Sculture sarde allo Spazio Ilisso di Nuoro

Nel centro storico di Nuoro, in un suggestivo angolo defilato, sorge una graziosa villa in stile Liberty che, dopo lavori durati quasi venti anni, è divenuta dal 2019 uno spazio espositivo e un centro di promozione culturale di grande interesse.

Spazio Ilisso. Foto di Laura Candiani

Il nome deriva dalla casa editrice Ilisso che la acquistò dopo una serie di passaggi di proprietà e un periodo di abbandono, quando ragazzini e ragazzine del quartiere sfidavano un certo timore ed entravano di nascosto nel giardino, ridotto così male che lo definivano “dei fantasmi”. La natura aveva preso il sopravvento e rami contorti insieme a erbe spontanee di ogni genere creavano un’atmosfera misteriosa; ora l’accogliente spazio è ornato da piante, fiori, alberi, con il vecchio pozzo e sculture bellissime di Costantino Nivola, uno dei massimi artisti sardi del XX secolo, nato a Orani nel 1911 e morto negli Usa nel 1988.

Giardino interno. Foto di Laura Candiani

Suo è il progetto per la celebre piazza dedicata a Sebastiano Satta, a Nuoro, e, fra le tante opere monumentali, va segnalato l’ultimo lavoro, in collaborazione con Maria Lai, per il recupero del lavatoio comunale di Ulassai, caduto in disuso e trasformato in un’opera d’arte in evoluzione grazie alla sua Fontana sonora che sembra replicare i canti delle donne che vi andavano a sciacquare i panni.


Lo Spazio Ilisso, varcato il cancello, ci accoglie con una prima area verde, ombrosa e profumata, sotto due imponenti cedri del Libano, dove si ammira una scultura in bronzo di Maria Lai: Capretta (1952).

Maria Lai. Capretta. Foto di Laura Candiani

Di questa artista straordinaria, dei suoi libri cuciti, delle poesie, dei pani, degli interventi ambientali, la critica si è occupata in tante occasioni proprio per i suoi progetti visionari, affascinanti, poetici e suggestivi; anche su Vv ne è stato scritto (n.228), in Sardegna poi non è raro imbattersi in qualche sua istallazione, come Essere è tessere con i telai stilizzati appesi ai muri delle case di Aggius durante un vero e proprio happening con la gente del luogo.

Maria Lai

Nata a Ulassai nel 1919 e morta a Cardedu nel 2013, questa piccola grande donna dalle mani magiche, tanto da essere stata definita “fata operosa”, ha lasciato in Italia e all’estero i segni del suo passaggio, da Parigi a New York, da Matera a Rovereto, grazie a mostre e opere situate in spazi pubblici. Nel paese natale ha fondato il Museo a cielo aperto e ha abbellito vari ambienti fra cui la parrocchiale con la sua Via Crucis. All’interno della villa, nelle sale della collezione permanente, troviamo altre opere di Maria: un delicato busto femminile in terracotta smaltata intitolato Mila (anni Settanta) e un Presepe (primi anni Duemila) tutto particolare, con personaggi appena accennati sullo sfondo, costituito da una sorta di pagnotta dentro un piccolo spazio chiuso, realizzato in legno e terracotta.

Maria Lai. Presepe. Foto di Laura Candiani

L’artista era solita dire: «Amo il presepe perché ci raccoglie intorno alla speranza di un mondo nuovo»; «Amo il presepe perché, nell’oscurità della notte, si fa grembo, rifugio»; «Amo il presepio perché nello spazio di un tabernacolo contiene angeli e stelle, greggi e pastori, tragedie e profezie». Maria Lai trasformava ricordi ed esperienze personali in immagini universali, tradizioni e riti popolari della sua terra in un linguaggio artistico universale e internazionale: «Amo il presepio perché si propone a tutti i linguaggi del mondo» e «Come l’arte anche il presepe ha la possibilità di infinite interpretazioni personali».

Le fate Operose n.2. Foto di Laura Candiani

Ammiriamo pure la grande parete di cemento, materiale in origine pesante e anonimo, chiamata Le fate operose n.2 del 1989, formata da tanti quadrati rivestiti di terracotta arricchita da fili, tracce, impronte, solchi, pizzi, oro che formano un insieme armonioso e leggero, un archivio della memoria, come ebbe a dire la stessa Lai.

Al momento diverse sale ospitano una mostra temporanea, aperta fino al prossimo 5 novembre, dedicata a Tonino Casula, altro artista sardo di valore nato nel 1931 a Seulo e morto a Cagliari quest’anno.

Ostinato continuo è il titolo dell’esposizione che spazia ampiamente con una ottantina di opere in tutti gli ambiti in cui questo sperimentatore instancabile si è adoperato, in modo originale e creativo. Come ha scritto Laura Calvi, co-curatrice della mostra, si tratta di un mondo di «visioni e visione, scandito dall’insegnamento da un lato e dal continuo apprendimento dall’altro; un mondo di parole e di scrittura, di segni, di pittura e di scultura, un mondo solitario e insieme reticolare di relazioni». Un aspetto che colpisce chi si lascia avvolgere in questa rete fantasiosa è l’adeguamento all’innovazione tecnologica, la scelta di mezzi e strumenti all’avanguardia (come i 3 D e le illusioni ottiche) che talvolta richiedono occhiali speciali per sentirsi parte del tutto che ci circonda e ci insegue. Casula utilizza plexiglass, feltro, rhodoid, ondolux, colori vinilici, tubi al neon nella sua ricerca che lo ha reso un uomo, e un artista, davvero libero e inafferrabile, tuttavia legato alla sua terra, non limitato da alcuna corrente; però questa libertà, spiega Calvi, gli è costata spesso l’incomprensione, la solitudine, l’esclusione «dal grande circuito artistico nazionale e internazionale». La mostra, dunque, gli era dovuta per gratitudine verso la sua incessante attività, che neppure gravi problemi alla vista hanno mai ostacolato, e per il ruolo sociale che ha rivestito, per l’amore dimostrato verso la collettività e per il suo dialogo con ogni essere umano.

