Mercoledì 12 luglio alla presenza del sindaco di Roma Roberto Gualtieri, dell’assessore Miguel Gotor, della responsabile della direzione Affari Culturali di Parigi Aurélie Filippetti, del console di Francia Fabrice Maiolino e del presidente del XII Municipio Elio Tomasetti è stata scoperta a Villa Pamphilj la targa che intitola un viale all’attrice francese Simone Signoret.

Simone Henriette Charlotte Kaminker nacque a Wiesbaden il 23 marzo del 1921, all’epoca sotto occupazione francese. Era figlia di un interprete polacco ebreo, André Kaminker – inventore della traduzione simultanea e fondatore dell’Associazione internazionale interpreti, nonché capo interprete del futuro Consiglio d’Europa – e di una donna cattolica, Georgette Signoret. Dopo essere rientrati dalla Renania Simone visse e studiò a Parigi, fino a quando i venti dell’imminente guerra costrinsero la famiglia a spostarsi in Bretagna nel 1939. Tornarono a Parigi nel 1941 senza il padre, rifugiato politico legato al governo di de Gaulle; per mantenersi la giovane lavorò come dattilografa per il giornale collaborazionista Les nouveaux temps grazie alla raccomandazione di una sua vecchia amica del liceo, Corinne Luchaire, figlia del direttore. Nel frattempo frequentava i circoli culturali parigini, soprattutto quello del Café de Flore nel quartiere di Saint-Germain-des-Prés, dove scoprì la passione per il cinema. Incoraggiata dalle amicizie e dai parenti, incluso il suo primo amore e futuro attore Daniel Gélin, assunse il cognome materno come nome d’arte, così da tenere nascoste le sue origini ebree, e partecipò a diverse audizioni ottenendo piccole parti già nel 1942.
L’anno seguente incontrò il futuro marito, lo sceneggiatore e regista Yves Allégret, da cui ebbe due figlie, una che morì pochi giorni dopo la nascita e Catherine, nel 1946; si sposarono nel 1948 e Allégret la coinvolse nei propri film. I suoi tratti sensuali e il suo carattere forte la intrappolarono in ruoli di donne “maledette” e femme fatale, come accadde nella pellicola che le diede fama, Le Ronde del 1950, dove interpretava una prostituta. Ciò non le impedì di dare il proprio tocco alle sue performance, aggiungendo sensibilità e nuove sfaccettature ai personaggi. Anticonformista e impegnata, fu una delle prime donne francesi a mostrarsi con i pantaloni e a fumare in pubblico. Si tenne sempre lontana dal mondo artefatto delle dive e dei divi del cinema, ferma nei suoi ideali anche quando questo la portava a ruoli ritenuti scomodi.
Tramite l’amico e poeta Jacques Prévet conobbe il cantante di origine italiana Yves Montand, all’anagrafe Ivo Livi, che aveva da poco iniziato la sua carriera di attore: fu amore a prima vista e per lui Signoret decise di lasciare Allégret, per poi sposarlo nel 1951. Nel 1954 la coppia acquistò una villa ad Autheuil-Authouillet, in Normandia, che diventò presto un ritrovo per artisti e intellettuali come Jean-Paul Satre e Simone de Beauvoir. Apertamente di sinistra, sia Signoret che Montand parteciparono a due documentari di denuncia sociale: Le joli mai del 1963 e La fond de l’air est rouge del 1977, e vennero identificati come “compagni di strada” dal Partito comunista francese – da cui presero le distanze dopo una tournée di Montand nell’Europa dell’est, in cui videro le reali condizioni del popolo sotto il “socialismo reale” e dopo l’invasione dell’Ungheria; nessuno dei due, tuttavia, rinnegò mai i propri ideali.
Lo scandalo del divorzio non intaccò la carriera di Signoret: i ruoli di indipendenti e intelligenti figure femminili nei film Casque d’or del 1952, Thérèse Raquin del 1953, Les Diaboliques del 1955, La mort en ce jardin nel 1956 la consacrarono come una delle punte di diamante del cinema francese. Sempre nel 1956 partecipò a Les Sorcières de Salem, film basato sul dramma in quattro atti The Crucible (Il crogiuolo) di Arthur Miller, denuncia del maccartismo a seguito della morte dei coniugi Rosenberg, evento per cui la coppia aveva protestato, ponendosi nel mirino della stampa americana. Durante le riprese Montand ebbe una breve ma intensa relazione con Marilyn Monroe, all’epoca moglie di Miller, che presto divenne di dominio pubblico; Signoret comunque decise di rimanere col marito nonostante i frequenti tradimenti.
