Ho fortemente voluto scrivere questo articolo, in risposta a chi, ogni volta che si nomina il Meridione in generale e la Calabria in particolare, sostiene viga un sistema matriarcale di gestione di spazi e rapporti. Si tratta, invece, di un adattamento delle donne a obblighi patriarcali; è come chiudere una colomba in gabbia e dirle: «Sei regina della gabbia, lì si fa come vuoi tu». La storia della Calabria è la storia della sua gente, dei suoi equilibri, delle tradizioni e molto – moltissimo – delle sue chiusure che intendo esplorare, da figlia di questa terra, raffrontando piazze e rifugi. Per queste ragioni, l’area d’interesse alla quale ho circoscritto la ricerca è quella di Reggio Calabria.
Come è possibile approfondire dai nostri censimenti – l’aggiornamento Tf di quest’anno, curato da Barbara Belotti su dati attribuibili a un periodo che arriva fino al 31 luglio 2020, fa seguito a una stasi che perdurava dalle rilevazioni di Marina Convertino del 2010 (fonte: Agenzia del Territorio) – possiamo evincere quanto segue: in termini percentili, l’indice di femminilizzazione delle strade di Reggio Calabria, in poco più di un decennio, è salito del 3,3% raggiungendo un totale del 9,73% da rapportare al 53,92% di strade intitolate a uomini e 36,35% con nomi neutri. Fra le 118 intitolazioni femminili presenti (contro le 78 del 2010 e a fronte di 1213 strade/vie/piazze) è timidamente cresciuto il numero di donne riconosciute illustri per ingegno, impegno civile e successo professionale. Dunque, seppur annaspante, possiamo certamente rilevare un piccolo avanzamento, mirato all’ambiziosa ridistribuzione delle percentuali, in termini di uguaglianza di genere.

Registriamo un’iniziativa concorsuale promossa da ActionAid con il patrocinio dell’allora consigliera di Parità della Provincia di Reggio Calabria Daniela De Blasiola, il contestuale ufficio di Presidenza, l’IIS Preti-Frangipane, l’azienda Lekanai di Siderno e le associazioni cittadine Il Seme e Alba. L’iniziativa aveva assunto il titolo Ogni genere di strada e incrociandosi con le politiche sociali volte al riscatto delle periferie, aveva chiamato a raccolta gli e le studenti delle ultime due classi del liceo artistico di Reggio Calabria, chiedendo loro di realizzare e donare targhe d’arte con nomi di donne, perorando così la causa di una toponomastica femminile e proponendo, a un tempo, che le vie senza nome della frazione Scaccioti, nel quartiere di Archi, fossero designate da nomi di donne, piuttosto che dal nulla. La cerimonia ufficiale di consegna di venticinque targhe è avvenuta alla festa di primavera del 22 marzo 2014. La proposta non ha avuto seguito formale, si abita ancora nel “comparto 4 o 5” o nel “lotto yz”. Il centro Il Seme, destinatario finale di questa iniziativa – stando alle informazioni in mio possesso – custodisce tutt’ora nel proprio container queste targhe mai affisse, per paura di rovinarle esponendole alle intemperie e alle quali non ho potuto accedere neppure alla vista.

La Commissione toponomastica reggina più munifica ha ottenuto l’approvazione di 40 strade intitolate a donne nel corso del suo mandato, tra 2016 e 2021. Già da un anno prima dell’insediamento della nuova Commissione, non riusciamo più a ottenere aggiornamenti completi. Ma chi erano queste donne? Incrociando i dati del 2010 e quelli appena acquisiti dagli stradari riferibili al 2020, possiamo evincere che nel quadro globale vi sono:
- 24 appellativi mariani;
- 30 Sante/beate/martiri;
- 5 suore o benefattrici religiose.
Su questo elenco sono state innestate:
- 1 benefattrice laica;
- 21 figure storiche e politiche;
- 0 donne nel campo dell’arte ampiamente inteso;
- 9 letterate (comprensive di educatrici e pedagoghe);
- 3 scienziate;
- 2 donne di spettacolo;
- 1 imprenditrice;
- 2 figure mitologiche o leggendarie;
- 0 sportive;
- 20 casi “altri” o non identificati, dei quali alcuni già presenti nel 2010.


