IL G8 DI GENOVA. LA GUERRA: IL 21 LUGLIO

L’indomani l’aria è tesissima. La questura si aspetta circa centomila persone: ne arrivano il triplo. Un ragazzo ucciso in piazza è un fatto troppo grave per restare a casa. Tutta l’Europa si riempie di presidi davanti alle ambasciate italiane che chiedono di interrompere il G8. Da tutta Italia ci si muove verso il capoluogo ligure. A Genova, invece, il Gsf si spacca. I Ds se ne chiamano fuori e i gruppi cattolici decidono di non prendere parte alla manifestazione che dovrebbe chiudere il controvertice. Nonostante tutto, una folla immensa riempie corso Italia, da Boccadasse fino a metà di corso Torino. Il corteo non riesce ad avanzare perché troppo numeroso. Quasi tutti hanno le mani dipinte di bianco in segno di nonviolenza.

All’improvviso, alcuni individui incappucciati si staccano dalla prima fila e lanciano pietre e bottiglie contro la polizia per poi scomparire nel nulla. La reazione non si fa attendere. Mentre i reparti caricano la prima fila, i lacrimogeni vengono sparati da terra addosso alle persone, piovono dall’elicottero e arrivano persino dai motoscafi in mare. Il corteo viene spezzato in più punti. La folla è schiacciata tra il lungomare su un lato e i palazzi sull’altro. Le cariche si susseguono fino a sera. I feriti si contano a migliaia, troppi per le ambulanze.  Le forze armate arrestano chiunque sia a terra, spruzzano liquido al peperoncino sulle ferite aperte, colpiscono ancora con scarponi e manganelli.

La “macelleria messicana” Dopo un’altra giornata stremante, chi può torna a casa. I giornalisti raccolgono immagini e testimonianze di ore terrificanti. Il lavoro va avanti nella sede del media center, che si trova nel complesso scolastico Pascoli-Pertini, mentre chi ha bisogno di riposare è ospitato nella scuola Diaz, sul lato opposto di via Cesare Battisti. 

Lena Zulke, manifestante ventenne arrivata dalla Germania, si sta aggiustando i dreadlocks nel cortile della scuola, ha gli occhi gonfi per i lacrimogeni respirati, finalmente potrà riposare qualche ora, pensa. Arnaldo è veneto, ha più di sessant’anni, è l’ultimo arrivato nella scuola, non ha trovato un altro posto dve dormire, stende il sacco a pelo vicino alla porta d’ingresso. Mark Covell, giornalista londinese, è nella strada tra i due complessi scolastici, sta pensando di preparare un archivio audiovisivo per Indymedia, ne parla con Lorenzo Guadagnucci, bolognese, anche lui giornalista.

Mark Covell dopo il pestaggio

È mezzanotte passata. All’improvviso, dal fondo della strada compaiono delle luci blu che si avvicinano rapidamente. I primi agenti scendono dai mezzi. Mark prova ad entrare nella sede del media center ma non fa in tempo, alza il tesserino professionale e urla «I am a journalist». «Non è vero, tu sei un black bloc e noi ti ammazzeremo!», è la risposta. Poi i primi colpi. Lena entra di corsa nel dormitorio e sale le scale. Mark cerca di proteggersi la testa. Cade a terra quasi subito. I manganelli spaccano le mani e le costole, che a loro volta bucano i polmoni. Mark rimane a terra incosciente mentre la polizia sfonda il cancello e il portone della scuola-dormitorio. Radio Onda Rossa a Roma, Radio Black Out a Torino, Radio Onda d’Urto a Brescia e Indymedia in Inghilterra trasmettono in diretta. «La polizia è entrata, abbiamo le mani alzate». Si sentono schianti, poi più nulla. Computer e telecamere vengono distrutte. Novantatré persone dormienti vengono colpite dagli scarponi e dai manganelli e trascinate giù per le scale. Lena è nell’angolo di un corridoio, ha la testa aperta e perde tantissimo sangue, un poliziotto la prende e la trascina al pian terreno continuando a farle sbattere la testa sui gradini. Quando arrivano le ambulanze, l’atrio dell’edificio è un lago rosso. Nella scuola entrano caschi blu ed escono barelle insanguinate. Trauma cranici ed ossa spaccate si contano numerose. Lena e Mark passano ore in coma; lui, la completa capacità respiratoria non la recupererà più. 

Una signora che abita in via Cesare Battisti, sconcertata e confusa da ciò che vede e sente dalla finestra, telefona alla polizia:
«Stanno attaccando i ragazzi che dormono nella scuola, sta succedendo un macello»
«Sì signora, lo sappiamo, siamo già sul posto».

Anche nella canonica di San Benedetto al Porto, a notte inoltrata, suona il telefono, è Luisa Morgantini, deputata di Rifondazione comunista: «Andrea corri, stanno massacrando i ragazzi alla Diaz!».

