Da Instagram a Clubhouse

Mi occupo di rete e comunicazione da oltre trent’anni, con un certo orgoglio riconosco di essere stata un po’ una pioniera, dal mio primo lavoro dopo la laurea, alla fine degli anni Ottanta, in una società che ha creato la prima rete telematica italiana, alla presenza su Internet dalla metà degli anni Novanta, prima con le pagine personali su Geocities e poi con la creazione, insieme ad un’amica, della prima comunità di mamme in Italia. All’inizio usavamo forum prefabbricati, quelli della piattaforma Bravenet, poi imparammo a costruirli da noi, personalizzandoli ed adattandoli; certo, a vederli oggi sembrerebbero roba preistorica, ma allora avevamo la sensazione di stare costruendo la comunicazione del futuro, infatti avevamo avuto subito la percezione dell’importanza dei forum, comprendendo che la grande novità di Internet sarebbe stata la circolarità della comunicazione. Non più, come nei media tradizionali, una comunicazione unidirezionale: qualcuno che parla e tanti/e che ascoltano ma una comunicazione circolare in cui tutte e tutti forniscono/condividono/ottengono informazioni ed esprimono pareri oltre a conoscere quelli altrui. Certo, negli anni stiamo sperimentando anche i rischi della comunicazione circolare, il principale dei quali è la forte diffusione di fake news, ma, nonostante ciò, non saremmo sicuramente più capaci di essere solo ascoltatrici e ascoltatori passivi di un telegiornale. Ormai, con i suoi pregi e i suoi difetti, la comunicazione online fa parte della nostra vita sebbene nel tempo siano cambiati gli strumenti, da quelli più sperimentali degli anni Ottanta e Novanta (ICQ, forum, newsgroup, ma anche pagine personali con i mitici guestbook) a quelli di massa del nuovo millennio. E anche in questi ultimi vent’anni abbiamo visto strumenti di comunicazione per pc e smartphone nascere e scomparire in poco tempo, mentre altri si sono radicati nel nostro uso perché sono stati capaci di adeguarsi, proprio mentre noi ci adeguavamo a loro. Pensiamo a come è cambiato Facebook, negli ultimi 15 anni. O Instagram, che inizialmente era solo un luogo dove condividere foto, la semplice evoluzione dei siti per fare album fotografici degli anni Novanta. 

Nelle ultime settimane ho deciso di imparare realmente ad usare Instagram  che richiede un approccio molto diverso ma che è indispensabile utilizzare bene se si vuole interagire con le giovani donne e a me interessa farlo per svolgere attività di contrasto al sessismo e agli stereotipi di genere e di prevenzione della violenza contro le donne in tutte le sue forme. 

Quando ho cominciato a fare comunicazione online e a raccontarlo a chi ancora non si lasciava coinvolgere, la principale critica che ricevevo era: «Ma non si può guardarsi negli occhi». Io che, invece, sono sempre stata una entusiasta delle parole scritte cercavo di spiegare come la scrittura possa trasmettere emozioni, vicinanza, sostegno, e mi era facile forse perché mi sento a mio agio con la scrittura. Infatti riesco ad esprimermi più facilmente con le parole che con le immagini, quindi ho più difficoltà ad usare Instagram perché lì devono andare avanti le immagini e solo se si riesce ad usarne di accattivanti le parole vengono lette e valorizzate. Dunque sto sperimentando la ricerca delle foto adatte a raccontare i miei contenuti e sto cercando di imparare a produrre video e reel (particolari video con audio, effetti e strumenti creativi) accattivanti, insomma sto cercando di adeguarmi a questo grande cambiamento della comunicazione in cui torna ad essere importante il guardarsi, anche negli occhi, mettendoci la faccia

Dobbiamo farlo se vogliamo tentare di mantenere viva la connessione con le giovani sui temi che ci stanno a cuore, coinvolgendole e cercando di unire la competenza che ci deriva anche da età ed esperienza con la capacità di adeguarci velocemente alle nuove modalità che, se ben utilizzate, possono raggiungere un pubblico molto più vasto come è successo con il video della influencer Chiara Ferragni sulla violenza. 

