1983. Panoramica nel cinema italiano e oltre

In questo percorso all’interno della produzione di quaranta anni fa, vorremmo privilegiare alcuni film italiani, partendo dal ricordo dell’attore, cantante, regista Francesco Nuti che da poco ci ha lasciato. Nato a Firenze il 17 maggio 1955, è venuto a mancare a Roma lo scorso 12 giugno, gravemente ammalato da tempo. Il Comune di Prato, dove ha vissuto l’adolescenza, ha già reso noto che gli intitolerà le Manifatture Digitali Cinema, il centro che negli ultimi anni ha visto fiorire la produzione di fiction e film in Toscana. Dal 22 giugno sono iniziate le celebrazioni, mentre numerose voci ne hanno rivissuto la carriera e ne hanno rimpianto il lento declino. Una fra le prime manifestazioni di affetto è stata quella del cantante Giuliano Sangiorgi dei Negramaro che in un recente concerto gli ha recato omaggio interpretando Sarà per te, la bella canzone che Nuti portò a Sanremo nel 1988, e poi, per strappare qualche sorriso, ha intonato Le puppe a pera. Ai funerali in forma privata, celebrati in una delle più belle basiliche del mondo, San Miniato al Monte, a Firenze, si sono riunite le persone care con gli amici di sempre: Panariello, Conti, Pieraccioni, Marco Masini, insieme alla tifoseria della squadra del cuore: la Fiorentina.

In foto: Francesco Nuti

Dopo l’esordio da dilettante e nei cabaret, entra nel trio dei Giancattivi con Alessandro Benvenuti e Athina Cenci; con la loro comicità toscana, stralunata e assurda, arrivano al successo grazie a trasmissioni che fecero epoca come Non stop e al film del 1981 A ovest di Paperino (una frazione di Prato, è bene precisare). Nuti lascia presto il gruppo e si lega artisticamente al regista Maurizio Ponzi per il quale sceneggia e interpreta la trilogia che gli dà meritata fama: si inizia nel 1982 con Madonna che silenzio c’è stasera, ambientato fra le tessiture pratesi, dominate dal “mostro” (il telaio appunto, onnipresente), in cui lancia il tormentone del titolo. Seguono nel 1983 ― e dunque ne ricordiamo il quarantesimo anniversario ― Io, Chiara e lo Scuro e Son contento.

Nuti si aggiudica il David di Donatello e il Nastro d’argento per il ruolo di protagonista della prima pellicola: il suo alter ego Francesco Piccioli; ottiene i due premi anche la partner Giuliana De Sio. Avranno entrambi pure il Globo d’oro e la Grolla d’oro. In questo film centrale è il biliardo giocato all’italiana, tema ripreso anni dopo in Casablanca Casablanca (1985) e Il signor Quindicipalle (1998), dei quali è regista. Per chi non lo ricordasse, lo “Scuro” citato nel titolo è un vero giocatore professionista, Marcello Lotti, con cui nasce una rivalità sportiva. In Son contento, invece, Nuti, al fianco di Barbara De Rossi e Carlo Giuffrè, è un cabarettista che, dopo una crisi amorosa e professionale, riprende la via del successo, pur deludendo la compagna, consapevole di essere solo una comparsa nella sua vita di artista. Grandi consensi ebbero i film seguenti: Tutta colpa del Paradiso, Stregati, Caruso Pascoski (di padre polacco), Willy Signori e vengo da lontano, Donne con le gonne, mentre quelle degli anni 1994-2001 persero smalto, il pubblico non manifestò altrettanta simpatia e una produzione fallimentare (OcchioPinocchio) causò difficoltà economiche che lo portarono a una profonda sofferenza. Ci piace allora lasciarlo all’apice della carriera, senza ripercorrere il triste calvario successivo; ci piace sentirlo ripetere: «Dammi un bacino!», nella divertente scena con il carabiniere, e «Madonna che silenzio c’è stasera!»; ci piace ascoltarlo cantare e salutarlo con un sorriso.