Benché in precedenza figure religiose, subalterne o legate a maternità e accudimento costituissero la totalità dei rari nomi designati e ora solo una porzione, in termini numerici, essi perdurano tenacemente al primo posto. In altre parole: le strade sono prima di tutto degli “angeli” siano essi dell’altare o del focolare. Questo è l’esempio ispiratore fornito alle donne che — nel quotidiano — le abitano, quelle strade. E se questo è tuttora coerente con il guscio pubblico, cosa significa per le bambine che crescono e per le donne che – in ogni fase della loro vita – camminano, per quelle strade, ogni giorno?
Nelle Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo, Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca, Roma, 2018 (testo redatto in collaborazione con l’Accademia della Crusca), la linguista prof. Cecilia Robustelli ci fa rilevare diverse occorrenze del concetto: «Ciò che non ha nome non esiste». E dunque… cosa riflette questa assenza di nomi, dentro le case dalle tende chiuse? Quanto le donne che sono “sparite” nelle strade, sono “sparite” nelle case?
Per dare una risposta a questi quesiti ho intervistato la dott. Francesca Mallamaci, responsabile del Centro antiviolenza (Cav) e Casa rifugio (Cr) Angela Morabito, servizi della creazione dei quali, quest’anno, ricorre il primo decennale. Realtà che lavorano alacremente per promuovere l’empowerment femminile sul territorio. Cav e Cr – recita, infatti, il volantino – garantiscono: «protezione, con formazione permanente del personale e supervisione di equipe specializzate nel rispetto di Convenzione di Istanbul e Cedaw (acronimo inglese che sta per “Commissione per l’eliminazione della discriminazione contro le donne”)». L’azione è volta a tutelare chi subisca, in ragione del sesso o dell’orientamento sessuale, violenza fisica, sessuale, psicologica, economica o socio-culturale. Entrambi i servizi, attivi dal 15 aprile 2013, portano il nome di Angela Morabito. La ragazza, affetta da leucemia, al riparo del ricovero ospedaliero, aveva trovato la forza per confidare alla madre gli abusi sessuali che le aveva inferto suo padre. La madre aveva chiesto aiuto ai servizi sociali ospedalieri e così, per merito della ragazza, la madre e la sorella erano state messe al riparo presso il Centro sr Antonietta Castellini. Quando nel 2012 l’associazione aveva vinto il bando per i finanziamenti volti alla creazione di una struttura maggiormente specializzata, la dott. Mallamaci aveva proposto all’Ente che all’epoca ne gestiva i servizi, che questa venisse intitolata alla ragazza, la quale, due mesi dopo la coraggiosa dichiarazione, era deceduta.
Il Cav opera gratuitamente sia a sportello con orari d’ufficio, che mediante numero verde di reperibilità con una sede centrale e due periferiche. Rispettivamente: Reggio Calabria (dal 2013) più due sportelli di ascolto territoriale a Taurianova (da luglio 2023) e Ardore marina (da marzo 2022). Tra questi, il numero verde di reperibilità della sede centrale è l’unico inserito nella mappatura del 1522 e smista le richieste, se necessario, secondo vicinanza territoriale. La reperibilità telefonica è 24/7. Si offrono: ascolto – telefonico e in presenza – counselling e supporto psicologico, legale e sociale qualificato. Come possiamo vedere dai dati in allegato (figure 1 e 2) le richieste sono altalenanti ma tendenzialmente in aumento. Se teniamo conto che le richieste numerose spesso non possono essere evase del tutto, che i dati si rivolgono a una sola realtà territoriale e che a reagire è sempre una piccola fetta delle vittime effettive, si prospetta un quadro preoccupante di estensione del fenomeno.

