Maria Sklodowska Curie

Prima scena. Maria a Parigi dalla sorella Bronia: in stazione hanno il loro primo colloquio, 1891.

Bronia: «Eccoti finalmente! Hai fatto buon viaggio? È molto lungo il viaggio in treno da Varsavia a Parigi, ma ora siamo insieme; starai un po’ nella mia casa con me e mio marito, poi potrai trovarti una casa tutta per te, magari vicino all’università».
Maria: «Ho atteso a lungo questo momento e finalmente è arrivato; ora potrò riprendere gli studi interrotti in Polonia, dato che là l’università è proibita alle donne… la Russia ci opprime, ci impedisce di manifestare le nostre tradizioni, ci impone la lingua russa. Ricordi, Bronia, a scuola quando avevo dieci anni, all’improvviso squillò il campanello e noi alunne nascondemmo il libro di storia della Polonia e prendemmo il ricamo tra le mani? Era entrato l’ispettore russo e la maestra chiese a me di rispondere alla domanda sulla storia della Russia zarista, in lingua russa ovviamente. Io lo feci in modo preciso e corretto… poi, quando l’ispettore uscì, scoppiai in lacrime, umiliata per il servilismo mostrato. Nostro padre ha sempre mantenuto una grande identità polacca, alimentando in noi un forte senso patriottico. Sentiamo la Francia come una seconda patria, dove i principi di libertà e di uguaglianza sono presenti… e tu, Bronia, hai sposato un polacco, dunque?»
Bronia: «Qui ho studiato, grazie al tuo aiuto; hai mantenuto fede al nostro patto segreto: prima tu avresti lavorato per mantenermi agli studi e poi io avrei fatto lo stesso per te. Sì, ho sposato un esule polacco, è medico e ha tanta nostalgia della Polonia, vedrai quante domande ti farà!»

Maria Sklodoska a 16 anni

Maria: «Voglio subito recarmi, domani stesso, all’università, per conoscere i professori e i programmi di matematica e fisica… ho già 24 anni, devo recuperare il tempo perduto. Mi hanno fatto terminare gli studi secondari al Ginnasio dal quale uscii con la medaglia d’oro, ma con l’impossibilità di continuare. Noi giovani, ragazze e ragazzi, aderimmo a un progetto ambizioso chiamato “Università Volante”, un circolo culturale patriottico clandestino legato a ideali laici, scientifici. Abbandonai la religiosità tanto presente in Polonia. Sai, Bronia, ero animata dal bisogno di dare cultura ai poveri, contadini e operai; infatti raccoglievamo danaro per allestire una biblioteca, io credo che per costruire un mondo migliore dobbiamo migliorare gli individui, sono certa che sia questa la strada per il progresso».
Bronia: «Maria, hai dimostrato una grande dignità; hai lavorato per aiutare me e la nostra famiglia andando a servizio in due case. Ti sei dovuta allontanare da casa nostra ancora giovane perché la prima casa era molto lontana da Varsavia. Mi confidasti la grande umiliazione che ricevesti quando fosti respinta dal tuo datore di lavoro, padre del ragazzo; eravate innamorati, ma il padre impedì al figlio di sposare una ragazza povera e lo allontanò da casa».
Maria: «Mi sentii totalmente avvilita in quei giorni e tutta la mia ambizione si era riversata su di te, Bronia, e su nostro fratello Jozef poiché sentivo che a Parigi, dopo l’expo del 1889, tirava veramente un’aria nuova che avrebbe influenzato tutta l’Europa».
Bronia: «Andiamo a casa ora, così conoscerai il polacco che ho trovato lontano da Varsavia…»

Seconda scena. Gli studi sulla radioattività con Pierre Curie, 1898.
Maria: «Caro Pierre, eccoci qui dopo una lunga giornata di lavoro in laboratorio.

