Quel che so di lei. Donne prigioniere di amori straordinari di Monica Guerritore 

Edito da Longanesi nel 2019, il libro della grande attrice e regista Monica Guerritore, ora anche ottima scrittrice, mi attirava da tempo e, dopo la lettura avvincente e rapida, mi accingo a condividere le mie impressioni. 

L’originalità dell’opera sta nel non essere un vero e proprio romanzo, anzi direi che è difficile inserirla in un genere: si tratta, infatti, di una storia realmente accaduta, rielaborata dalla fantasia dell’autrice, a cui si collegano per evidenti legami logici dei personaggi letterari e/o teatrali interpretati dall’attrice sui palcoscenici italiani; non solo: ad ognuno di questi personaggi corrisponde una fase della vita della donna Guerritore. Quindi i piani di scrittura e di lettura sono almeno tre, distinti fra loro ma ben fusi nell’armonia complessiva, nelle sue scorrevoli 150 pagine e poco più. 

Il fatto centrale è l’assassinio, femminicidio si direbbe oggi, di una dama di corte della regina Elena di Savoia, moglie del conte Romualdo Trigona dei principi di Sant’Elia, senatore del Regno d’Italia. La bellissima Giulia, zia di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, nata Mastrogiovanni Tasca di Cutò nel 1877, è stata uccisa in uno squallido alberghetto romano dove viene rinvenuta il 2 marzo 1911. È stato il suo amante, un losco individuo, un profittatore, il tenente di cavalleria di nome Vincenzo Paternò del Cugno che, come tanti uomini, non ha accettato la fine della relazione. Le dà un ultimo appuntamento al quale lei, come troppe donne, ingenuamente si reca. Ha tuttavia scritto due lettere che porta con sé, ma la polizia le consegnerà ai vertici dello Stato, a Giolitti e poi al re, i quali le faranno scomparire bruciandole. Cosa contenessero, dunque, non si sa. Giulia si è fidata a tal punto dell’ex amante da avere con lui un rapporto sessuale, prima di essere colpita da numerose coltellate che le hanno squarciato la gola. «Sangue dappertutto. Sulle pareti, sullo specchio, su una poltroncina, il materasso intriso». Un’immagine sconvolgente per la cameriera che è entrata, facendo la terribile scoperta. D’altra parte, se Giulia è arrivata a tanto c’è un perché: il nobile marito da tempo la tradiva con una attrice e lei lo ha scoperto nel modo più doloroso, attraverso una lettera anonima, condivisa con gli affetti femminili più cari, ovvero le sorelle. Poi si è sentita delusa, abbandonata, ferita. Qui si introduce il primo tassello dell’attrice e donna Monica, quando ricorda l’allestimento teatrale di Scene da un matrimonio di Bergman con il compagno di allora e padre delle sue due figlie, l’attore e regista Gabriele Lavia. Era il 1997. Anche la loro unione sembrava felice e senza nuvole, mentre il matrimonio di Johan e Marianne stava andando in pezzi. «”Che cos’hai? A cosa pensi?”. “Niente”. Mentivo. “E tu? Sei sveglio? Che hai?”. “Niente”. Mentiva. Ci siamo lasciati dopo quello spettacolo. Marianne ha pianto, e una volta che è accaduto ho imparato a piangere anch’io». 

La seconda tappa, sul filo dei ricordi, crea un rimando fra Giulia e una figura creata dalla fantasia di Čechov, Ljubov‘ Andreevna, protagonista del Giardino dei ciliegi, «il poema teatrale della perdita e del mutamento». Monica, nel lontano 1974, debuttò appena sedicenne nella celebre messa in scena di Strehler nel ruolo della figlia Anja. Il legame fra le due donne è ancora la separazione: Valentina Cortese (Ljubov’ Andreevna) viveva da anni con il grande regista, in una bella casa milanese, ma aveva appena scoperto la sua relazione con una giovane attrice tedesca, che in seguito diverrà sua moglie. Proprio come era accaduto a Giulia, tradita e in cerca di appagamento: “sta affogando nella depressione e si aggrappa a Paternò. Gli si consegna disordinatamente, perde ogni cautela». A proposito di passione senza freni e senza limiti, il prototipo può essere la Lupa, la gnà Pina, disegnata da Verga, il cui ruolo cinematografico era stato pensato per Sophia Loren. Al suo rifiuto, si fece avanti Monica che dette corpo e volto alla popolana affamata di uomini, anzi, di un uomo, il genero Nanni, fatto sposare a forza alla figlia per averlo vicino. Anche lei va incontro impavida verso la morte, con un mazzo di papaveri fra le braccia, preludio del sangue che sarà versato. Pure il tenente Paternò versò sangue e poi, tentando il suicidio, si sfregiò orribilmente: quello che si presentò in tribunale non era più il giovanotto affascinante, ma un mostro con metà faccia deturpata. 