Quell’anno segnò la conferma di un altro straordinario talento, di un interprete indimenticabile: Massimo Troisi, reduce dal fortunato debutto di Ricomincio da tre. Nella seconda prova, Scusate il ritardo, Troisi, già noto grazie alla Tv con il trio La Smorfia, coinvolge l’amico Lello Arena, che otterrà il David di Donatello, e Giuliana De Sio, molto impegnata in quel periodo sui set italiani. Lui stesso, nella doppia veste di protagonista e regista, riscuote notevoli apprezzamenti dalla critica e dal pubblico che gli fruttano importanti premi: dalla Maschera d’argento al premio Ubu. Qui la comicità punta sul carattere apatico di Vincenzo, disoccupato privo di qualunque stimolo, incapace anche di amare, e sul dialetto napoletano, efficacissimo nel fornire supporto alle sue battute surreali e al quadro d’insieme. Nato il 19 febbraio 1953 a San Giorgio a Cremano, avrebbe compiuto settant’anni, come il coetaneo Nanni Moretti, se il suo cuore matto non ce lo avesse portato via, appena concluse le riprese de Il Postino (Roma, 4 giugno 1994), per il quale fu candidato al premio Oscar postumo.

La produzione italiana di quell’anno si arricchì di un’opera significativa di Federico Fellini: E la nave va, storia originale e bizzarra che ha al centro il viaggio della nave “Gloria N.” con la sua varia umanità di passeggeri e persino un triste rinoceronte femmina. Ma la Storia irrompe di prepotenza con lo scoppio della Grande Guerra che sconvolge il tranquillo percorso per mare, causando incontri inaspettati e rischi terribili.

Ma c’è pur sempre una nota ironica insieme a un finale metaforico, in cui l’animale simbolo è salvo e rumina pacificamente. Anche se l’accoglienza della critica non fu unanime, non si contano i premi al film, al regista, alla sceneggiatura (Fellini con Tonino Guerra), alla fotografia (Peppino Rotunno), alla scenografia (Dante Ferretti), ai costumi.

Nel 1983 comparve sugli schermi italiani una pellicola che fece scalpore per il contenuto erotico, ma fu il massimo successo commerciale del regista Tinto Brass, non nuovo alle situazioni scabrose e controverse.

La chiave, tratto dal romanzo del giapponese Junichiro Tanizaki, in realtà ha una trama raffinata, che gioca con il non detto, i segreti, i desideri di una coppia che cerca una nuova intesa: lei giovane e passionale (Stefania Sandrelli, bellissima e provocante), lui anziano professore inglese in una Venezia che fa da sfondo. La chiave non è altro che l’opportunità che i due si danno di leggere reciprocamente i propri diari “segreti” in cui confessano tradimenti e sogni per riaccendere la passione, fino a un esito drammatico. Anche il momento storico ha il suo rilievo: se Fellini citava l’attentato di Sarajevo, Brass si rifà esplicitamente alla dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940 che segnerà la fine di un mondo e il crollo di tante speranze.

Rimanendo in Europa, una coproduzione Italia-Urss di particolare rilievo fu Nostalghia, sceneggiato e diretto dal grandissimo regista Andrej Tarkovskij, autore di capolavori come Solaris e Andrej Rublëv; il film vinse il Grand Prix a Cannes, ex aequo con L’Argent di Robert Bresson. La storia di un critico musicale che viene in Italia per realizzare la biografia di un compositore russo, seguendone le tappe, non poteva che essere ambientata nel nostro Paese; in particolare si riconoscono varie località della Toscana e della Sabina, da Anagni a Faleria, da Bagno Vignoni all’abbazia di San Galgano nelle scene finali; anche le interpreti femminili erano attrici italiane, fra queste ricordiamo Delia Boccardo e Domiziana Giordano.

