura degli stralli del ponte Morandi di Genova per distribuire dividendi agli azionisti: è il brivido di piacere provato di fronte al dolore degli altri, «quella curiosità avida e inumana, comune in tutte le folle che accorrono sul luogo di un disastro» e che oggi lo riprenderebbero con lo smartphone. Quel futuro, dal quale i frivoli viaggiatori giungono «per sfuggire alla noia del mondo», il loro mondo, appare a Oliver «lontano, sconosciuto, terribile». A Catherine Moore, certo terribile, ma forse non così lontano.

Fotogramma dal film Timescape di David Twohy (1992), ispirato al romanzo breve di Catherine Moore Vintage season.

Ancora due racconti dai tratti fortemente distopici, a distanza di dieci anni l’uno dall’altro, a dimostrare che il futuro della comunità umana è caro a Moore: Doorway into time (Porta sul tempo), del 1943, e Home is the hunter (A casa è il cacciatore, titolo italiano Requiem per un cacciatore), del 1953.

Nel primo, un essere senza nome (inquietante la narrazione che lo vede protagonista in terza persona senza mai esplicitarlo), di proporzioni smisurate, scruta dal proprio mondo e dal proprio tempo in altri mondi e in altri tempi, per individuare possibili pezzi per la propria collezione, siano essi elementi di vita minerale, vegetale o umana, per poi collocarli in apposite teche, come farfalle trafitte in cassette di entomologia. Alanna, minuscola «creatura bianca e azzurra», gli sfugge grazie all’intervento del suo compagno, Paul: «era stato sorprendente, tuttavia, – questa la riflessione del gigantesco cacciatore annoiato – che una di quelle creature avesse seguito l’altra […], sorprendente che un essere così fragile l’avesse affrontato a viso aperto».

Il carattere di comunità (umana) maledetta ritorna nel secondo racconto: «Tutto quel tempo, quel terribile tempo, per imparare a uccidere sempre meglio», si dice il protagonista, che appartiene all’élite dei cacciatori di teste posta al vertice di una società distopica prossima ventura, in una New York trasformata in arena di competizione all’ultimo sangue. I Grandi Cacciatori, nutriti di odio e paura, sono tanto più osannati dalla «folla dei volgari» quante più teste di altri cacciatori riescono a catturare e collezionare, in un crescendo ossessivo che ha come fine la collocazione, dopo la morte, in un blocco di plastica trasparente di Central Park, sorta di pantheon dei nuovi idoli.

Fotografia di Catherine Lucille Moore, senza data, probabilmente dei primi anni Cinquanta.

Dopo la morte del marito, avvenuta nel 1958, Catherine non scrive più narrativa: come se la fine del sodalizio di vita e di penna con Henry segnasse anche la fine della propria carriera di autrice di science fiction. Tra il 1958 e il 1962 si dedica alla sceneggiatura di serie televisive western e poliziesche per la Warner Brothers, firmandosi significativamente Catherine Kuttner; nel 1963 si sposa una seconda volta e da allora non scrive più nulla. Nel 1981 riceve due premi prestigiosi: il ‘World Fantasy Award for Life Achievement’, su designazione della giuria della World Fantasy Convention, e il ‘Gandalf Grand Master Award’, su indicazione dei partecipanti alla World Science Fiction Convention: ha settant’anni ed è malata di Alzheimer.
La morte la coglie nella sua casa di Hollywood il 4 aprile 1987.

In copertina: Costantin Brancusi, Musa dormiente (1910). L’opera è menzionata da Catherine Moore nel romanzo breve No woman born.

***

Articolo di Laura Coci

y6Q-f3bL.jpegFino a metà della vita è stata filologa e studiosa del romanzo del Seicento veneziano. Negli anni della lunga guerra balcanica, ha promosso azioni di sostegno alla società civile e di accoglienza di rifugiati e minori. Dopo aver insegnato letteratura italiana e storia nei licei, è ora presidente dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.

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