Da Giulia alla signorina Giulia di Strindberg il passo è breve: la nobile siciliana viene ricattata dall’amante che vuole soldi da spendere in donne e divertimenti, la contessina è stata posseduta con «abbracci scomposti e volgari», ha rubato per quell’individuo e ha cambiato vita, finché ha scelto la morte. Racconta Guerritore che ogni sera, in teatro, riviveva quella morte. «E questa morte il pubblico percepiva. Non c’erano parole, solo il misterioso racconto che dal palco passa in platea». Riflette poi su un altro personaggio letterario: «Emma Bovary è l’anima errante che corre portandosi sulle spalle tutte le donne del mondo». Quanti sogni, quante illusioni: da bambine non ci preparano a ciò che la vita presenterà davvero. Emma finisce come sappiamo, Giulia viene gettata fuori di casa dal marito, tuttavia lotta per avere quanto le spetta, vorrebbe addirittura la separazione, va da sola a Palermo sfidando molti tabù dell’epoca, ma subisce le minacce dell’amante. «Di cosa moriamo, noi donne, oggi come un tempo?» si domanda l’autrice prima di affrontare le “donne sgarbate”, le donne innamorate dell’amore, come Carmen. Qui Monica ricorda la sua originale rivisitazione del ruolo, quando entrava in scena appesa a una imbracatura, con un abito luccicante, sorvolando un gruppo di uomini disperati che piangevano la giovane esistenza spezzata della sigaraia. Carmen grida “no” all’uomo, questa è la sua funzione, come quella di un’altra donna vicina a noi nel tempo, dalla forte personalità: Oriana Fallaci. Macchina da scrivere, occhiali scuri, labbra rosse, sigaretta sempre accesa, voce roca, fisico devastato: sera dopo sera, ci spiega ancora l’interprete e creatrice dello spettacolo Mi chiedete di parlare, sono entrata nel personaggio e capivo la sua profonda solitudine. Finché la finzione spariva, la giornalista celebre era una donna malata che si toglieva la parrucca, mostrando la sua nudità. Anche Giulia si mostra senza difesa, va incontro al suo assassino tranquilla, accordando l’ultimo appuntamento di una storia finita. «Non sa che non è ancora tempo per questa forza. Occorrono un luogo e una consapevolezza che, nel nostro mondo, ancora non c’è. Qui, oggi, le donne ancora si uccidono o vengono uccise». Paternò va ad acquistare un coltello, lo vuole affilato, dalla lama micidiale, per la caccia grossa, dice all’armaiolo perplesso. Ci vorranno ventisette coltellate per annientare Giulia, dopo l’amore. Al processo, triste e piangente, confermerà che aveva sofferto troppo negli ultimi tempi e la ucciderebbe di nuovo, per uccidere poi sé stesso. Quanto teatro per evitare l’ergastolo. Ma non bastò: scontata la pena, fu graziato nel 1942 e morì sette anni dopo. 

Mentre sta scrivendo queste pagine, ricorda Guerritore, spesso stampa e tv parlano di donne assassinate da ex mariti gelosi, ex amanti, conviventi, una strage quotidiana che fa solo male. Per fortuna le viene l’idea stravagante di contattare Woody Allen per un adattamento del suo film Mariti e mogli. Allen infatti riprende il tema delle relazioni coniugali trattato con sapienza e dolore da Strindberg e da Bergman, ma lo fa con leggerezza; lui non darebbe mai un calcio a sua moglie, non solo per timore di lei, ma pensando alla reazione dell’idraulico, se dovesse rompere il water! Incredibile ma vero le vengono concessi i diritti e mano libera nel trattamento del testo, così lo spettacolo è andato felicemente in scena. E chi scrive lo testimonia: una pièce brillante, arguta, divertente, movimentata, con un’altra attrice bravissima, Francesca Reggiani; sia con gli applausi scroscianti sia all’uscita dal teatro pistoiese la compagnia intera fu circondata dal pubblico affettuoso e festante. Per quella fortunata prova Monica Guerritore si aggiudicò il premio “Pistoia: una città per il teatro” come migliore attrice e migliore regista della stagione 2017-18. «Adoro Sally. ― scrive alla fine del suo libro ― Sally stupenda, furente, pazza, cattiva. Sally la vendicatrice di Marianne e delle sue sorelle. Sally innamorata». Tutto in una notte di pioggia, in una sala da ballo in cui si mangia, si dorme, ci si tradisce, ci si ama. Anche qui le coppie si separano, ma poi si ritrovano, e con ben altro spirito, «con l’umorismo che tutto stempera e addolcisce. Siamo umani, sembra dirci Woody, siamo fatti così». E con lui, anche Monica ce lo ricorda, orgogliosa della sua battaglia vinta contro il pregiudizio: i direttori dei teatri erano stupiti e perplessi. «Brava la Guerritore, ma chi è il regista?» chiedevano. Bisogna insistere e lavorare molto per imporsi secondo i meriti. «Sono una donna fiera. […] Sono cresciuta. […] mi ritrovo a pensare: ho sessant’anni, sono una donna fatta, e sono forte». Una bella soddisfazione e prova di consapevolezza: magari avessero fatto altrettanto Giulia, Emma, Carmen andate incontro fragili e ingenue al proprio tragico destino.  

Monica Guerritore
Quel che so di lei. Donne prigioniere di amori straordinari
Longanesi, Milano, 2019 
pp. 160

***

Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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