Jessie Bernard (1903 – 1996) è stata una sociologa statunitense di origine ebraica, i cui studi di genere hanno fornito un interessante contributo alla causa femminista. Ne sintetizza, traduce e commenta il pensiero Ignazia Bartholini in Paradossi dei matrimoni felici e della maternità condizionata, edito da Meltemi nel 2022. Moglie di un mostro sacro del mondo accademico, molto più vecchio di lei, è solo dopo la scomparsa del consorte, negli anni Sessanta, che gli scritti della Bernard si affrancano dall’oppressione del potere maschile e liberano una forza analitica di straordinaria intensità. Due i grandi temi affrontati: il matrimonio e la maternità. La sua stessa storia di studiosa (anch’essa docente, viveva all’ombra del coniuge, di cui catalogava, ordinava e semplificava gli scritti) esprime bene quanto l’Accademia di inizio secolo scorso fosse nemica delle donne e quanto le battaglie sociali e politiche di queste ultime siano state terreno fertilissimo per la liberazione del pensiero di questa sociologa. Mentre le femministe gridavano nelle piazze, Bernard, ormai vedova e madre di tre figli, fissava in concetti le parole d’ordine del movimento di liberazione delle donne. Così, nei suoi scritti, dà legittimità al fatto che la maternità possa essere frustrante, insoddisfacente e deprimente, perché essere madri esemplari significa per la donna rinunciare a una grossa fetta di sé. Scrivere una cosa del genere, in anni in cui ancora la maternità veniva idealizzata come fonte di massima realizzazione della natura femminile, non è cosa da poco. Da qui la teoria, supportata da ricerche meticolose e documentate, che sia necessario cambiare il modello di maternità, riconoscendo la multi-direzionalità dell’identità femminile.
Scrive a tal proposito l’autrice, anticipando il pensiero contemporaneo «La maternità è una relazione, non un lavoro. Quindi piuttosto che normalizzarla e ridurla a un progetto orientato ad un risultato, bisognerebbe riconoscerne la complessità emotiva e la variabilità». L’analisi del matrimonio parte da studi molto interessanti relativi alla popolazione afro-americana e a una analisi storica che affonda le radici nella condizione di schiave a cui le donne (come gli uomini, del resto) di pelle scura furono sottoposte per secoli. Scrive a tal proposito Jessie Bernard «Quando lo sfruttamento sessuale delle donne da parte dei padroni bianchi non era più consentito, dopo l’abolizione della schiavitù, la popolazione afro-americana fu forzata al matrimonio, ad assorbire cioè questa forma istituzionale riconosciuta [che però non apparteneva alla loro cultura d’origine N.d.R.]. Per un numero considerevole di persone, tuttavia, la conformità restò forma di adattamento esterno, non di accettazione [dove per accettazione si intende il fatto che le norme diventino parte intrinseca della personalità N.d.R.]». Nelle famiglie rurali delle piantagioni, per esempio, l’amore rimane più importante delle strutture formali: maschi e femmine restano reciprocamente fedeli finché dura la relazione, così come, se una donna desidera diventare madre senza avere un compagno, non viene giudicata né censurata.
Nel Ventesimo secolo, le donne più lucide cominciano a vedere nel matrimonio una agenzia di oppressione, basata sul controllo del comportamento sessuale femminile. Le prescrizioni e le proibizioni culturali (essere una madre dedita alla prole, finalizzare il matrimonio alla creazione, obbligo di fedeltà al marito, obbligo di cura di casa e famiglia a discapito dei bisogni personali) si riflettono enormemente sulla mentalità e sulle aspettative che gli sposi riversano sul matrimonio. L’uomo, la cui autorità si basava sulla Bibbia, ma anche sulla legge naturale che lo rende fisicamente più forte, attende che la moglie rinunci alla sua vita per lui e i loro figli e figlie; la donna si aspetta di ottenere in cambio protezione, mantenimento e accettazione sociale. Quando, all’interno di un matrimonio, sono le donne a provare a esercitare il potere, non solo non vengono premiate, ma possono addirittura essere punite. Nonostante ciò, sottolinea Bernard, la vita tra chi è sposata/o risulta più lunga e più felice di quella di chi non lo è.