I coniugi Curie nel loro laboratorio

A volte ricordo quel sogno che feci e che diede spunto alla mia tesi di laurea: sognai una luce incandescente e tanti colori. Questo sogno mi portò ad avvicinarmi a Wilhelm Rontgen che stava cercando, con i suoi esperimenti, i raggi X indagando sulle proprietà dei raggi catodici che a volte erano invisibili, altre volte creavano una luminescenza blu o anche verde. Mi laureai grazie anche a una borsa di studio ottenuta per tracciare le proprietà magnetiche dei vari acciai; è proprio grazie a questi acciai che ci conoscemmo. Tu dirigevi una scuola di fisica e chimica industriale di Parigi e avevi già all’attivo con il fratello Jacques una scoperta importante: quella della piezoelettricità, il potenziale elettrico che si genera quando i cristalli vengono compressi. Siamo simili io e te; io taciturna, quasi austera, riservata e caparbia, votata alla ricerca scientifica e non al chiasso della mondanità, così come anche tu del resto. Eravamo, fin dal primo momento, votati all’isolamento. Ti ricordi quando ci sposammo, nel 1895? Cerimonia semplice, civile e senza scambio degli anelli perché io volevo mantenere la mia indipendenza. Ora abbiamo una figlia… guarda sta dormendo ed è tutto buio. Possiamo, come ogni sera, andare nel capannone a vedere la luminescenza color azzurro-malva nelle ampolle e nei tubi catodici, è uno spettacolo incantevole e sempre nuovo, i tubi brillano come fossero fantasmi o fate. Ecco sono questi i momenti più belli della nostra vita».
Pierre: «Mi sono lanciato a capofitto nei tuoi studi per identificare la sostanza 300 volte più attiva dell’uranio, estratta dalla pechblenda e mai identificata finora… Suggerisco di chiamarla polonio, dal nome del tuo Paese di origine».

Maria: «Siamo ormai vicini a una più grande scoperta con una radioattività 900 volte maggiore di quella dell’uranio, e una linea spettrale mai osservata prima: è quella del radio. Poter aggiungere 2 elementi alla tavola periodica degli elementi è motivo di grade orgoglio per me. Dopo quattro anni di lavoro massacrante e 10 tonnellate di residui di pechblenda lavorati, ho ottenuto una quantità di radio puro somigliante a pochi granelli di sabbia. Ora, nella mia tesi di dottorato, che ottengo come prima donna in Francia, ne presenterò finalmente al mondo il peso atomico: 225. L’emettere radiazioni è una proprietà atomica dell’elemento uranio che ho voluto chiamare radioattività e che non può essere modificata da alcuna procedura chimica. Ma se è l’atomo a emanare radiazione, allora non può essere indivisibile: secoli di convinzioni filosofiche si sgretolano».
Pierre: «Il radio ultimamente sta diventando oggetto di disparati usi, viene messo in ogni cosa come fosse un misterioso elemento di divertimento. Anche noi due, del resto, giriamo tutto il giorno con le fialette nelle tasche».
Maria: «I raggi X hanno la proprietà di penetrare la carne, ma non le ossa, io ne intravedo un uso in campo medico, forse nella cura del cancro. Cosa ne dici?»
Pierre: «Credo tu abbia ragione. È appena arrivato un telegramma da Stoccolma. Sono stato convocato per ritirare il premio Nobel per la Fisica 1903, a metà con Henri Becquerel, sui fenomeni radioattivi. Che grave ingiustizia non aver nominato anche te che hai lavorato per anni insieme a me. Se non mettono il tuo nome non andrò a ritirarlo!»

Terza scena: passeggiata sul lago di Ginevra con Einstein, 1929.