Fu il film indipendente inglese Room at the Top del 1959 che permise all’attrice di mostrare tutto il suo talento drammatico e le assicurò la vittoria al Festival di Cannes e agli Oscar, prima francese a ottenere tale risultato. Iniziò a lavorare anche in Italia, affiancando Sandra Milo e Marcello Mastroianni in Adua e le compagne del 1960; quello stesso anno fu tra le 121 firmatarie e firmatari della Déclaration sur le droit à l’insoumission dans la guerre d’Algérieper riconoscere il conflitto in Algeria come una guerra di indipendenza, denunciare l’uso della tortura da parte dell’esercito francese e chiedere che gli obiettori di coscienza fossero rispettati e non costretti a partecipare alla guerra o pubblicamente bistrattati.
Dopo averli rifiutati per anni, accettò i primi ruoli in produzioni hollywoodiane, come Ship of Fools del 1965, The Deadly Affair e Games del 1967, e The Sea Gull del 1968. Nel 1969 la sua interpretazione della partigiana ebrea Mathilde in L’Armeé des Ombres venne acclamata al punto da influenzare la rappresentazione delle donne ebree negli anni a venire. Tornata in Francia Signoret si dedicò a film di denuncia sociale come L’Aveu del 1970 e La vie davant soi del 1977, che le valse il premio César per il ruolo della ex prostituta Madame Rosa, abitante di un quartiere multietnico alle prese con il trauma della Shoah e con la difficile vita di periferia.
Nella sua brillante carriera vinse ulteriori premi, tra qui tre Bafta, un Emmy, un David di Donatello e un Orso d’argento al Festival di Berlino. Al contrario di molte colleghe e colleghi non inseguì mai la propria giovinezza: si lasciò invecchiare, il che le consentì di avere in età matura un’espressività assai rara per le attrici della sua stessa generazione; una scelta che da un lato la rese vittima di un certo tipo di giornalismo che, allora come oggi, non perdona alle donne l’inevitabile decadenza fisica, e dall’altro le lodi della critica per la qualità delle sue interpretazioni. Continuò a recitare fino a che una malattia alla retina non la rese quasi del tutto cieca; il suo ultimo film fu L’Etile du nord del 1981. Partecipò assieme al marito alla realizzazione del documentario Terrorists in Retirement del regista Mosco Boucault, che parla di un gruppo di immigrati ebrei che durante la Seconda guerra mondiale parteciparono alla Resistenza francese di matrice comunista. Il documentario creò scandalo in quanto accusava il Partito comunista di non aver mai di fatto supportato i propri membri ebrei, al punto che fu bandito fino al 1985. Fondamentale per la realizzazione del progetto fu l’esperienza personale di Signoret vissuta nella Francia di Vichy, successivamente usata anche per la pubblicazione di un romanzo storico, Adieu Volodia: ambientato in Francia tra il 1925 e il 1945, narra la storia di due famiglie ebree emigrate dalla Polonia e dall’Ucraina alle prese col crescente antisemitismo. Una promettente carriera di scrittrice venne purtroppo stroncata quasi sul nascere: un cancro al pancreas si portò via Simone Signoret nel 1985, a 64 anni. Il giornale francese Le Monde la ricordò così: «Simone Signoret fu famosa e popolare, ma non fu una star; non ne aveva il temperamento e non ne aveva piacere, perché non poteva vivere fingendo di essere diversa da quella che era. Né tantomeno fu un mito, perché esserlo avrebbe voluto dire rinunciare alla sua identità, verità e umanità, e a tutte quelle cose a cui teneva molto. Fu una grande attrice». Montand le sopravvisse fino al 1991 e volle essere inumato accanto a lei nonostante si fosse risposato.


La targa a Simone Segret si trova nell’entrata dell’Appia Antica del Parco di Villa Pamphilj, il terzo polmone verde più grande della capitale. Simone Signoret è l’ultima di una lunga lista di donne famose a cui sono intitolati i viali – tra di loro citiamo Simone de Beauvoir, Maria Callas, Artemisia Gentileschi, Miriam Mafai. La bella iniziativa è da inquadrarsi nel gemellaggio tra Roma e Parigi – dove infatti è stato dedicato un giardino all’attrice Monica Vitti – con l’obiettivo di una maggiore collaborazione tra le due città.
In copertina: Simone Signoret nei panni di Madame Rosa.
***
Articolo di Maria Chiara Pulcini

Ha vissuto la maggior parte dei suoi primi anni fuori dall’Italia, entrando in contatto con culture diverse. Consegue la laurea triennale in Scienze storiche del territorio e della cooperazione internazionale e la laurea magistrale in Storia e società, presso l’Università degli Studi Roma Tre. Si è specializzata in Relazioni internazionali e studi di genere. Attualmente frequenta il Master in Comunicazione storica.

Un commento