Tonino Casula. Poesia 1 e 2 (1962). Foto di Laura Candiani

Fra le opere esposte, molte impossibili da fotografare per la collocazione, o le dimensioni o la peculiarità, si segnalano le due suggestive affiancate e intitolate Poesia (1962), un intreccio avvolgente di parole emblematiche, e Transazione (1978), gioco di forme geometriche e di colori.

Tonino Casula. Transazione (1968). Foto di Laura Candiani

Visto che le donne sono sempre al centro della nostra attenzione, vogliamo fare un passo indietro e ripercorrere brevemente la storia del bell’edificio e dei vecchi proprietari da cui emerge dal passato una figura femminile. Per la gente del quartiere questa era l’abitazione della famiglia Papandrea, il cui capostipite veniva dalla Calabria e la moglie, Litterina Livolsi, chiamata Itria, dalla Sicilia. La coppia acquistò nel 1884 un primo nucleo della casa, di cui rimane il pozzo nel giardino, dopo che lui si era trasferito in città per lavorare come guardia carceraria alla famosa “Rotonda” (purtroppo demolita nel 1975). Ma i due erano davvero intraprendenti: mentre Giuseppe cominciava pure a commerciare formaggi, Itria aprì una sorta di locanda per nutrire e ospitare i familiari dei carcerati quando venivano a trovarli; l’edificio venne dunque ampliato per le nuove esigenze e per la figliolanza che cresceva: i Papandrea ebbero 9 figli di cui alcuni morti in tenera età. Fu così che nacque la struttura odierna a forma di elle, con un’ala in raffinato stile Liberty; Giuseppe lasciò il precedente lavoro per affiancare la moglie nella gestione dell’attività, sempre più impegnativa e redditizia. Uno dei figli ebbe un ruolo sociale importante perché fu sindaco di Nuoro: personaggio davvero nobile e singolare, Michele Fortunato Felice, nonostante fosse antimilitarista, andò volontario in guerra e il suo bel nome non lo aiutò; morì infatti combattendo sull’altopiano di Asiago ai primi del 1918 mentre era sottotenente della gloriosa Brigata Sassari. Due sorelle, anch’esse operose come i genitori, aprirono invece una merceria sulla strada confinante dove vendevano sapone e fiammiferi. Le eredi della famiglia col tempo lasciarono la città per trasferirsi a Cagliari; la proprietà fu suddivisa e affittata, ecco dunque il lento declino, fino al 2001 quando provvisoriamente le stanze furono aperte per la mostra dedicata a Costantino Nivola. Fu un momento di gioia per l’intero quartiere che vedeva rinascere uno spazio da troppo tempo in abbandono. Poi è arrivato l’attento recupero per cui noi oggi proviamo davvero gratitudine verso la casa editrice Ilisso, attiva a Nuoro dal 1985 allo scopo di promuovere la cultura e la storia della Sardegna, fra passato e presente.

Grazia Deledda. Opera di Pietro Longu

Questo articolo mi offre l’opportunità, rimanendo nell’ambito della scultura, di fare un cenno proprio alle rare raffigurazioni di donna che si trovano in spazi pubblici italiani; in varie occasioni ce ne siamo occupate, su Vv e nei convegni, e collaboriamo con l’associazione Mi riconosci? che registra via via le novità su tutto il territorio, evidenziando talvolta risultati dignitosi e soddisfacenti, altre volte (forse la maggioranza) dando notizia di opere poco edificanti, per non dire squallide, come la sirena dalle forme provocanti di Monopoli o la lavandaia nuda di Bologna. A Nuoro non poteva mancare un tangibile ricordo di Grazia Deledda, infatti esistono due statue a lei dedicate: una si trova dal 2020 sul monte Ortobene, è opera in bronzo a grandezza naturale dello scultore Pietro Longu e ha sembianze assai tradizionali.

Grazia Deledda. Opera di Pietro Costa

La scrittrice indossa un abito tipico delle nuoresi, preciso nei dettagli, avanza con passo sicuro nell’ambiente naturale che le fu tanto caro, è assorta e tiene fra le mani gli strumenti della sua arte: la penna e i libri. Si può pensare che la scultura sia stata commissionata per far tacere le polemiche scaturite invece dall’altra statua, sempre in bronzo, precedente di 4 anni, realizzata da Pietro Costa, che è in città, nel centrale corso Garibaldi, e ha scatenato non poche critiche fino dall’inaugurazione. Grassiedda, infatti, ha un volto quasi deforme, certo non somigliante, e il corpo assume una posizione innaturale, proteso in avanti e con le braccia aperte; tuttavia lo scultore fornì al momento una spiegazione interessante: la grande donna, unica italiana Premio Nobel per la letteratura (di cui non ci stanchiamo mai di sollecitare una attenta rilettura), fu un’apripista, rappresentò un’avanguardia femminile, proprio come una nave che procede avanzando, magari a fatica, come la prua che fende le onde. Così dunque ha voluto raffigurarla. Ai posteri l’ardua sentenza, come direbbe il buon Manzoni.

In copertina: scultura di Costantino Nivola nel giardino interno.

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Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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