Fantascienza, un genere (femminile). Judith Merril

«SF is an abbreviation for Science Fiction (or Science Fantasy). Science Fantasy (or Science Fiction) is really an abbreviation too. Here are some of the things it stands for…
S for Science, Space, Satellites, Starships, and Solar exploring; also for Semantics and Sociology, Satire, Spoofing, Suspense, and good old Serendipity (but not Spelling, without which I could have added Psychology, Civilizations, and Psi without parentheses). is for Fantasy, Fiction and Fable, Folklore, Fairy-tale and Farce; also for Fission and Fusion; for Firmament, Fireball, Future and Forecast; for Fate and Free-will; Figuring, Fact-seeking, and Fancy-free. Mix well. The resa is SF, or Speculative Fan».

Judith Merril nel 1945 circa (fotografia di autore non noto)

Ecco la definizione di Science Fiction  in lingua italiana Fantascienza  di Judith Merril, tratta dall’introduzione all’antologia SF. The Year’s Greatest Science-Fiction and Fantasy del 1959, la raccolta da lei stessa curata, (quasi) ogni anno, tra il 1956 e il 1968. È una definizione arguta ma difficilmente traducibile (meglio, dunque, intuirla che banalizzarla), per le assonanze e le figure di parola che presenta, giocando sull’abbreviazione, ovvero sulle lettere iniziali dei tanti possibili vocaboli che la costituiscono: dopo aver mescolato bene, il risultato è un lettore (o lettrice) che sia Speculative Fan, appassionato della riflessione speculativa, dell’approfondimento filosofico, che sappia affrontare il genere con l’intento di comprendere il presente e le sue disfunzioni per progettare un futuro migliore.
Judith Merril è non solo una interessante autrice di fantascienza, ma anche una teorica del genere e una antologista competente, che con le sue scelte ha saputo valorizzare la «SF», ampliandone la popolarità e al contempo elevandone la qualità letteraria.

Judith Josephine (secondo alcune fonti Josephine Juliet) Grossman nasce a Boston il 21 gennaio 1923 da Samuel ed Ethel Grossman (già Hurwitch). Il padre, editorialista di un quotidiano in lingua yiddish, si toglie la vita nel 1929; poco dopo la piccola si trasferisce nel Bronx con la madre, attivista per il voto alle donne e per l’organizzazione americana delle donne sioniste Hadassah, fondata nel 1912. Judith (il nome prediletto e adottato) è giovanissima seguace dell’ideologia trotskista e del progetto sionista, di fondazione di uno Stato ebraico in Palestina. Dal primo, precoce, matrimonio con il compagno Dan Zissman, che sposa nel 1940, nasce nel 1942 la primogenita Merril: dal proprio nome e da quello della figlia Judith mutua lo pseudonimo con il quale firmerà le proprie opere di fantascienza e che assumerà come nome legale quando, dopo aver lasciato gli Stati Uniti, acquisirà la cittadinanza canadese. Dal secondo matrimonio con lo scrittore di science fiction Frederik Pohl, cui si unisce nel 1948, nasce nel 1950 la secondogenita Ann (che a sua volta, nel 1973, partorisce Emily, futura biografa della celebre nonna materna, grazie al volume del 2002 Better to Have Loved. The life of Judith Merril, vincitore dell’Hugo Award for Best Related Work l’anno successivo).
Negli anni del matrimonio con Pohl, Judith è organica al gruppo dei Futurians, autori e (alcune poche) autrici di fantascienza di orientamento politico marxista (tra questi anche Isaac Asimov). La giovane scrittrice ha già pubblicato con il nome di Judith Zissman due racconti polizieschi sulla rivista pulp Crack Detective Stories, nonché, su altre testate consimili, diversi altri racconti sportivi con gli pseudonimi (significativamente maschili) di Eric Thorstein e di Ernest Hamilton.