Nella cinematografia d’oltreoceano ci furono successi e incassi record, ma non sempre si trattò di opere memorabili, a cominciare da Flashdance, che lanciò l’attrice Jennifer Beals, allora ventenne; da citare la notissima canzone What a Feeling interpretata da Irene Cara su musica di Giorgio Moroder che vinse l’Oscar. Nella pellicola, incentrata su coinvolgenti numeri di ballo, fu inserita l’intramontabile Gloria di Umberto Tozzi. E poi ricordiamo Voglia di tenerezza: un melo strappalacrime con Shirley MacLaine e Debra Winger, madre e figlia in conflitto, che ebbe una pioggia di premi, soprattutto negli Usa; Silkwood, interpretato magistralmente da Meryl Streep e diretto da Mike Nichols, fu ispirato da una drammatica storia vera e dalla coraggiosa lotta di una operaia esposta alle radiazioni nucleari; pellicola di fantascienza che scivola sovente nell’horror, Videodrome segnò una importante svolta per David Cronenberg che scelse di trattare il tema della violenza televisiva e della fusione fra tecnologia ed essere umano. Rimanendo nella produzione americana va menzionato Zelig, scritto, interpretato e diretto da Woody Allen, con un protagonista divenuto proverbiale per il suo camaleontismo; il film, girato come fosse un documentario in bianco e nero, si ambienta fra Usa e Germania, nel contesto storico delle prime affermazioni naziste. Brian De Palma realizzò una pellicola notevole, il remake di Scarface, che si svolgeva nella Chicago degli anni Trenta; qui l’azione si sposta a Miami negli anni Ottanta, quindi dal proibizionismo si passa al traffico di droga. Oliver Stone aveva scritto la sceneggiatura e Al Pacino fornì una grande prova nel ruolo di Tony Montana, tuttavia la critica non fu unanime nel giudicare l’opera per la sua violenza e per il linguaggio estremamente volgare che portò guai con la censura. Non si può infine non ricordare un vero cult del periodo che fornisce un quadro efficace della generazione che aveva vissuto la contestazione del 1968: Il grande freddo. In seguito al funerale dell’amico suicida, si ritrovano dopo vari anni i vecchi compagni di college, amareggiati e delusi, perché le loro speranze non si sono avverate, i loro ideali si sono spenti e le aspettative sono poco entusiasmanti. Interessante la colonna sonora che comprende brani orecchiabili degli anni Sessanta e di rilievo il cast che lanciò attori e attrici destinate a brillanti carriere: da Glenn Close a William Hurt, da Kevin Kline a Tom Berenger.

Ma, come si suol dire, dulcis in fundo. Ho lasciato di proposito la giusta conclusione con una pellicola, a mio parere, memorabile per più motivi.
Primo: gli interpreti (tutti uomini, e bravissimi), secondo: la regia (magistrale), terzo: l’ambientazione (Oriente), quarto… fate voi. Mi sto riferendo a Furyo girato dal raffinato sperimentatore giapponese Nagisa Oshima, titolo originale Merry Christmas Mr. Lawrence, dal nome del colonnello (Tom Conti) che funge da mediatore nel durissimo campo di prigionia giapponese, a Giava nel 1942. Qui si sviluppa, fra privazioni, fame, caldo asfissiante, violenze, un rapporto ambiguo di attrazione fra il capitano Yonoi e il neozelandese Jack Celliers. Il culmine si ha quando il prigioniero provoca apertamente il rigido ufficiale, baciandolo; un’onta terribile per la mentalità militarista asiatica che tiene a freno certe pulsioni. Il gesto costerà carissimo a Jack, ma non sarà Yonoi a deciderlo. Al di là di questo tema, il film è imperniato sullo scontro fra culture, sulla possibilità di avere amicizie anche in condizioni estreme, sul diverso senso del rispetto in guerra e in pace, sull’abbrutimento che comunque ogni conflitto comporta. E veniamo ai protagonisti, dotati di indubbio fascino: si tratta di due celebri musicisti, Ryuichi Sakamoto, autore anche della colonna sonora (premio Bafta), alla sua prima prova di attore, e David Bowie, non nuovo al cinema (aveva già interpretato L’uomo che cadde sulla Terra e altri film seguiranno negli anni futuri). Insieme faranno scintille.

Locandina del film Furyo e l’originale di Renato Casaro. Foto di Laura Candiani

Una vera chicca per chi ama il genere è costituita dalla locandina del film che fu realizzata dal grande disegnatore e cartellonista italiano Renato Casaro, esposta nell’originale a Monsummano Terme, durante una mostra interamente dedicata a David Bowie presso la bella Villa Renatico-Martini che riserbò non poche sorprese e di cui trattammo su questa rivista (Vv n.117). Se volete scoprire il legame fra Bowie e la cittadina toscana, dovete solo recuperare l’articolo. Ma questa è un’altra (bella) storia, legata alla musica e non al cinema.

In copertina: E la nave va. La partenza.

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Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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