Passeggiata sul lago di Ginevra

Maria: «Caro Albert, l’ho invitata qui sul lago di Ginevra per fare una bella passeggiata; mi fa piacere ripercorrere la vita con chi, come lei, ha compreso i miei drammi, oltre che i miei successi. Lei mi aiutò molto con quella lettera del novembre del 1911 e mi diede la forza di andare a Stoccolma a ritirare il mio secondo premio Nobel. Già avevo vissuto uno scandalo quando volli ottenere il dottorato in Scienze nel 1903; dicevano che una donna non può puntare così in alto. Sono stata la prima, infatti, in Francia e nel mondo. E poi, dopo la morte di mio marito, ho chiesto e infine ottenuto la cattedra alla Sorbona che era stata sua; ripresi le lezioni proprio dove le aveva lasciate lui… completai l’esercizio che Pierre aveva interrotto sulla lavagna proprio quel giorno dell’incidente. I giornali si scatenarono dicendo che una cattedra non poteva essere data a una donna, non francese e forse… ebrea».
Albert: «Lei è una donna dalla brillante intelligenza, è una donna “modesta e onesta”, quella cattedra fu pienamente meritata».
Maria: «Ma veniamo all’altro grande scandalo. Dopo la morte di mio marito mi sono dedicata anima e corpo alla ricerca. Qualche anno dopo, nel 1910, ho sentito pian piano lenirsi il dolore e ho provato amore per un altro uomo, il giovane Paul Langevin, già dottorando di mio marito. Ci siamo innamorati e abbiamo iniziato a frequentarci. Nonostante fosse separato dalla moglie, era ancora tecnicamente sposato e la sua relazione con me scatenò le ire della ex-moglie, che non accettava la separazione, additandomi come unica responsabile della fine del suo matrimonio. Decise di vendicarsi: diede ordine a un suo uomo di fiducia di entrare di nascosto nell’appartamento dove ci incontravano per rubare le nostre lettere d’amore. Appena se le ritrovò tra le mani, nemmeno il tempo di leggerle, che già le chiuse in una busta indirizzata alla stampa: uno scandalo! I pettegolezzi andavano a pesare sulla mia già triste storia».
Albert: «I giornali calcano sempre la mano, non vanno di certo “in punta di penna”, tutt’altro: gonfiano la storia, hanno passato al setaccio la vostra vita, madame Marie, dipingendola, addirittura, come la “perfida ebrea straniera colpevole di aver distrutto una famiglia felice”. La sua storia spiattellata sui giornali ha scatenato il dissenso del pubblico, che ci ha messo ben poco a dimenticarsi dei suoi successi in campo scientifico, ricordandosi solo e unicamente della sua “scandalosa” nomea di sfascia famiglie».

Gruppo scientifico

Maria: «Pochi giorni dopo, si ricorda, ci incontrammo al primo convegno Solvay, dal 30 ottobre al 3 novembre del 1911 a Bruxelles, dove, da quell’anno in poi, si sono riuniti i più importanti scienziati. Ero l’unica donna e non passavo inosservata anche perché prendevo spesso la parola. Al rientro in Francia, trovo davanti al portone di casa una folla inferocita ad attendermi, costringendomi così a rifugiarmi, insieme alle mie figlie, a casa di amici».
Albert: «Io nel frattempo ero ritornato a Praga. Ancora compiaciuto dall’incontro con voi, donna così brillante, rimasi di sasso quando venni a conoscenza dello scandalo. M’infuriai e mi indignai profondamente della crudeltà della stampa che aveva reso di pubblico dominio una situazione privata con la deliberata intenzione di distruggere la sua reputazione scientifica. Ho messo da parte tutti i miei appunti di lavoro e mi sono messo a scrivere una lettera indirizzata a lei».