Il primo racconto di fantascienza data al 1948: ed è un capolavoro. La vulgata vuole che That Only a Mother (titolo italiano Solo una madre) sia stato scritto per vincere una scommessa con l’editore John W. Campbell, che sosteneva che le donne non potessero scrivere di fantascienza al livello richiesto dalla rivista Astounding Science Fiction, la più prestigiosa del genere: Judith, appena venticinquenne, lo smentisce e il suo testo è accolto sul numero del giugno 1948.

Il gruppo dei Futurians in una fotografia di autore non noto scattata a New York nel 1950. Da sinistra: Lester del Rey, Evelyn Harrison, Harry Harrison, Isaac Asimov, Judith Merril (incinta della secondogenita Ann), Frederik Pohl, Poul Anderson, L. Sprague de Camp, P. Schuyler Miller (dal volume di Judith Merril and Emily Pohl-Weary, Better to Have Loved. The Life of Judith Merril, Between the Lines, Toronto 2002)

Il racconto presenta due temi fondanti per Merril: la maternità e l’olocausto nucleare, quasi costantemente ripresi nelle opere successive. Judith stessa è madre, come Margaret, la protagonista della narrazione, che si snoda sia in oggettiva, mediante l’osservazione degli eventi dall’esterno, sia in soggettiva, attraverso lettere e telegrammi della stessa Maggie ad Hank, il marito esposto a uranio e torio, che fa ritorno a casa dopo diciotto mesi di assenza, quando la piccola Henriette, bimba dal prodigioso sviluppo intellettuale, ha ormai quasi un anno di vita.

Alla data di pubblicazione di That Only a Mother sono trascorsi meno di tre anni dallo sgancio delle atomiche su Hiroshima e Nagasaki (6 e 9 agosto 1945), e ancora meno dalla terribile consapevolezza degli effetti di questa sulle donne gravide e sui loro futuri bambini e bambine: uteri e feti sono contaminati dalla radioattività, la sacralità del grembo materno e il miracolo della nascita trasformati in mutazione indicibile. Eppure, l’istinto di madre porta ad amare, amare incondizionatamente, giunge perfino a negare il principio di realtà, a non sapere… «Hank caro, dovresti proprio vederla, adesso… e la vedrai. Ti manderò un filmino a colori. Mia madre le ha regalato delle belle camiciole con tanti nastrini. Gliene ho messa una e ora sembra un sacco di patate, bianco come la neve, da dove spunta il suo bel visino, bello come un fiore. Sono proprio io che parlo? Sono una madre troppo amorevole? Ma aspetta a vederla!». In solitudine, Margaret, che è donna e madre, scivola nella rimozione e nella follia, risposta umanissima e via di fuga di fronte all’orrore prodotto dagli uomini, incapaci di accettarlo e averne cura.

Nel 1950 Judith partorisce la seconda figlia e dà alle stampe Shadow on the Hearth (Ombra sul focolare, con gioco di parole tra ‘Hearth’ ed ‘Earth’, Terra), tradotto in italiano con il titolo Orrore su Manhattan per il n. 134 dei Romanzi di Urania, in edicola il 13 settembre 1956. «Il nostro focolare è minacciato. Non lo ignoriamo» scrive Giorgio Monicelli nella presentazione del romanzo, che ha tutte le caratteristiche della prosa di Merril: personaggi in numero limitato, con grande attenzione al profilo psicologico, azione contenuta, sviluppi lenti, gesti quotidiani e rapporti familiari, che rendono l’opera perfettamente adattabile alla dimensione teatrale; in effetti, quattro anni dopo, Shadow on the Hearth diviene lo sceneggiato Atomic Attack (regia di Ralph Nelson, tra i protagonisti Walter Matthau), trasmesso il 18 maggio 1954 da ABC nell’ambito della serie ‘Motorola Television Hour’.

