Il Rapporto 2022-23 di Amnesty international. Focus su Asia e Pacifico

L’alluvione in Emilia-Romagna con le sue migliaia di sfollati ci ha messo difronte alle conseguenze di un cambiamento climatico a cui molti politici e imprenditori non hanno voluto credere, nonostante le proteste dei giovani di Ultima Generazione, presto criminalizzate dai media mainstream. Siamo rimasti tutti sconvolti/e ma c’è una parte del pianeta che è stata colpita da inondazioni devastanti, temperature in aumento, tifoni letali ed erosione costiere. In Pakistan, ondate di caldo, siccità e poi devastanti inondazioni hanno lasciato quasi 750.000 persone senza accesso a un alloggio adeguato, all’istruzione o all’assistenza sanitaria. Nonostante ciò, proprio due delle potenze più forti di questa area hanno tenuto comportamenti incompatibili con il contrasto al cambiamento climatico: il Giappone ha continuato a finanziare progetti globali legati a petrolio, gas e carbone e piani per la costruzione di nuove centrali elettriche a carbone; la Cina, nonostante le dichiarazioni fatte da Xi-Jinping a Parigi, ha aumentato la produzione di carbone. Ben poco è stato fatto dai Governi con la conseguenza che le persone più colpite sono state quelle povere ed emarginate. Secondo l’ultimo rapporto dell’Onu presentato al Congresso mondiale di meteorologia il 22 maggio scorso sono due i dati che riguardano il riscaldamento globale su cui concentrarsi: il numero di vittime e la conta economica dei danni. Dal 1970 al 2001 gli eventi climatici estremi hanno fatto oltre due milioni di vittime, di cui il 90% nei Paesi in via di sviluppo e hanno provocato 4300 miliardi di dollari di perdite economiche. Questi dati sono aumentati a causa di tempeste e uragani. Il miglioramento dei sistemi di allarmi precoci ha peraltro consentito di ridurre la perdita di vite umane, soprattutto in Birmania e Bangladesh. In questa parte di mondo i diritti umani faticano ad affermarsi e le violazioni sono molteplici. Non deve stupire se, appena si può, le persone cerchino altrove un’esistenza più libera e dignitosa. Essere donna in questa regione, nonostante alcuni miglioramenti da registrare in Cina, Indonesia e Papua Nuova Guinea, significa essere discriminata e sottoposta a violenza sistemica; in Afghanistan, essere di fatto cancellata dalla vita e dagli spazi pubblici, non poter lavorare con le Ong, non poter viaggiare senza un accompagnatore maschile, non poter frequentare la scuola secondaria e l’università o andare nei parchi pubblici. In Bangladesh sono stati centinaia gli episodi di stupro od omicidio di donne da parte dei loro mariti o di altri membri della famiglia, come pure in Pakistan. Le persone Lgbtqi+, pur avendo visto riconosciuti i loro diritti in Giappone, Singapore e Taiwan, sono state sottoposte ad aggressioni verbali e fisiche, soprattutto in Afghanistan e Pakistan.

Le minoranze etniche sono spesso state discriminate, come pure le popolazioni native. In particolare, in Sri Lanka, esponenti delle minoranze musulmane e tamil sono stati arbitrariamente arrestati e detenuti in base a una legge severissima sulla prevenzione del terrorismo, mentre nel “civile” Giappone che fa parte dei G7 sono continuate le discriminazioni nei confronti dei coreani, divenuti capri espiatori per la morte del Primo Ministro Shinzo Abe. In Nepal molti nativi sono stati mandati via dalle loro terre ancestrali per fare spazio a parchi e aree di conservazione e rischiano di essere sfrattati anche dagli insediamenti informali. La tortura e altri maltrattamenti in carcere sono stati moltissimi in molte zone di quest’area e molte sono statele morti in carcere. La libertà di espressione e la libertà di stampa sono state fortemente represse dai Governi, nonostante le numerose manifestazioni che le rivendicavano. Addirittura, in Malesia e in Nepal sono stati puniti con la reclusione gli attori comici. In Afghanistan criticare i talebani ha comportato torture per i giornalisti.

In Corea del Nord ogni critica al Governo continua a essere vietata e in Cina è stato impedito all’Ohcr di documentare in un rapporto le gravi violazioni dei diritti umani e i crimini nei confronti degli uiguri e di altre minoranze musulmane. In Myanmar la situazione è gravissima. «Le autorità militari hanno intensificato la sorveglianza online e offline e limitato il diritto all’informazione, secondo i resoconti, utilizzando telecamere a circuito chiuso con funzionalità di riconoscimento facciale nelle principali città e imponendo periodiche interruzioni di Internet e delle telecomunicazioni a livello nazionale». Anche la libertà di riunione pacifica e di associazione sono state fortemente represse dai Governi. La Cina si è particolarmente distinta per gli arresti e le detenzioni arbitrarie di attivisti nello Xinjiang e in Tibet. Ma non sono stati solo i Governi a limitare le libertà. Anche le organizzazioni internazionali, in particolare il Consiglio dei diritti umani nell’Onu ha omesso di intervenire e suscitare dibattiti sulle violazioni dei diritti e sulla mancata riparazione alle vittime delle violazioni stesse. In questa parte del mondo i crimini di guerra sono stati moltissimi, soprattutto in Myanmar e Afghanistan. Anche le imprese hanno avuto grandi responsabilità in Myanmar, ben documentate dal rapporto. In particolare, Amnesty International ha anche scoperto che gli algoritmi e le pratiche commerciali di Meta (ex Facebook) hanno contribuito in modo sostanziale alle gravi violazioni dei diritti umani subite dai rohingya in Myanmar nel 2017.

Ma in molti Paesi di quest’area non si può nemmeno esercitare la libertà di religione. In India i musulmani sono stati regolarmente arrestati e perseguiti per aver esercitato la loro libertà religiosa. Alle ragazze è stato anche vietato di indossare l’hijab nelle scuole pubbliche di Karnataka, mentre in Pakistan sono continuate le conversioni forzate all’Islam di ragazze indù, cristiane e sikh. In Cina si è continuato ad arrestare uiguri, kazaki e altri gruppi etnici minoritaria prevalenza musulmana – Rifugiati e richiedenti asilo sono rimasti fortemente emarginati e a rischio di respingimento. Mentre si deve salutare come un successo l’abolizione della pena di morte in Papua Nuova Guinea, le esecuzioni capitali sono continuate in Afghanistan, Myanmar e Singapore. A Singapore è stata addirittura messa in atto un’opera di intimidazioni e vessazioni sugli avvocati che difendevano persone nel braccio della morte. Amnesty International invita i Governi di quest’area a rispettare i fondamentali diritti umani, che rappresentano ancora per la maggior parte delle persone un’utopia.
È da salutare come una splendida notizia l’assegnazione del titolo di “Miglior Difensore dei diritti umani per il 2023” da parte di Amnesty International al commentatore filippino Walden Bello. Chi volesse leggere il suo coraggioso discorso di accettazione del riconoscimento, in cui si denunciano i danni fatti dagli economisti neoliberisti, dal Fondo Monetario internazionale e dalla
Banca Mondiale lo trova qui. (https://fpif.org/time-to-seek-justice-not-hand-
out-the-nobel-prize-for-economic-crimes/).

Raccoglitore di immondizia nelle Filippine. Shutterstock

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Articolo di Sara Marsico

Giornalista pubblicista, si definisce una escursionista con la e minuscola e una Camminatrice con la maiuscola. Docente per passione, da poco a riposo, scrive di donne, Costituzione, geopolitica e cammini.

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