Slava Raškaj. Quando la pittura è voce

Nascere sordomuta, in una società in cui il confine tra disabilità fisica e ritardo mentale era labile. Scegliere di diventare pittrice, in un’epoca in cui la critica considerava l’arte una professione per gli uomini, un passatempo per le donne. Morire a soli ventinove anni, proprio nel momento in cui sembravano arrivare i primi riconoscimenti.                                                                                      

Slava Raškaj è, drammaticamente, tutto questo. Ma la sua opera, eterna e stupefacente, è qualcosa di più potente. È il lieto fine di una storia brevissima, la vittoria di una creatività inarrestabile e di una continua e testarda ricerca della bellezza, nonostante tutto. 

Considerata oggi una protagonista della scena artistica croata del XIX secolo, Slavomira Friderika Olga Raškaj  detta Slava era nata il 2 gennaio 1877 a Ozalj, nel nord della Croazia, al confine con la Slovenia. La sua famiglia era benestante: il padre Alojzije era un notaio, mentre la madre Olga era figlia di ufficiali e gestiva l’ufficio postale della città. La coppia aveva due figlie e un figlio: oltre a Slava, Juraj, che seguì le orme paterne facendo il notaio, e Paula, destinata invece a diventare insegnante.      

Slava era una bambina bellissima: aveva lunghi capelli biondi, lineamenti regolari e sguardo sognante; incapace di comunicare con i coetanei e le coetanee, spesso rimaneva da sola nella natura, oppure in un angolo della sua stanza, a disegnare. Il disegno era per lei non solo un divertimento, ma una vera e propria esigenza, un modo per esprimersi, tanto che spesso i genitori trovavano sue immagini scolpite sui mobili di casa con un coltellino da cucina. La passione per l’arte era condivisa in famiglia: praticata dalla madre nel tempo libero, fu trasmessa alle figlie. Se Slava fece della pittura la sua ragione di vita, Paula invece scelse di coltivarla nel tempo libero, fino all’età adulta. 

All’età di soli otto anni, Slava fu costretta ad allontanarsi da casa: fu iscritta all’Istituto per l’infanzia sordomuta di Vienna, dove rimase fino ai quindici anni. Imparò il tedesco e il francese, ma soprattutto ricevette le prime lezioni di disegno: dopo essersi esercitata con la matita e l’inchiostro copiando calchi di sculture classiche, si dedicò all’acquerello e al guazzo, che divennero ben presto le sue tecniche pittoriche predilette.

In estate era solita tornare a Ozalj per le vacanze; fu proprio durante uno di questi soggiorni che l’insegnante Ivan Muha-Otoić, amico di famiglia, si accorse che la piccola aveva una vocazione per la pittura fuori dal comune. Convinse così i suoi genitori a mandarla a Zagabria, dove frequentò la Royal Vocational School femminile. Qui ricevette gratuitamente lezioni di pittura dal pittore Bela Čikoš Sesija, una figura importantissima per la sua formazione e, secondo alcune fonti (non confermate perché la corrispondenza tra Slava e la famiglia è stata distrutta), anche per la sua educazione sentimentale.  

A Zagabria Slava iniziò a dipingere en plein air: si recava spesso al Giardino Botanico della città o al Parco Maksimir, dove la sua arte riusciva a essere autentica e lirica. Amava così tanto il contatto con la natura che in inverno le accadeva di dipingere fino a quando non le si congelavano le mani, costringendola a tornare a casa. 

Presto il suo linguaggio si allontanò da quello del docente Bela Čikoš Sesija, raggiungendo una straordinaria unità organica e avviandosi verso i primi riconoscimenti: nel 1898 sei suoi acquerelli furono esposti al Padiglione d’arte di Zagabria; altri lavori vennero esibiti l’anno successivo a San Pietroburgo e a Mosca. Slava riuscì, giovanissima, a presentare cinque dipinti persino all’Esposizione Universale di Parigi nel 1900. 

Ma proprio nel momento in cui la sua arte stava per spiccare il volo, si trovò imprigionata nelle sue insicurezze. 

Nello stesso anno in cui le sue opere approdavano in una delle capitali dell’arte europea, nella giovane, sensibilissima pittrice iniziarono ad apparire i primi segni di una sofferenza profonda, che sfociò nel disordine mentale. Ricoverata in ospedale, fu subito rilasciata per cure domiciliari, che si rivelarono inefficaci: divenne sempre più solitaria, sfuggente, persino aggressiva. Fu così portata nell’ospedale psichiatrico di Stenjevec, dove rimase per più di tre anni. Il ricovero fu fatale per lei: pur avendo tutto il materiale per dipingere, abbandonò la pittura; le rare volte in cui ebbe il coraggio di riprendere il pennello e i colori, non riuscì mai a terminare il proprio lavoro. Alla depressione si unì la tubercolosi polmonare, che le tolse la vita il 29 marzo 1906, a soli ventinove anni. 

Rimangono, di questa breve e intensa esistenza, centinaia di acquerelli e pastelli: sono opere fluide, leggere, svolazzanti, in cui il ricordo dell’arte giapponese si fonde alle atmosfere impressioniste, che forse la giovanissima artista aveva conosciuto a Vienna. La loro importanza è emersa soltanto nel 1957, in occasione della prima mostra retrospettiva avvenuta a Belgrado. A questa iniziativa è seguita nel 2008 una seconda esposizione, ospitata alla Galleria di arte moderna di Ozalj, dove sono stati mostrati al pubblico per la prima volta non solo dipinti inediti, provenienti da collezioni private, ma anche gli strumenti di lavoro e la carrozzina dell’artista.

Fraintesa ed emarginata per tutta la sua vita, accusata da molta critica di lavorare con tecniche infantili, Slava Raškaj è stata in realtà una creatrice instancabile, spesso in anticipo sui tempi. La disabilità, che da una parte le impediva di trovare un suo posto nel mondo, dall’altra favoriva lo sviluppo di un’emotività e di una sensibilità fuori dal comune, che emergono in modo inconfondibile nella sua opera e che fanno di lei una delle figure più significative della storia artistica croata. Il più grande elemento di forza della pittura di Slava è legato al fatto che essa non è, contrariamente a quanto accadeva all’epoca, imitazione dell’arte praticata dagli uomini, ma è un’opera tutta al femminile. È pura bellezza, delicata e commovente.

***

Articolo di Martina Colombi

Dottoranda in Scienze del patrimonio letterario, artistico e ambientale all’Università di Milano, è specializzata in storia del collezionismo e del mercato dell’arte. Collabora con il Museo Poldi Pezzoli di Milano, l’Accademia Carrara e la Fondazione Museo di Palazzo Moroni di Bergamo e il Fai. È attiva in campo sociale: coordina il progetto “Chiacchiere in italiano”, un corso di conversazione per adolescenti migranti. Ama i libri, i viaggi, la canoa canadese.

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