La copertina dell’edizione statunitense di Shadow on the Hearth (Doudleday Books 1950) e quella del n. 134 dei «Romanzi di Urania» (13 settembre 1956), che ne presenta la traduzione italiana; il titolo è stato cambiato in Orrore su Manhattan

Il bombardamento atomico su New York, in particolare sul distretto nevralgico di Manhattan, da parte di un nemico non precisato scatena l’olocausto nucleare. La famiglia di Gladys Mitchell, moglie e madre esemplare in base ai canoni statunitensi di quegli anni, è divisa dalla catastrofe e dalle sue conseguenze non prevedibili: da una parte lei, con le figlie Barbara (Barbie), adolescente quindicenne, e Virginia (Ginny), bimba di sei o sette (la stessa differenza che corre tra le due figlie di Judith), nella casa posta alla periferia della città, con la domestica Veda Koplak (allusione a una possibile origine esotica?); dall’altra, il marito Jon, che si è recato al lavoro e che risulta disperso, in lunga, pericolosa marcia di avvicinamento dal centro urbano alla propria abitazione. Gladys, bel personaggio di donna ancora giovane (ha trentasette anni) ma con pienezza di responsabilità, appare credibile nello smarrimento iniziale, nella costante invocazione del marito («Jon, oh Jon»), che non sa se vivo o morto, nella preoccupazione per il probabile irradiamento di entrambe le figlie. Queste, nei giorni di attesa successivi al bombardamento, compiono una maturazione accelerata: Barbie assume lei pure responsabilità familiari, sostenendo la madre nei momenti di difficoltà e mostrandosi solidale nei confronti di chi è in situazione di bisogno; Ginny abbandona l’attitudine infantile al capriccio per affrontare con coraggio le conseguenze degli eventi; Veda, affidabile e pragmatica, completa il sodalizio femminile. Pure, la società presentata da Merril non si traduce nella supremazia delle donne sugli uomini, e neppure nell’autonomia di quelle rispetto a questi. Gladys e le sue compagne ce la fanno anche grazie alla presenza di alcuni uomini, e viceversa: lo scienziato antagonista Doc Levy è un personaggio positivo, competente e generoso, così come il giovane medico Peter Spinelli: entrambi diventano punti di riferimento, e in qualche modo parte integrante di casa Mitchell; al contrario, il vicino di casa Jim Turner, comandante delle squadre speciali cui sono demandati il controllo e la gestione dell’emergenza, si rivela del tutto negativo per disonestà intellettuale e autoritarismo maschilista: nelle situazioni di rischio assoluto ciascuno, ciascuna fa emergere la propria vera natura, mostrandosi per ciò che è. Il messaggio di Merril, comunque, è che non ci si salva da soli, né uomini, né donne, ma insieme. E che occorre «scongiurare la catastrofe» (così Giorgio Monicelli) prima che sia troppo tardi: «Sono andato in giro con Turner di casa in casa dice Spinelli in una delle ultime pagine del romanzo su e giù dalla Centrale, placando crisi isteriche, prelevando sangue, prestando pronti soccorsi… con la consapevolezza che la cosa era accaduta oramai, l’orribile sciagura si era proprio scatenata, e noi eravamo rimasti comodamente adagiati, senza muovere un dito per scongiurarla. Tutti noi, tranne, ben inteso, gli individui tipo Turner. Quelli erano pronti sì, tutti pronti a impugnare i loro grossi manganelli e a farli roteare giocando ai soldati».

