Le fedeltà invisibili di Delphine De Vigan

Il filo invisibile delle fedeltà

Non so quale sia il criterio con cui le persone scelgono i libri da leggere e da comprare. Per quel che mi riguarda, diffido dei best seller e delle opere troppo pubblicizzate o di moda e mi faccio guidare dai consigli di amici ed amiche, dai suggerimenti contenuti nei libri che sto leggendo, dagli altri titoli di autori e autrici che mi hanno appassionata e dalle recensioni che trovo sugli inserti culturali di quotidiani e riviste. Per il libro di cui vorrei scrivere oggi si è trattato di un’intervista all’autrice, che lessi da una pagina di La Stampa di Torino, mentre aspettavo di degustare una polenta concia in uno dei miei rifugi preferiti, il Rifugio Ferraro in Val d’Ayas. La scrittrice stava descrivendo il suo ultimo libro, Le gratitudini, dedicato a una donna che aveva deciso di ritirarsi in una residenza per anziani. Lo comprai e lo divorai e, seguendo un altro dei miei criteri di lettura, spulciai gli altri titoli di questa donna, che ha il dono di abbinare la profondità dello sguardo alla levità della scrittura. Le fedeltà invisibili fu quello che scelsi. Mi avevano attirato il titolo (fedeltà è parola preziosa e quasi rivoluzionaria in questa società liquida) e il desiderio di ritrovare quella scrittura tanto amata. Il libro, come Le gratitudini, è scritto alternando il racconto e il punto di vista di personaggi differenti. Il più tenero ed indifeso è Théo, un adolescente che si trova a vivere una situazione familiare difficilissima, che lo mette a dura prova e di fronte alla quale reagisce con una forza d’animo difficile in una persona della sua età. Tanta resistenza avrà il suo prezzo da pagare. Vicino a lui troviamo il suo compagno di trasgressioni, molto più fortunato a livello familiare, Mathis. Tra i personaggi femminili abbiamo la madre di Mathis, Cècile, attenta ma non troppo ai problemi esistenziali del figlio, ed Hèlene, l’insegnante dei due adolescenti. Sono grata a Delphine De Vigan per come ha saputo descrivere questo personaggio femminile che, come tutte le persone segnate dalla vita, ha sviluppato una notevole empatia, virtù indispensabile in una docente per cogliere i segnali di disagio e sofferenza provenienti dalle e dagli studenti, come anche le loro qualità. Sola in una scuola in cui gli altri e le altre insegnanti sono, nel migliore dei casi, distratti o invece pronti a punire e a non interrogarsi mai sui comportamenti adolescenziali, Hélene sarà fondamentale per Theo e lo sarà nel modo più discreto e meno appariscente, riattraversando la propria sofferenza proprio grazie allo sguardo su di lui, perché è per mezzo degli altri che impariamo a capire noi stessi/e e quello che ci è capitato. Helene che ha potuto dimenticarsi di sé e lasciarsi fare del male da un padre terribile, ma forse proprio in forza di questa atroce esperienza ha potuto riconoscere in Theo un’anima affine. Helene non è madre biologica, non ha mai potuto avere figli, ma è più madre di tutte le madri descritte nel libro. Arriverà ad esporsi per poterlo aiutare, e avrà al suo fianco solo un collega e amico in questa battaglia totalmente incompresa dalle istituzioni.

C’è un passaggio del libro che mi piace ricordare, perché rivela la sensibilità dell’autrice. É Hèlene che parla: «Custodisco dentro di me il bambino che non avrò. Il mio ventre rovinato è pieno di volti dalla pelle diafana, di minuscoli dentini bianchi, di capelli serici. E quando me lo chiedono – cioè ogni volta che faccio una nuova conoscenza (specialmente donne), ogni volta che, dopo avermi chiesto che lavoro faccio (o appena prima) mi chiedono se ho figli – ogni volta quindi che devo rassegnarmi a tracciare per terra col gesso bianco la linea che divide in due il mondo (quelle che li hanno, quelle che non li hanno) ho voglia di dire: no, non ne ho, ma guarda nel mio ventre tutti i figli che non ho avuto, guarda come danzano al ritmo dei miei passi, non chiedono che di essere cullati, guarda questo amore che ho tenuto in serbo convertito in lingotti, guarda l’energia che non ho consumato e che mi resta da spendere, guarda la curiosità ingenua e selvaggia che possiedo, e la voglia di tutto, guarda la bambina che sono rimasta io stessa non essendo diventata madre, o forse proprio per questo».

Alcune figure maschili e femminili di sottofondo hanno ruoli marginali nella storia, ma i tre uomini più importanti del lungo racconto, i tre padri, sono descritti attraverso le parole degli altri personaggi e non meritano che il loro punto di vista e la loro versione dei fatti siano conosciute: uno, il maschio dominante, narciso e supponente, che ha un vizio tra i peggiori di questa epoca social, raccoglie tutte le nostre antipatie per come lascia sola la moglie Cécile, fortunatamente in via di emancipazione dalla soggezione psicologica nei suoi confronti, ad occuparsi dei segnali di preoccupazione e trasgressione del figlio, abdicando al ruolo di genitore; l’altro, il padre di Théo, è descritto con una compassione per i troppi colpi ricevuti dalla vita e per la depressione in cui è precipitato che mi è capitato raramente di incontrare. Ce lo descrive Theo, a cui forse la vita sta chiedendo troppo, ma che ci insegna come ci si deve rapportare con le persone che soffrono psicologicamente e che si sono dimenticate dell’amore di sé, anche se sono quelle che ci dovrebbero sostenere. Sempre Thèo ci descrive pure la madre, indurita dal dolore e dalla delusione nei confronti dell’ex marito, resa incapace di “vedere” la crisi del figlio e di individuarne i bisogni. Il terzo padre è quello di Hèlene, l’incarnazione della misoginia, una figura del passato capace di condizionare per sempre la vita della sensibile docente. Mi piace chiudere con l’esergo, che spiega il senso del titolo del libro: «Le fedeltà invisibili. Sono fili che ci legano agli altri, ai vivi come ai morti, sono promesse che abbiamo sussurrato e di cui non riconosciamo l’eco, lealtà silenziose, sono contratti per lo più stipulati con sé stessi, parole d’ordine accettate senza averle comprese, debiti che custodiamo nei recessi della memoria. Sono le leggi dell’infanzia che dormono dentro il nostro corpo, i valori per cui lottiamo, i fondamenti che ci tormentano e ci imprigionano. Le nostre ali e le nostre catene. Sono i trampolini da cui troviamo la forza di lanciarci e le trincee in cui seppelliamo i nostri sogni».

Un libro per scoprire le nostre fedeltà invisibili.

Delphine De Vigan
Le fedeltà invisibili
Giulio Einaudi editore, Torino, 2018
pp. 144

***

Articolo di Sara Marsico

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Abilitata all’esercizio della professione forense dal 1990, è docente di discipline giuridiche ed economiche. Si è perfezionata per l’insegnamento delle relazioni e del diritto internazionale in modalità CLIL. È stata Presidente del Comitato Pertini per la difesa della Costituzione e dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano. I suoi interessi sono la Costituzione , la storia delle mafie, il linguaggio sessuato, i diritti delle donne. È appassionata di corsa e montagna. 

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