Albert Einstein, Lettera a Marie

Maria: «La conservo ancora e oggi, nell’incontrarla, ho voluto portarla con me, eccola. “Stimatissima signora Curie, non rida di me se Le scrivo senza avere nulla di ragionevole da dire. Ma sono talmente in collera per le maniere indecenti con cui il pubblico si sta ultimamente interessando a Lei, da sentire di dovere assolutamente dare sfogo a questo mio sentimento. Ad ogni modo, sono convinto che Lei coerentemente disprezzi questa gentaglia, sia che questa elargisca ossequiosamente stima nei suoi confronti sia che tenti di soddisfare il proprio appetito per il sensazionalismo! Mi sento spinto a dirle quanto io sia arrivato ad ammirare il suo ingegno, la sua energia e la sua onestà, e che mi sento fortunato ad aver avuto la possibilità di conoscerla di persona a Bruxelles. Chiunque non appartenga a questa schiera di rettili è certamente felice, ora e anche prima, del fatto che abbiamo tra noi persone come Lei, e anche come Langevin, persone reali rispetto alle quali si prova il privilegio di essere in contatto. Se la gentaglia dovesse continuare a occuparsi di lei, non legga quelle fesserie ma piuttosto le lasci ai rettili per cui sono state prodotte. Con i miei più amichevoli ossequi a lei, Langevin e Perrin, cordialmente, Einstein”.
Queste sue parole mi hanno confortata molto. Poco tempo dopo ho ricevuto, nel dicembre, il mio secondo Premio Nobel, questa volta in Chimica per la scoperta del radio e del polonio. Mi consigliavano di non andare a Stoccolma per non mettere in imbarazzo il re nel dover stringere la mano a una adultera, ma ignorai quel consiglio e seppi rispondere che il lavoro scientifico per il quale venivo premiata non aveva nulla a che vedere con i miei fatti personali».
Albert: «Molto bene! Ho molto apprezzato che lei e suo marito non abbiate depositato il brevetto della vostra scoperta, lasciando aperta la possibilità a tutti di farne uso. Qui a Ginevra siamo impegnati nella Commissione internazionale per la cooperazione intellettuale che deve favorire la pace mondiale e sancire che «la scienza è un bene comune dell’umanità».
Maria: «Ne sarebbe orgoglioso anche Pierre. Grazie Albert… è stata una bella passeggiata! Ne faremo altre anche in montagna, che piace a entrambi».
Albert: «Ci vediamo a Brunico allora, la prossima estate…».

Quarta scena. Con le figlie Irène ed Eva, 1934.

Maria Sklodoska, Lettere alle figlie

Maria: «Care figlie mie, sono stanca e malata, state qui con me, voglio parlare un po’ con voi. Vedo che avete tenuto le fotografie e tutte le lettere che vi mandavo quando non potevo starvi vicina perché il lavoro mi portava spesso lontano. Qui scrivevo: “Mia piccola Irène, ti mando un grande bacio da Stoccolma, pregandoti di darlo da parte mia anche alla tua sorellina Evette. Purtroppo non riuscirò a raggiungervi al mare perché devo rimanere in laboratorio. Cercate di essere prudenti”.
Guardo tra i fogli e le fotografie… ecco uno scarabocchio di un’equazione sul polonio, l’ultima relazione sulla deviazione magnetica e accanto qualche parola d’ amore e di raccomandazione per voi. “Mi mancate tanto, ricordatevi di fare i compiti, attenzione in bicicletta…” Ecco le foto delle passeggiate in compagnia di Albert Einstein, delle cene insieme al presidente Hoover, alla Casa Bianca, dell’incontro con Edison e le fotografie ufficiali delle conferenze scientifiche Solvay. Barbe, giacche, pantaloni e solo una sottana, la mia. Ho uno sguardo dolce e malinconico, lo chignon arruffato di chi, come me, non ha tempo di curare le apparenze, di chi ha già troppi pensieri».
Irène: «Con tutti quegli uomini, non ti sentivi in soggezione?»
Maria: «Sarete fiere di sapere che vostra madre non fa mai scena muta durante le riunioni, anzi. Prendo spesso la parola e sono convinta che sia di qualche utilità per far avanzare il lavoro di tutti. Ma sono una mamma come tante, Nobel a parte. Ho sognato il meglio per voi, vi ho accudite con apprensione, ho avuto slanci amorosi ma anche giudizi severi. Cerca di studiare meglio musica e tedesco, ti manderò presto il riassunto di algebra. Ho temuto di trascurarvi e mi sono sentita in colpa quando non potevo stare con voi.
Quando vostro padre è morto, investito da una carrozza, tu, Irène, avevi solo nove anni ed Eve ne aveva appena compiuti due. Nei primi tempi ho tenuto un diario, il diario del lutto sul quale ho sfogato il dolore e l’angoscia di tutti quei giorni infiniti: “La mia vita è distrutta. Farò degli sforzi enormi affinché le mie figlie crescano sane e forti”. Per cancellare i dolorosi ricordi, ho affittato una casa fuori città, dove voi bambine potevate giocare all’aria aperta. Vi insegnavo la matematica, con un metodo innovativo, basato su esempi concreti, piuttosto che su lezioni teoriche. Ogni giorno, dovevo fare lunghi tragitti fino al mio laboratorio, nel quinto arrondissement. La governante polacca si occupava di voi quando ero costretta ad andare all’estero per partecipare a conferenze, ritirare onorificenze, cercare fondi per le mie ricerche, per acquistare il pechblenda, il metallo da cui estrarre il radio per i miei studi».
Eva: «Mamma, non amavi un po’ di mondanità?»
Maria: «No, quasi tutti i miei amici sono nel mondo scientifico. Ho trovato con molto piacere Einstein al mio arrivo, ogni anno, a Ginevra. Abbiamo preso l’abitudine di vagabondare insieme chiacchierando del più e del meno. “È il miglior scienziato che io conosca”, mi diceva Einstein chiamandomi al maschile. Ma è con voi che ho condiviso tutto. Siete state il filo rosso della mia vita. Siete la mia più grande ricchezza.