La guerra è un tragico gioco, manovrato da governanti corrotti e astuti, agito da soldati stupidi e muscolosi, guardato da plebei senza consapevolezza, senza diritti, senza domani, che su di esso, e sui suoi giocatori-combattenti, scommettono, come nel calcio moderno. Questo è l’ordine di Klin, la distopia collocata nel futuro degli Stati Uniti presentata dal romanzo Gunner Cade (Il tiratore Cade, titolo italiano L’ordine e le stelle), scritto da Judith Merril con Cyril M. Kornbluth e pubblicato nel 1952 con lo pseudonimo collettivo Cyril Judd. È il secondo romanzo scritto a quattro mani dalla coppia di autori: il primo è Mars Child (edito a puntate da Galaxy nel 1951, poi ristampato con i titoli Outpost Mars nel 1952 e Sin in Space nel 1961). Come ricorda la stessa Judith nella biografia scritta dalla nipote, la tecnica utilizzata fu di dividere la narrazione in sequenze di cinquemila parole, da scrivere alternativamente: le parti di Kornbluth risultavano sempre più brevi del previsto, perciò lei le implementava, quelle di Merril più lunghe, perciò lui le sintetizzava. Il romanzo è completato in sei settimane, perché i due erano «desperately broke», senza soldi.

Distopico, fermamente antimilitarista, ironico, Gunner Cade si pone nella scia aperta da Katharine Burdekin con Svastika Night (1937): società piatta, potere opaco, popolo schiavo, e nessuna speranza di cambiare lo stato delle cose, in un tempo senza tempo che ha cancellato la storia. Per buona parte della narrazione il giovane Cade, l’American sniper addestrato per combattere-uccidere-morire, nega con ostinazione l’inganno che governa il Reame dell’Uomo, ma infine, grazie alla determinazione di una donna, comprende: «era la fine del suo mondo», una fine dalla quale tuttavia nasce un nuovo inizio, almeno per il tiratore scelto e per il popolo di Marte (il pianeta sul quale si trasferisce l’azione nelle ultime pagine), una fine che riconquista la dimensione della storia, perché «la Storia è la vera storia dei cambiamenti nell’organizzazione sociale dell’uomo durante lunghi periodi di tempo», e no, «il mondo non fu creato diecimila anni fa».

Nel 1955 un secondo capolavoro: Project Nursemaid (letteralmente Progetto bambinaia: il titolo italiano Metà luna non c’entra nulla). È un romanzo breve, più compatto rispetto ad altri e capace di tenere fino alla fine, ancora una volta attento alla dimensione interiore dei personaggi, ben equilibrati tra loro: il colonnello-psicologo, umanissimo nei suoi dubbi e nelle sue emozioni, il generale suo superiore, la segretaria sergente impeccabile ma come spesso in Merril provvidenziale, da una parte; dall’altra una studente modello in difficoltà per una gravidanza non desiderata, un fidanzato inizialmente inconsapevole, una preside rigorosa ma capace di comprensione. L’idea di partenza nasce dal tema della maternità: per fondare una colonia lunare, occorrono individui già adattati ab origine all’atmosfera del satellite, ove tuttavia il parto comporterebbe rischi per madri e neonati. Ecco, allora, il “Progetto Nursemaid”: estrarre i feti dall’utero di donne che altrimenti abortirebbero o abbandonerebbero la prole, per trasportarli sulla Luna; nutriti fino alla loro nascita in incubatrici predisposte e accuditi da donne dalle provate capacità, i bimbi e le bimbe daranno vita a una nuova generazione in grado di colonizzare il satellite terrestre. Il protagonista Tom Edgerly, nel quale si riflette Judith, affronta con serietà e umanità il proprio compito, valutando sia le giovani che non saranno madri, sia le donne più mature candidate al lavoro di bambinaie, con attenzione al benessere fisico e psichico di entrambi i gruppi, nonché delle nuove vite che nasceranno. Nell’orizzonte della “fantascienza sociale” sono affrontati i temi dei rapporti prematrimoniali, della gravidanza precoce, dell’aborto, con un’apertura e una complessità di punti di vista e implicazioni senza dubbio sorprendente per gli anni Cinquanta.

