Scrivi Anita e leggi Garibaldi. Destino di molte donne. Anche di Ana Maria De Jesus Riberio che è stata raccontata, per la collana “Italiane” di Pacini Fazzi, da me diretta, da Marilena Lucente, scrittrice appassionata della parola, profonda indagatrice dell’animo umano. «È difficile – dice Lucente – raccontando la biografia di Anita, districare storia e leggenda. Oltre i particolari romantici Anita condivise veramente gli ideali politici del suo Josè e lo seguì ovunque in viaggi e battaglie».
Ana Maria De Jesus Riberio nacque vicino alla città di Laguna, nello Stato di Santa Caterina, nell’odierno Brasile. Ricevette un’educazione elementare, ma dimostrava sempre intuito e intelligenza. All’età di 14 anni si sposò trasferendosi a Laguna con Manuel Giuseppe Duarte, un calzolaio conservatore e reazionario. Il matrimonio durò pochi, difficili, anni, fino alla morte prematura di Manuel. «Nell’anno 1839 – continua Lucente – Garibaldi arrivò con tre lancioni per prendere Laguna e costituire la Repubblica Juliana, si era infatti rifugiato in America Latina, prendendo subito parte a insurrezioni locali. Dalla sua nave Garibaldi scrutava la terraferma con un cannocchiale e scorse un gruppo di ragazze che passeggiavano lungo la riva. La sera stessa incontrò proprio la giovane che così tanto desiderava conoscere. Nelle sue memorie Garibaldi scrisse che rimase fulminato dal suo aspetto e dalla sua personalità».

Anita e Giuseppe hanno avuto una vita disseminata di pericoli, sacrifici e povertà, fino alla prematura morte di Anita nel 1849 durante i moti di quegli anni. «Dopo la morte di Garibaldi – scrive Marilena Lucente – avvenuta nel 1882, c’era stata una vera e propria moltiplicazione di monumenti dedicati a Garibaldi e Anita. È stato calcolato che nel mondo ci sono circa cinquemila monumenti dedicati a Garibaldi. Anita non raggiunge questo numero ma anche in questo campo conferma la sua eccezionalità: è stata una delle prime donne realmente vissute a essere rappresentata in scultura. Prima di lei le statue dedicate alle donne erano per lo più personificazioni di idee astratte quali la Temperanza, il Pudore, la Bellezza. Allo scultore Cesare Zocchi il primato di aver vinto nel 1860 un concorso per celebrare sia i caduti per l’indipendenza italiana che Anita Garibaldi. La statua, che venne inaugurata a Ravenna nel 1888, mostra Anita in abiti medievali e con una lunga treccia che scivola lungo la schiena mentre porge una corona d’alloro al soldato caduto. Sul basamento, due lapidi in bronzo raccontano i due momenti chiave della biografia di Anita, a cavallo, mentre attraversa il guado del fiume Canavas e la morte in terra ravennate. La scultura che consegna Anita all’immaginario collettivo è quella realizzata a Roma, sul Gianicolo, lì dove Garibaldi aveva strenuamente difeso la città. Quando, nel 1931 venne nuovamente bandito il concorso per il monumento di Anita – che doveva serviva oltre che a celebrare anche a contenere le spoglie della donna – lo sculture Mario Rutelli, oramai settantenne, presentò il vecchio progetto con cui aveva gareggiato nella precedente edizione, arricchendolo però di altri particolari. Questa volta vinse il concorso. Mussolini, allora Presidente del Consiglio, si recò nello studio dello scultore prima che la statua fosse realizzata, osservò a lungo il calco di Anita, i suoi capelli raccolti in una crocchia, il gesto di stringere una pistola in mano, il cavallo in corsa. A suo parere però mancava qualcosa: chiese infatti a Rutelli di mettere nell’altro braccio della donna un bambino. Guerriera, straniera, rivoluzionaria, internazionalista, passionaria: Anita rappresentava un modello femminile completamente diverso da quello proposto alle donne fasciste. Per questo era necessaria una trasformazione. Nella nuova versione che mediava le intenzioni dello scultore e quelle del Duce, la statua evocava Anita nella più picaresca delle sue avventure, quella che la vedeva in fuga nella foresta brasiliana con il piccolo Menotti di soli 12 giorni durante la rivoluzione farrophilla. La guerrigliera, la madre e la donna vennero fuse in un’unica immagine, quella dell’eroina protagonista del nostro Risorgimento. Icona planetaria, anche perché italiana, Ana Maria de Jesus Riberio da Silva, così povera e libera da poter fare a meno di tutto, è stata tanto fedele a sé stessa e a chi amava, da poter essere per sempre Anita».
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Articolo di Nadia Verdile

Nadia Verdile è nata a Napoli, vive a Caserta, le sue origini sono molisane. Scrittrice e giornalista, collabora con il quotidiano «Il Mattino». Ha diciannove libri all’attivo, molti suoi saggi sono stati pubblicati in riviste nazionali ed internazionali. Relatrice in convegni e seminari di studio, come storica, da anni, dedica le sue ricerche alla riscrittura della Storia delle Donne. È direttrice della Collana editoriale “Italiane” di Pacini Fazzi Editore.