Irène nel laboratorio con la madre, 1925

Tu, Irène, hai cominciato presto a frequentare il laboratorio, mentre tu, Eve, hai preferito studiare musica, ami la letteratura. Sono rimasta disorientata da questa figlia artista, di una bellezza inquieta. Bambina mia, ti auguro di superare tutte le tue preoccupazioni e spero che tu riesca a organizzare la tua vita in modo più calmo e ragionevole. Forse non sono stata capace di spiegarti cos’è la felicità, ma so per certo quali sono le vere tragedie».
Irène: «Ricordi, mamma, durante la prima guerra mondiale, abbiamo cominciato a lavorare insieme. Giravamo i campi di battaglia a bordo di unità chirurgiche mobili, chiamate petites Curie, che permettevano di usare i raggi X per localizzare proiettili sul corpo dei soldati francesi».

Maria: «Figlia mia, sei un’amica eccezionale, hai reso la mia vita più facile. Pensare al lavoro con accanto il tuo sorriso mi ha dato coraggio. Ci scrivevamo spesso delle nostre ricerche scientifiche. In questa lettera ti chiedo: “Dimmi con precisione cosa hai scoperto sulla deviazione magnetica”.

Mezzo per le radiografie nella Prima Guerra Mondiale

Temo che la scienza possa essere deviata dalle forze regressive, ammonivo già nel 1932, sono sempre stata inquieta verso l’ingiustizia, ma non ho mai voluto impegnarmi direttamente in politica. Ho avuto, per tutta la vita, un’ostinata e lucida passione per la scienza».
Irène: «Siamo una famiglia tutta al femminile, dove il talento si eredita di madre in figlia, generazione dopo generazione. Io sto lavorando nella chimica insieme a mio marito Frédéric Joliot. Sono cresciuta con l’idea che la ricerca scientifica non sia fatica, ma piacere. Anch’io come te, mamma, sono tra coloro che pensano che la scienza abbia in sé una grande bellezza. Una scienziata nel suo laboratorio non è soltanto una tecnica: è anche una fanciulla posta in faccia ai fenomeni naturali che l’impressionano come in una fiaba. Noi in famiglia abbiamo sempre avuto una concezione umanista della scienza».
Eva: «Anch’io saprò stupirvi… suonerò il pianoforte e scriverò romanzi e il primo sarà sulla tua vita, mamma!»
Maria: «Sento che sto per lasciarvi. Ho scritto le mie volontà testamentarie: le troverete nel cassetto superiore del mobile del salone. Nella lettera vi ho scritto, come allora, parole di amore e un’ultima richiesta: “Fate buon uso di un grammo di radio appena acquistato, come fosse un terzo figlio”».

Paullo, marzo 2019. Teatro filosofico, Le donne nella scienza

In copertina: Marie Sklodowska Curie, Varsavia 7 novembre 1867-Passy 4 luglio 1934.

***

Articolo di Maria Grazia Borla

Laureata in Filosofia, è stata insegnante di scuola dell’infanzia e primaria, e dal 2002 di Scienze Umane e Filosofia. Ha avviato una rassegna di teatro filosofico Con voce di donna, rappresentando diverse figure di donne che hanno operato nei vari campi della cultura, dalla filosofia alla mistica, dalle scienze all’impegno sociale. Realizza attività volte a coniugare natura e cultura, presso l’associazione Il labirinto del dragoncello di Merlino, di cui è vicepresidente.

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