La copertina di Robert Foster per la seconda edizione di Daughters of Earth (Dell Publishing 1970); il trittico di tre romanzi brevi (Project Nursemaid, Daughters of Earth e Homecalling) è stampato
per la prima volta nel 1968

Non è un caso che questa novel sia stata ristampata nel 1968, a costituire un trittico sul femminile e sulla maternità con due altri romanzi brevi rappresentativi dell’autrice: Daughters of Earth (1952, mai tradotto in Italia) e Homecalling (1956, titolo italiano Il richiamo). L’incipit del primo ripercorre una genealogia biblica volta al femminile: «Martha begat Joan, and Joan begat Ariadne. Ariadne lived and died at home on Pluto, but her daughter, Emma, took the long trip out to a distant planet of an alien sun. Emma begat Leah, and Leah begat Carla, who was the first to make her bridal voyage through sub-space, a long journey faster than the speed of light itself». Sei generazioni di Figlie della Terra, in sequenza matrilineare: Martha, Joan, Ariadne, Emma, Leah, Carla… Rovesciamento di Genesi 4,18 («A Enoch nacque Irad, Irad generò Mecuiaèl» e così via), operato consapevolmente da Judith (di origine ebraica), per la quale il futuro sarà delle donne come degli uomini. Le memorie delle astronaute donne (se ne ricorderà Naomi Mitchison) si susseguono con pacatezza, narrate retrospettivamente da Carla, «la prima a compiere il suo viaggio nuziale attraverso lo spazio-tempo, un lungo viaggio a una velocità maggiore di quella della luce», che affida ricordi ed emozioni a lettere di famiglia e pagine di diario, dando prova di essere a un tempo esploratrice e scienziata, amante e madre, in una parola donna, una donna che ha a cuore la formazione delle proprie figlie, le future generazioni femminili, e che per loro vuole un destino sempre migliore. Il secondo, che Oriana Palusci definisce «favola fantascientifica», presenta invece la figura dell’eterna madre, il cui amore va oltre apparenze e pregiudizi. Deborah, bambina di otto anni (novella Alice in Wonderland), e il fratellino Peter sono precipitati su un pianeta sconosciuto che ha l’aspetto di un giardino delle meraviglie: sono soli, poiché l’incidente all’astronave è costato la vita ai genitori. I piccoli entrano a far parte della comunità di creature aliene che popolano questo mondo dalla vegetazione suntuosa, in primis grazie alla Madre di queste, che riesce a instaurare un contatto telepatico con i due orfani e a superare le diffidenze della maggiore, più strutturata e propensa a vedere l’altrocome nemico, tranne poi cedere all’amore e al desiderio di essere accolta e protetta.

Nel romanzo The tomorrow people (1960, titolo italiano Gente di domani), la protagonista è Lisa Trovi, una donna cui è assegnata una funzione salvifica sia nei confronti del proprio compagno, l’astronauta John Wendt, sia della comunità terrestre che abita la «Cupola dei Dollari» statunitense (cui si contrappone la «Cupola Rossa» cino-sovietica) sulla Luna. Bella, innamorata, indipendente, Lee risolve il trauma subito da Johnny in una precedente, sfortunata missione, comunque sottraendosi agli eccessi di lui; attraverso l’arte (è danzatrice) riporta l’equilibrio nel gruppo di scienziati e ricercatori al lavoro sul satellite; fa emergere, infine, «la memoria e la conoscenza, l’abilità e l’affetto e le speranze e i sogni e le credenze perdute e gli ideali» di un’antica razza perduta. E fa tutto questo durante la gravidanza, portando in sé la vita. Il romanzo, ambientato negli anni Settanta, presenta un insieme di personaggi complesso, si snoda con lentezza, focalizza l’attenzione sulla dimensione interiore piuttosto che sugli eventi esterni, come caratteristico della scrittrice, che qui più che mai sembra affidare alle donne il futuro prossimo del mondo, la convivenza e collaborazione tra i popoli, in una parola, la pace.