Ad avvalersi del Cav, sono principalmente donne che hanno avuto un istinto di autotutela, ma non hanno ancora maturato la scelta di sottrarsi al contesto violento o la piena consapevolezza di esserne vittime e donne che hanno da poco scelto di sbrogliarsi dal legame malsano, ma non sono ancora riuscite a staccarsene del tutto, o sono ancora vulnerabili e a rischio ricaduta negli stessi meccanismi.
La Cr, altresì, ha indirizzo protetto e offre servizio residenziale per donne a rischio di pericolosità contingente – anche con eventuali minori al seguito – quasi esclusivamente su richiesta delle forze dell’ordine intervenute a seguito o durante un’aggressione. Prosegue la dott. Mallamaci: «Cav e Cr fanno parte dell’associazione Piccola Opera Papa Giovanni onlus che il 1 gennaio 2019 ha assorbito tutti i servizi residenziali e a progetto gestiti dalla Comunità di accoglienza onlus dell’Arcidiocesi di Reggio e Bova, tra cui la Casa Accoglienza (sorta nel 1979) e il Centro Castellini (sorto nel 1995). Queste ultime, nel corso del tempo, hanno accolto: donne in situazioni di fragilità e vulnerabilità, maternità difficili, vittime di violenza di genere, domestica e sessuale. Già dai primordi delle nostre attività, ci siamo resi conto di quanto fosse necessaria la creazione di una realtà strutturata da dedicare a necessità specifiche di donne vittime di violenza di genere; servizi a bassa intensità assistenziale, che incoraggino la libera scelta e l’istinto di autoprotezione. Una donna che è stata a lungo privata della libertà, non ha bisogno che le vengano dettate regole stringenti. Anche per questo, si è ritenuto di spostare a Taurianova lo sportello di ascolto territoriale sorto nel luglio 2021 a Polistena in un locale concesso dalla comunità Luigi Monti, in quanto quest’ultima accoglie solo minori e questo alimentava il pregiudizio che in struttura sarebbero stati allontanati dalle madri – soprattutto se prive di casa e lavoro – come avevano paventato loro i maltrattanti. I servizi sanitari e socio-sanitari dell’Asp, che dovrebbero offrire supporto psicologico gratuito o con ticket, sono sott’organico e costretti a lavorare sulle emergenze. In centri di salute mentale, consultori e neuropsichiatrie infantili vi sono interminabili liste d’attesa. A tutela di donne e minori, si sottoscrive un patto di accoglienza con le nuove accolte. Lì sono specificate competenze della Cr e risorse da mettere in campo per riprogettarsi. Il cambiamento è doloroso e le risorse sono poche, perciò siamo anche costrette ad allontanare le donne che non si dimostrano collaborative, specie se vengono meno al patto di accoglienza e indicano a un maltrattante l’indirizzo del rifugio. In questo caso chiediamo di firmare una dichiarazione. Se la donna ha minori al seguito, viene data notifica al tribunale dei minorenni. È una manovra importante affinché ogni donna si assuma la responsabilità di scegliere.
Un fenomeno peculiare di falsa emancipazione si concentra particolarmente nel territorio della Locride: l’iscrizione a scuola delle ragazze spesso avviene fino al primo o secondo anno delle superiori, affinché abbiano occasione di conoscere il ragazzo da sposare. Tale fenomeno è già stato rilevato dalle/dai dirigenti scolastici stessi. La risposta emergenziale non può essere l’unica e peraltro le risorse finanziarie erogate dalle Istituzioni con fondi pubblici sono poche. Vi è necessità di maggiori risposte dalla Regione Calabria: formazione professionalizzante gratuita, alloggi, borse lavoro a cui far seguire assunzioni stabili, politiche del lavoro e di conciliazione famiglia-lavoro. I casi andati parzialmente a buon fine, nella nostra personale esperienza con le borse lavoro, sono stati solo due con assunzione e – tuttavia – con contratti a tempo determinato».
La dott. Mallamaci conclude con un ammonimento di woolfiana memoria sulla fondamentale necessità di emanciparsi economicamente da padri, fratelli e mariti, specie se provenienti da contesti di arretratezza culturale e pregni di aggressività. «Le donne vivono disperse in mezzo agli uomini, legate ad alcuni uomini – padre o marito – più strettamente che alle altre donne; e ciò per i vincoli creati dalla casa, dal lavoro, dagli interessi economici, dalla condizione sociale». Simone De Beauvoir, Il secondo sesso.
In conclusione allego un elenco simbolico (che potrebbe essere ben più vasto) e mi appello alla città di Reggio Calabria, affinché sostituisca almeno i nomi di “servizio” dei numerosi vicoli e stradine, ubicate prevalentemente nelle periferie, con nomi di donne illustri per creatività, ingegno e coraggio.
Affinché Reggio preferisca le donne al nulla. Nomi da soffiare – come la promessa del domani – sugli occhi delle donne reggine, ogni volta che alzando lo sguardo da terra, si ancoreranno ispirati sul futuro, dritti e fieri.
Sibilla Aleramo, scrittrice e poeta
Ilaria Alpi, giornalista e fotoreporter
Isabella Andreini, attrice di Commedia dell’Arte
Antigone, eroina di una tragedia greca
Felicia Bartolotta Impastato, attivista contro la mafia
Pina Bausch, danzatrice e coreografa, pioniera del teatro danza
Maria Callas, cantante d’Opera
Elena Cornaro Piscopia, prima laureata al mondo
Ipazia d’Alessandria, filosofa, astronoma e matematica
Christine De Pizan, prima donna a vivere di scrittura
Maya Deren, regista cinematografica
Rosalind Franklin, chimica, biochimica e cristallografa
Rosetta Gagliardi, tennista olimpica
Artemisia Gentileschi, pittrice
Maria Goeppert-Mayer, fisica, premio Nobel
Elvira Guerra, cavallerizza e circense olimpica
Rita Levi Montalcini, neurologa, premio Nobel
Anna Magnani, attrice cinematografica
Eva Mameli Calvino, botanica
Tina Modotti, fotografa, attivista, pioniera della fotografia di strada
Carmelina Montanari, partigiana calabrese
Emmy Noether, matematica
Rosa Parks, attivista diritti civili
Francesca Serio, prima donna a denunciare apertamente la mafia
Alfonsina Strada, prima ciclista italiana nel Giro d’Italia
Mary Varale, pioniera alpinista italiana
Virginia Woolf, scrittrice e saggista
E, infine, qualunque delle ventuno facilmente identificabili madri costituenti.
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Articolo di Roberta Russo

Attrice, modella d’arte e scrittrice di origine calabro-campana. Dopo un’esperienza di vita in Lettonia, attualmente abita tra Roma e Firenze. Terminata la formazione attoriale ha intrapreso un percorso universitario in Discipline, arti e scienze dello spettacolo presso l’Università “La Sapienza” di Roma e pubblicato il suo primo libro Io sono onda di mare nel 2023.

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