Nel 2005 veniva pubblicato sulla rivista Granta il saggio How to write about Africa (https://granta.com/how-to-write-about-africa/) (traduzione italiana: Come scrivere d’Africa https://www.internazionale.it/opinione/binyavanga-wainaina/2006/02/24/come-scrivere-dafrica) dello scrittore kenyota Binyavanga Wainaina. Si tratta di uno scritto ironico, irriverente e polemico che riassume l’esperienza di un nativo del Kenya da sempre impegnato nella lotta contro i numerosi stereotipi e tipizzazioni che riguardano il continente africano. Le parole sono dure, taglienti, mirate alla distruzione di quella narrazione univoca che per secoli ha visto l’Africa raccontata dal suprematismo bianco e occidentale come un continente unico e indifferenziato attraverso una comunicazione razzista e semplicistica: «l’Africa è da compatire, adorare o dominare».
Come chiarito dallo stesso Wainaina in How to write about Africa II: The revenge (https://www.bidoun.org/articles/how-to-write-about-africa-ii), il saggio non era stato scritto per essere pubblicato, bensì si trattava di un’email che aveva inviato al suo editore: un momento di sfogo e di rabbia per criticare la scelta del team di Granta di presentare la issue sull’Africa come un mero reportage, una descrizione asettica che non prendeva seriamente in considerazione il punto di vista dell’Africa e delle/degli africani. Il saggio venne pubblicato online un anno più tardi e divenne l’articolo più condiviso nella storia di Granta, battezzando l’autore come «la coscienza dell’Africa», colui in grado di ammonire o assolvere coloro che avrebbero provato a scrivere d’Africa.Il saggio si caratterizza per il tono estremamente sarcastico, decisamente polemico, ma soprattutto per la scelta dell’autore di mettere insieme tutti gli stereotipi rinforzati dai sistemi dell’informazione occidentali nel parlare dell’Africa: «Nel titolo, usate sempre le parole “Africa”, “nero”, “safari”. Nel sottotitolo, inserite termini come “Zanzibar”, “masai”, “zulu”, “zambesi”, “Congo”, “Nilo”, “grande”, “cielo”, “ombra”, “tamburi”, “sole” o “antico passato”. Altre parole utili sono “guerriglia”, “senza tempo”, “primordiale” e “tribale”». L’incipit connota chiaramente l’obiettivo e il punto di vista di Wainaina: egli intende sovvertire l’ordine secondo il quale le narrazioni mediali tendano a rappresentare il continente africano come un tutt’uno, un unico paese, senza tenere conto che si compone di cinquantaquattro nazioni ed è popolato da oltre novecento milioni di persone. Inoltre, tale introduzione sottolinea quanto la comunicazione mainstream abbia adottato, consolidato e perpetrato dei modelli informativi e comunicativi basati su banalizzazioni, essenzialismi e stereotipi razzisti e xenofobi: «Mai mettere in copertina (ma neanche all’interno) la foto di un africano ben vestito e in salute, a meno che quell’africano non abbia vinto un Nobel. Usate, piuttosto, immagini di persone a torso nudo con costole in evidenza.
Se proprio dovete ritrarre un africano, assicuratevi che indossi un abito tipico masai, zulu o dogon».
Il sarcasmo dell’autore raggiunge il suo apice quando egli definisce “eroe” l’individuo che tenta – invano – di restituire una descrizione dell’Africa quanto più fedele possibile alla realtà. Non esiste oggettività se non si prende coscienza delle strutture mentali pregne di razzismo che ci impediscono di osservare e comprendere la realtà; non può esistere un racconto rispettoso dei suoi soggetti se non riconosciamo i rapporti di potere che letteralmente minano la nostra piena consapevolezza del mondo. È proprio a questo che fa riferimento Wainaina: inutile dichiarare il proprio progressismo e il proprio amore per l’Africa se non si è in grado né di riconoscere né di andare oltre gli stereotipi ormai consolidati e assimilati nelle coscienze di tutti e tutte. Ancora, egli insiste duramente sul delirio di onnipotenza tipico dell’individuo bianco e occidentale, chiaramente retaggio di una storia millenaria tragica e distruttiva delle diversità culturali. Solo l’“eroe” può introdurre il progresso rispetto alle popolazioni africane: «accusate l’occidente per la situazione del continente africano. Cercate però di non entrare troppo nello specifico. I ritratti rapidi e approssimativi vanno benissimo. Evitate che gli africani ridano, o educhino i loro bambini, e non ritraeteli in circostanze frivole. Fategli dire qualcosa d’interessante sull’impegno europeo o statunitense nel continente. I personaggi africani dovrebbero essere pittoreschi, esotici, più grandi della vita, ma vuoti dentro, senza contrasti, conflitti e scelte nelle loro esistenze, nessuna profondità o desideri che confondano le idee».

Come scrivere d’Africa denuncia l’ipocrisia dell’individuo bianco, il quale, benché consapevole delle distorsioni ideologiche prodotte dalla storia e dall’egemonia culturale occidentale, concorre al rafforzamento di tali stereotipi e alla cristallizzazione di una gerarchia globale sempre più occidentalocentrica. Non è un caso che Wainaina abbia scelto di rivolgersi direttamente a coloro intenzionati a scrivere d’Africa, così come non è un caso che, dalla pubblicazione del saggio, moltissime persone bianche abbiano chiesto la sua approvazione e i suoi consigli nel trattare queste tematiche: se la politica dimentica il proprio ruolo e consapevolmente decide di proseguire il cammino della divisione, del razzismo, della ghettizzazione, della crudeltà, allora spetta alla cultura svegliare le coscienze, diffondere messaggi inclusivi, restituire contenuti rispettosi della dignità altrui, ma soprattutto dare voce a chi per troppo tempo è stato – ed è ancora – zittito. Binyavanga Wainaina è morto il 21 maggio del 2019 all’età di 48 anni. Per tutta la sua vita si è battuto in prima persona per i diritti delle persone kenyote, africane e Lgbtq+ tramite i suoi libri, scritti e articoli, nonché i suoi interventi e lezioni in giro per il mondo. La sua storia di vita ci insegna che è sempre giusto e doveroso lottare per il proprio e l’altrui riconoscimento sociale, culturale e politico.
Grazie Binyavanga per averci insegnato cosa significa credere nella propria cultura e nella propria capacità di comunicarla al mondo.
In copertina: Binyavanga Wainaina, illustrazione di Sami Chouhdary.

Binyavanga Wainaina
How to write about Africa
Penguin Books Ltd, Londra, 2022
pp. 368
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Articolo di Giacomo di Benedetto

Laureato in Lingue, Culture, Letterature, Traduzione e attualmente iscritto a Media, Comunicazione Digitale e Giornalismo presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Si sta specializzando in linguaggi espansivi e narrazioni decisive per la ridefinizione dei ruoli socioculturali all’interno dell’arena di genere, comprensiva di tutte le diversità sottorappresentate dal sistema mediale.