Però proprio mentre mi stavo confrontando con Instagram è arrivato nella mia quotidianità Clubhouse, un nuovo social network. Al momento funziona solo su iphone e ci si accede solo su invito: pare ci siano 50-60 mila persone italiane iscritte attualmente e un paio di milioni nel mondo. Non ci sono post, non ci si scambiano messaggi, non esistono foto se non l’unica che si sceglie come foto profilo. E come si comunica allora? Semplice, si parla. Ci si incontra in alcune stanze tematiche aperte da moderatori e moderatrici e una volta dentro o ci si limita ad ascoltare o si chiede di parlare. Poiché in Italia ha cominciato a raccogliere utenti da gennaio, di giorno in giorno si può vedere come aumentano le stanze e si fanno via via più specializzate. Io sono entrata da pochi giorni e, lo ammetto, ne sono stata affascinata. All’inizio mi sono limitata ad ascoltare e capire le regole, ho provato ad entrare nelle stanze superaffollate create da personaggi noti e in quelle più tranquille create da non vip. Ho già deciso che preferisco le seconde perché a me piace prendere la parola e nelle piccole è possibile. In questo periodo sono tante le stanze in cui il tema è proprio Clubhouse; chi è dentro da gennaio ed ha ormai esperienza spiega: come scrivere una bio, come aprire una stanza, quali persone seguire, a cosa servono le varie icone. Ma soprattutto si discute di come si deve discutere che è una cosa che mi piace un sacco perché mi riporta all’Internet di trent’anni fa. C’è un impegno incredibile nel non parlarsi addosso, nel non togliersi la parola… una bella atmosfera insomma. E siccome per lo più si ascolta, diventa un po’ come la radio, che può fare da sottofondo mentre si stira o si fa jogging o ci si sposta in metro. Perché non ascoltare la radio, mi direte? Beh, perché qui posso scegliere i temi, decidere di cosa sentir parlare e poi eventualmente dire la mia. E non c’è l’ansia da prestazione del trovare la foto bella o scrivere bene il post pesando le parole in modo da evitare fraintendimenti, quello che si vuol dire lo si dice parlando. Al momento è frequentato da persone abbastanza giovani, diciamo sotto i 50 anni, in media; che si occupano per lo più di giornalismo, di comunicazione, di marketing e ciò fa sì che anche i temi ruotino intorno a queste professioni ma da un giorno all’altro aumentano le stanze con tematiche più specialistiche. 

La cosa buffa è che si percepisce di essere ancora in poche/i perché capita di trovare in stanze diverse le stesse persone. Vedremo cosa succederà quando diventerà affollato, per ora mi godo qualche decennio dopo questa sensazione di fare la pioniera. 

Per chi vuole sperimentare, sono a disposizione per consigli. Anzi vi lascio già il primo: scegliete bene la foto del profilo perché sarà l’elemento più importante di riconoscibilità oltre alla bio. Ma mentre cambiare la bio potrà solo aumentarne l’efficacia, cambiare la foto può essere destabilizzante per chi inizia a conoscerci. Se poi è una foto che si fa notare per qualche dettaglio accattivante tanto meglio! 

***

Articolo di Donatella Caione

donatella_fotoprofilo

Editrice, ama dare visibilità alle bambine, educare alle emozioni e all’identità; far conoscere la storia delle donne del passato e/o di culture diverse; contrastare gli stereotipi di genere e abituare all’uso del linguaggio sessuato. Svolge laboratori di educazione alla lettura nelle scuole, librerie, biblioteche. Si occupa inoltre di tematiche legate alla salute delle donne e alla prevenzione della violenza di genere.

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