Immagini di copertine che rappresentano le diverse attività di Judith Merril. Da sinistra: l’antologia da lei curata Galaxy of Ghouls (Lion Library Edition 1955), che comprende sedici racconti di science fantasy e si presenta come «guida tascabile» per vampiri, lupi mannari e altre creature della notte; il primo numero dell’antologia SF. The Year’s Greatest Science Fiction and Fantasy (con introduzione di Orson Welles, Gnome Press 1956), nel quale Judith raccoglie i migliori testi del genere
editi su rivista l’anno precedente; l’antologia di romanzi brevi e racconti di Merril
stessa The best of Judith Merril (Warner Books 1976)

Contro la guerra, per la pace: nel 1968, l’anno della rivoluzione planetaria, Judith Merril si fa promotrice con Kate Wilhelm Knight dell’opposizione di autori e autrici di fantascienza all’intervento statunitense nella guerra in Vietnam. Il caso è celebre: sul numero di Galaxy Science Fiction del giugno di quell’anno, compaiono due pagine di «inserzione a pagamento» (la 4 e la 5). Sulla prima di queste, l’elenco degli scrittori, uomini e donne favorevoli («Noi sottoscritti crediamo che gli Stati Uniti debbano rimanere in Vietnam per assolvere le proprie responsabilità verso il popolo di quel paese»; seguono settantadue nomi, sette femminili); sulla seconda, quello degli autori, uomini e donne, contrari («Noi ci opponiamo all’intervento degli Stati Uniti nella guerra in Vietnam»; seguono ottantadue nomi, dodici femminili). Tra i primi, Leight Brackett, Fredric Brown, Edmond Hamilton; fra i secondi, oltre alle promotrici (che indicano una casella postale per ulteriori adesioni ed eventuali contributi), Isaac Asimov, Ray Bradbury, Philip K. Dick, Harlan Ellison, Philip José Farmer, Virginia Kidd (amica di Judith dai tempi dei Futurians), Ursula K. Le Guin, Joanna Russ, Robert Silverberg… Con qualche approssimazione: vecchi contro giovani, Old Wave contro New Wave (definizione coniata da Merril), «Hard SF» (fantascienza muscolare) contro «Sociological SF» (fantascienza sociale).

Judith è stanca di guerra: l’anno successivo si trasferisce a Toronto, Ontario, con la figlia Ann, acquisendo poi la cittadinanza canadese; lasciata la scrittura in proprio, è ormai affermata antologista ed editrice in ambito science fiction; si dedica anche alla formazione della gioventù nel celebre Rochdale College, esperimento di comunità cooperativa e di libera università.

Nel 1970 dona alla Toronto Public Library la propria imponente collezione di libri e riviste di fantascienza in lingua inglese, istituendo “The Space Out Library”, ribattezzata nel 1991 “Merril Collection of Science Fiction, Speculation e Fantasy”: conta oltre ottantamila titoli ed è la più grande collezione esistente del genere, almeno in questo sistema solare.

Judith Merril davanti ad alcuni scaffali della Merril Collection of Science Fiction, Speculation and Fantasy
presso la Toronto Public Library

Prima di morire il 12 settembre 1997, Judith Merril, che ha posto il maternage come valore centrale della propria narrazione, dà vita al sogno di trovare degna collocazione a ciò che rappresenta la passione di una vita, rendendolo fruibile ad altri e altre che con lei condividono questo lungo amore, quasi fossero suoi figli e figlie. Un sogno che è, poi, quello di tutte e tutti noi, che con passione amiamo la fantascienza.

In copertina: scorcio della Merril Collection of Science Fiction, Speculation and Fantasy presso la Toronto Public Library.

***

Articolo di Laura Coci

y6Q-f3bL.jpegFino a metà della vita è stata filologa e studiosa del romanzo del Seicento veneziano. Negli anni della lunga guerra balcanica, ha promosso azioni di sostegno alla società civile e di accoglienza di rifugiati e minori. Dopo aver insegnato letteratura italiana e storia nei licei, è ora presidente dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.

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