Italiano in Italia, dalla Nigeria

Quando ha cominciato a frequentare, durante l’autunno dell’anno scorso, D. era poco convinta. Perché mai, si chiedeva, avrebbe dovuto imparare l’italiano? D. è in Italia da una decina d’anni e sa districarsi fra i problemi della quotidianità: parla poco, o forse è meglio dire che parla parecchio, ma molto scorretto, un italiano misto al pidgin English che ha imparato al suo paese, in quel delta del Niger affogato nel petrolio.
È arrivata qui come tante altre, accompagnata da una serie di rituali che conosciamo solo grazie alle inchieste di qualche giornalista intraprendente; usanze per noi europei incomprensibili, ma indispensabili per chi deve affrontare un viaggio spaventoso tra il deserto e il mare – viviamo in una città rivierasca, D. va spesso a “guardare il mare”, ma evita accuratamente la spiaggia e il contatto con l’acqua. 

Di lei proteggo l’anonimato: D. sta per un augurio, come quasi sempre è per le ragazze e i ragazzi nigeriani – Diamond, Desire, Divine. Quando la incontro per la prima volta so solo il suo nome, questo è l’accordo quando arriva una nuova studente: D. parlerà se e quando vorrà. Non passa molto tempo e le sue allusioni mi aiutano a immaginare la storia, come quella di tante altre, di una ragazza che viveva in povertà e si è illusa di poter trovare un lavoro da parrucchiera o estetista, qualcosa di fashionable, alla moda, come dice lei; per poi trovarsi su una strada, ricattata senza sapere nemmeno bene da chi, vista la catena di persone che, più o meno direttamente, l’avevano fatta arrivare.
Sulla strada, di notte, si fermava un furgoncino da dove una coraggiosa religiosa di origine asiatica offriva qualche bevanda calda e rimaneva brevemente a conversare. In qualche modo (che rimane per me misterioso) D. è riuscita a smettere la professione notturna, o forse chi l’aveva ingaggiata non l’ha più ritenuta abbastanza “produttiva”; se queste ragazze non raggiungono gli onori della cronaca nera è quasi impossibile conoscere le loro modalità di abbandono della vita di strada.

Uscita dal “giro” D. si è appoggiata a chi l’ha sostenuta con un tè caldo nella notte; la sua storia continua in un piccolo appartamento di periferia, condiviso con altre ragazze; ne parla con poco entusiasmo come di un altro luogo di passaggio, senza sapere neppure lei quale sarà la sua prossima tappa. Non ha mai vissuto negli agi e neppure questa nuova sistemazione è particolarmente confortevole, ma almeno è sicura; inoltre ha un piccolo impiego “socialmente utile” (si occupa della pulizia delle strade del centro) che le procura un piccolo reddito; perciò D. è sempre impegnata nell’ansiosa ricerca di un lavoro migliore e più redditizio, il che è un’impresa quasi impossibile per chi è quasi analfabeta. 

Ci siamo conosciute perché chi l’ha aiutata a sistemarsi le ha ripetuto quanto sia importante imparare la lingua, ma D. è arrivata riluttante e ancora adesso, dopo mesi, mi ripete che lei vuole impiegarsi nelle pulizie e “sa già” pulire: basta che le si mostri cosa deve fare, non è importante spiegarglielo, tantomeno le serve scrivere e leggere. D. non è mai stata a scuola, perciò non immagina che imparare possa essere anche un piacere: impugna la matita a fatica e incide le lettere sul foglio, quasi a dimostrare l’inutilità di questo percorso di apprendimento. What for, a che scopo, è il ritornello; inutile chiederle di portare a casa il quaderno e scrivere qualcosa da sola, o rileggere quello che scriviamo insieme. Però siamo entrambe testarde: lei sa che deve venire a “lezione”, io so che devo procedere lentamente.
Gradualmente, ma sempre più spesso, durante le nostre conversazioni sugli eventi della settimana, D. chiede spiegazioni sui termini che usa, o accetta di essere corretta; sfogliamo una rivista, guardiamo le figure e lei comincia a mostrare qualche interesse non solo per oggetti, abiti, gioielli, ma anche per le persone: una volta per un’attrice, un’altra per una principessa, donne belle e giovani, fashionable, alla moda, di successo. Io descrivo, racconto, mi fingo esperta di gossip e così i nomi dei colori, dei trucchi, delle parentele finiscono sul suo quaderno. La appassiona la storia di Catherine, principessa del Galles, che ha più o meno la sua età e nel rotocalco è raffigurata con il marito, la figlia e i due figli: sarà regina? Che vorrà dire essere regina? Le immagini mostrano anche il marito bambino con la madre, l’amata Diana, che lo ha lasciato orfano, morendo prematuramente. D. non sa niente di questa storia commovente, chiede dettagli e si emoziona per l’incidente di Diana, si mostra critica verso quel matrimonio regale ma infelice per tutti, genitori e figli.