Il Novecento è il secolo dei grandi cambiamenti sociali e culturali: le ragazze, da sempre educate da accettarsi come naturalmente dipendenti, entrano in numeri sempre crescenti nel mondo del lavoro, tanto che oggi l’essere casalinghe è fonte di profondo malessere emotivo e psicologico per molte donne sposate. Nasce così una nuova nozione del matrimonio, più democratica e paritaria, che riduce al minimo la polarizzazione dei ruoli di autorità e obbedienza. Ciò, dagli anni Settanta, ha finito con l’allarmare parecchio gli uomini: se la consorte lavora e non dipende più economicamente dal marito, allora è anche altro oltre a madre e moglie devota. «Solo di recente» scrive l’autrice «stiamo cominciando a vedere la donna oltre la madre (…) per la prima volta dopo molti anni essa comincia a rendersi conto di essere ancora un essere umano con almeno una potenziale identità tutta sua». Ma, sottolinea Bernard, anche ad alcune tra le stesse donne l’indipendenza ha fatto paura, tanto da far loro preferire il modello tradizionale di debolezza e inferiorità. Secondo il punto di vista di queste donne, la casalinga realizzava il piano di Dio, mentre le femmine in carriera rappresentavano le cattive rappresentanti del genere più fragile. Ma, sottolinea ancora Bernard, con una felicissima metafora, «non abbiamo più a che fare con una generazione di Cornelie, i cui figli erano i suoi gioielli». Questo nonostante le mille discriminazioni a cui le lavoratrici sono ancora esposte: «per i guadagni, le donne di colore sono più svantaggiate dal sessismo che dal razzismo (…) finché la funzione educativa delle/dei figli verrà delegata esclusivamente alle donne, queste saranno discriminate nel mondo del lavoro. L’assegnazione del ruolo educativo alle donne è determinato dalla cultura e dalla società, non dalla natura». Ora, fertilità in calo e famiglie mononucleari sono state forme di adattamento all’industrializzazione. I ruoli all’interno del matrimonio, però, sono rimasti a lungo ancorati al modello pre-industriale, che vedeva nel maschio colui che procurava i beni e nella femmina colei che aveva il compito di accudire figlie/i e marito. Dice Bernard che negli anni Ottanta si va verso una fase nuova, caratterizzata da maggiore uguaglianza tra i sessi, coppie di fatto e famiglie che operano come unità di consumo. Oggi la figura della donna in carriera è stata riabilitata, anche se la politica non fa granché per aiutarla (la sociologa insiste nel sottolineare che quello che devono fare le donne per influenzare la politica è organizzarsi), né il pensiero comune. «Un uomo può essere professionista e genitore molto più facilmente di una donna» perché il contributo che ci si aspetta da lui al ménage familiare non è impegnativo. Se a una donna si presenta un conflitto tra responsabilità professionali e richieste della famiglia, ci si aspetta invece da lei che queste ultime siano messe al primo posto nell’elenco delle priorità. Se un tempo, quando si chiedeva a una bambina cosa volesse fare da grande, la risposta di gran lunga più gettonata risultava essere «la mamma», oggi sappiamo che sottolineando il primato della maternità nella vita femminile precludiamo alle ragazze tutti i ruoli alternativi.
Tuttavia il modello educativo femminile non si è ancora evoluto abbastanza da formare individue libere e padrone del proprio destino. «Oggi» scrive ancora Bernard «si educano le donne male sia al lavoro che alla maternità», poiché si è in un momento storico di passaggio. Tuttavia, in una ricerca condotta su un campione americano di madri occupate, le intervistate hanno menzionato il ruolo della lavoratrice molto più di quello materno come fonte di sentimenti di importanza e utilità. Sono passati circa quarant’anni dagli ultimi scritti della Bernard. Quanto direste che siamo andate avanti, sulla questione femminile, rispetto ad allora?
In copertina: opera di Barbara Bertolin.

Ignazia Bartholini
Jessie Bernard. Paradossi dei matrimoni felici e della maternità incondizionata
Meltemi Editore, Milano, 2022
pp. 210
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Articolo di Chiara Baldini

Classe 1978. Laureata in filosofia, specializzata in psicopedagogia, insegnante di sostegno. Consulente filosofica, da venti anni mi occupo di educazione.