Fuori dalla Diaz accorrono Fausto Bertinotti e Luigi Malabarba, segretario e senatore di Rifondazione, insieme a Vittorio Agnoletto, totalmente impotenti davanti a tanto sangue e ai lamenti che escono dalle barelle. 

L’espressione «macelleria messicana» per definire il crimine compiuto nella scuola Diaz è stata usata da uno degli stessi agenti che vi hanno preso parte.
Oltre alla volontà di distruggere fisicamente e psicologicamente i manifestanti, l’assalto alla scuola è finalizzato a far sparire i filmati sulla brutalità con cui è stato gestito ordine pubblico, che avrebbero potuto portare a incriminare tutta la catena di comando: senza l’irruzione alla Diaz e la distruzione di quel materiale audiovisivo, probabilmente oggi avremmo a disposizione molto più materiale d’accusa. L’operazione è stata compiuta da un plotone di polizia misto, composto da agenti di vari reparti per renderne più difficile l’identificazione in sede di futuri processi. Per giustificare l’irruzione nella scuola, dove non era rifugiato alcun manifestante violento, la polizia simulerà la presenza di membri del blocco nero tramite false bottiglie molotov infilate successivamente tra gli effetti personali dei manifestanti. Depistaggio e falsa testimonianza sono tra i reati più gravi che dei membri delle forze dell’ordine possano commettere.
Finito il pestaggio nella scuola, la polizia fa irruzione in ospedale per portare via i feriti minacciando di denunciare i medici che si oppongono. Si salvano da questa ennesima retata solo i due casi più gravi, Lena e Mark, entrambi in coma e incapaci di reggersi in piedi.

La caserma delle torture Le persone fermate o arrestate durante i cortei del 20 e del 21 luglio vengono recluse per giorni nella caserma di Bolzaneto senza poter comunicare con l’esterno, nemmeno con parenti o avvocati. Molte di queste persone, anche straniere, non risultano formalmente arrestare, sono soltanto state prese dalla polizia o dai carabinieri e fatte sparire arbitrariamente per giorni. Vari detenuti stranieri saranno rilasciati in seguito a pressioni delle ambasciate dei rispettivi Paesi.

La caserma di Bolzaneto

A Bolzaneto, dove è presente il vicepremier in visita ufficiale, vengono praticate vere e proprie torture sulle persone private della libertà. Abusi di potere, umiliazioni, violenza psicologica, privazione di sonno e di cibo per vari giorni e notti consecutive, minacce, insulti, divieto di usare i bagni sono fattori costanti che accompagnano i pestaggi. Chi ha i capelli lunghi è rasato a forza, varie donne vengono spogliate e minacciate di violenza sessuale, iscritti a Rifondazione comunista sono costretti a fare il saluto romano, ad abbaiare, a bere la propria urina o a defecarsi addosso. Gli agenti invocano Mussolini e Pinochet e costringono i detenuti a fare altrettanto. Persino alcuni medici si rendono responsabili di trattamenti degradanti, come strappare capelli e piercing e non disinfettare le ferite. L’obiettivo è la distruzione del movimento attraverso l’uccisione morale e psicologica dei suoi partecipanti. Molte persone non troveranno il coraggio di parlare di quanto subito né di denunciare i propri carnefici. 

«Avevo 21 anni nel 2001. Ero andata a Genova il 21 luglio, dopo la notizia che avevano ucciso un ragazzo di due anni più di me, potevo esserci io al suo posto». È la testimonianza di una donna che preferisce non rivelare il proprio nome. «Mi hanno arrestata e picchiata in corso Italia. Non ho mai pianto così tanto come quel giorno. Ci strappavano i capelli i piercing e gli orecchini, ci picchiavano continuamente, ci minacciavano di stupro, ci hanno tenuto in piedi per tre giorni e due notti consecutive senza farci mangiare né sedere.  Poi mi hanno rilasciata, i miei amici invece sono finiti a Bolzaneto. Li hanno costretti a bere il proprio piscio, gli hanno infilato manganelli nel culo. Poi li hanno trasferiti nelle carceri di Alessandria, Voghera e Pavia, solo per il gusto di prolungare il loro calvario. Loro non si sono mai più ripresi, neanche vent’anni dopo».

«Ma dove è stata quel giorno la ritirata degli sbirri?», chiede un ragazzo molto più giovane di lei, troppo giovane per avere memoria diretta di quei giorni, «Dov’è che li avete messi in fuga perché eravate troppi?».

«A Genova non c’è stata nessuna “ritirata degli sbirri”, quel giorno ci hanno annientato. Come corteo, il 21 luglio non siamo riusciti ad avanzare nemmeno mezzo metro. A Genova il nostro crimine era quello di esistere e il loro obiettivo quello di eliminarci. A Genova è stato sancito che chi non vive in un certo modo non ha diritto di esistere. Dopo Genova non c’è stato più niente. E vent’anni dopo ancora diamo la colpa agli anarchici!».

***

Articolo di Andrea Zennaro

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Andrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

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