A primavera D. è sparita per un mese: un viaggio in Nigeria a visitare la mamma, la sorella, un nuovo nipotino. Temevo di non rivederla: chissà se sarebbe tornata, forse avrebbe colto l’occasione del viaggio per non ripresentarsi. Invece mi ha chiamato subito, incurante che fosse il I maggio e la “scuola” fosse chiusa. Al primo incontro mi ha mostrato le foto dei suoi familiari: la madre anziana, la sorella e il figlio, il video del bimbo che muove i primi passi; un’abitazione modestissima, che lei definisce “brutta”; e poi un enorme supermercato, con alti scaffali, merce di ogni tipo, la sensazione di un gran caldo: «tanta roba, come qui, dice – troppo cara».
Il tempo passa e i nostri appuntamenti continuano; un giorno D. mi chiede di scandire le lettere accompagnandole con un nome di città, come sente fare quando va in Questura o in altri uffici: «dove è P» chiede; ci metto un po’ a capire questa nuova richiesta: «è Palermo», rispondo infine, e così via, alle lettere si aggiungono parole, alle parole significati. 

D. continua a non voler portare il quaderno a casa, però adesso comincia a leggere tutto quello che ha scritto alla fine di ogni incontro; provo a farle leggere qualche titolo di rivista, con la segreta speranza che decida di concentrarsi sulle scritte per strada, prima o poi: vie, insegne di negozi – quando vorrà farlo, smetterà di associare le immagini a ciò che le serve per orientarsi (vetrine, angoli di strada) e finalmente userà anche i simboli dell’alfabeto – sarà come saltare un fosso, impadronirsi di uno strumento che per adesso la spaventa ancora. Ultimamente abbiamo cominciato a guardare dei brevi video, dove la protagonista, una ragazza della sua età, africana come lei, cerca casa e lavoro. D. pare davvero interessata e, anche se non capisce tutto, vede però che la giovane donna si orienta perché sa leggere e che può interagire negli uffici perché sa scrivere. Posso solo sperare che questo le sia di stimolo per imitarla e decidere che anche per lei è indispensabile, se vuole integrarsi ed essere indipendente, se vuole inserirsi nel mondo della formazione e del lavoro, raggiungere un minimo livello di cultura di base. 

Siamo arrivate alla fine del nostro ciclo di incontri, che di solito dura intorno ai nove mesi, dopodiché io propongo a chi studia di iscriversi a un Cpia, il centro di istruzione che rilascia certificazioni “ufficiali”, utili sia per il lavoro, sia per il proseguimento in altri corsi di formazione. D. è riluttante e non sente ragioni: nonostante le grandi difficoltà che ha affrontato nella vita, ciò che la spaventa e non riesce a superare è l’idea di affrontare lo studio in classe e confrontarsi con altri studenti. Per adesso continueremo a incontrarci nella calura estiva per raggiungere quell’autonomia che a me appare indispensabile e che lei ancora rifiuta. 

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Articolo di Rossella Perugi

Laureata in lingue a Genova e in studi umanistici a Turku (FI), è stata docente di inglese in Italia e di italiano in Iran, Finlandia, Egitto, dove ha curato mostre e attività culturali. Collabora con diverse riviste e ha contribuito al volume Gender, Companionship, and Travel-Discourses in Pre-Modern and Modern Travel Literature. Fa parte di DARIAH-Women Writers in History. Ama leggere, scrivere, camminare, ballare, coltivare amicizie e piante.

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