A ogni ora di ogni giorno, dalla torre più alta della chiesa di Santa Maria a Cracovia, risuona una melodia detta hejnał, che non trova mai fine. Viene intonata per poi interrompersi bruscamente e ha il prezioso compito di custodire la memoria collettiva della città polacca. Già in epoca medieveale, la torre ospitava un guardiano incaricato di lanciare l’allarme in caso di pericoli e incursioni esterne, e di eseguire una melodia all’alba e al tramonto per segnalare apertura e chiusura delle porte cittadine. Nel 1241, in una notte come le altre, all’improvviso, Cracovia viene attaccata dai Tartari. Il guardiano inizia immediatamente a suonare la tromba per lanciare l’allarme, ma improvvisamente la musica si interrompe. Il silenzio che cala sulle abitazioni è provocato dalla freccia tartara che colpisce la gola del suonatore. Da allora, allo scoccare di tutte le ore del giorno e della notte, la musica si interrompe nello stesso punto in cui il guardiano smise di suonarla. Questa leggenda di tradizione orale vola da secoli di bocca in bocca attraversando intere generazioni, finchè un giorno non finisce tra le mani di una viaggiatrice d’eccezione, e provoca in lei una vera e propria epifania. Si tratta di Paola Giacomini, e l’eccezionalità del suo viaggiare risiede nella scelta del mezzo, o meglio della compagnia: il cavallo. Quando le viene raccontata la storia del trombettista eroe, Paola Giacomini, che ha già affrontato diversi viaggi a cavallo, ha un’idea: far compiere a una freccia identica a quella tartara un percorso di pace anziché un percorso di guerra. Se nel 1241 la freccia scagliata sulla sentinella era giunta dalla Mongolia alla Polonia con un intento distruttore e bellicoso, perché non trasformare quel tragitto in un percorso di pace più di settecento anni dopo? La viaggiatrice piemontese contatta le autorità locali e le viene fornita una freccia forgiata secondo metodi antichissimi, che diventa il simbolo di questo itinerario di pace.
Lo studio del percorso e la sua preparazione durano diversi anni: dal 2009 al 2018, data della partenza, viene studiato ogni dettaglio utile a compiere un itinerario di circa 9500 chilometri. Quando arriva il momento di partire, è pronta ad affrontare un viaggio estremo in compagnia della cavalla storica, Isotta, e di due cavalli mongoli: Custode e Чигээрээ (che si pronuncia Cigherè e significa “dritto” in mongolo). Così, dopo aver imparato la lingua russa, decide di iniziare dall’antica capitale dell’impero mongolo, oggi chiamata Karakorum. Porta con sé un telo di tre metri per tre, che ha il compito di ripararla da pioggia, vento, neve e gelo: tutti fenomeni coi quali si scontrerà nelle notti rigide della taiga o della steppa, della foresta e dei villaggi sperduti. Il percorso tocca diverse tappe: da Karakorum e quindi dalla Mongolia si passa per la Siberia, la Russia, i pre-baltici, la Lettonia, la Lituania, per poi giungere in Polonia. Due mesi in Mongolia, un anno intero per la Russia. Con una media di sei o sette ore di marcia al giorno, il viaggio dura circa cinquecento giorni, nei quali sono compresi i due mesi di tragitto per tornare a casa, da Cracovia alla Val di Susa. Per muoversi e orientarsi decide di utilizzare carte geografiche e bussola, tranne per i luoghi più remoti dei quali è difficile reperire la cartografia. Solo in quel caso si serve del navigatore, altrimenti, dopo aver dato un’occhiata al percorso, prepara coperta sottosella, sella, musette, borracce e parte. All’arrivo in Mongolia accade la prima magia, il primo incontro che si rivelerà fondamentale: si tratta di una guida a cavallo, un collega per così dire, esperto di cavalli e di cavalcate. L’uomo, che aveva percorso chilometri su chilometri, aveva da sempre conservato un quaderno rivestito in cuoio. Nonostante ne fosse in possesso da anni, non lo aveva mai riempito di racconti di viaggio o impressioni. Decide di scrivere sul quaderno una frase, in mongolo naturalmente: «Questa donna sta compiendo un viaggio per tutte le persone che amano i cavalli. Se anche tu ami i cavalli, devi aiutarla». Dopo aver scritto queste parole, regala il quaderno alla viaggiatrice e le offre diversi suggerimenti sui luoghi in cui accamparsi, su come rapportarsi con gli abitanti dei luoghi che avrebbe attraversato. Il quaderno diventa una sorta di passepartout, un ponte in grado di avvicinare mondi apparentemente diversi; molte delle persone che incontrerà durante il cammino lasceranno una dedica, un pensiero, o un ricordo in quelle pagine preziose. Le parole impresse in quell’oggetto così semplice rimangono a testimonianza di una parte fondamentale dell’intera impresa: il rapporto con gli individui trovati lungo il percorso. Come ricorda lei stessa, il tesoro di ogni viaggio è l’incontro, ma il prezzo di ogni viaggio è la separazione. Paola infatti racconta di essersi sentita accolta e protetta, quasi come se lei stessa incarnasse, e quindi diventasse a tutti gli effetti, l’idea di pace che la muoveva. Parla della straordinaria reazione e attenzione ai suoi racconti, dell’ospitalità e della generosità, dell’accoglienza e del supporto incontrati. Riporta anche alcuni episodi fuori dal comune, rischiosi ai nostri occhi, ma trasformati in insegnamenti e bellezza da un’esploratrice moderna a tutti gli effetti. Veniamo a sapere, ad esempio, che un giorno mentre stava seguendo una curva di livello sulla mappa, ha un incontro speciale. Si tratta di un’orsa apparsa sul suo cammino, a pochissimi metri di distanza e con fare curioso. Le due si guardano intensamente negli occhi, l’umana saluta l’animale e si riconosce in lei, il primo essere vivente incontrato da giorni. Non è stato raro, infatti, non incontrare persone per giorni e giorni. Undici, una volta. Un altro episodio particolare riguarda l’attrezzatura di viaggio: una volta rotto il fornelletto, nel bel mezzo del nulla, non restava altro che imparare a fare il fuoco. Lo fa utilizzando lo sterco secco degli animali, proprio come fa la popolazione mongola, traendo un’occasione di apprendimento da un imprevisto. Dopo innumerevoli avventure, pericoli scampati e incontri fortuiti, la nostra cavaliera arriva finalmente a Cracovia. Ci si potrebbe aspettare che dopo mesi di accampamenti improvvisati e scomodità, si conceda un po’ di agio, ma non accade. Paola posiziona il suo telo in un enorme pascolo in città, per poi arrivare alla porta di San Floriano, la stessa da cui erano entrati i soldati mongoli quella notte del 1241. Viene accolta dal sindaco, al quale consegna la freccia, e si tiene una cerimonia festosa per celebrare la fine della sua eroica impresa di pace. Il viaggio di Paola Giacomini assume un significato ancora più forte se si pensa che i luoghi attraversati, e soprattutto le popolazioni che li abitano, sono oggi colpiti dalla guerra. L’intento di custodire e alimentare la fiamma della memoria diventa una missione così sentita anche perché portata a termine in un’epoca in cui il progetto, il fare dopo, prevale sul ricordo identitario e sulla risignificazione dei fatti del passato. Ma questa instancabile viaggiatrice ha imparato dalla sua cavalla storica, Isotta, a fare un passo dopo l’altro, a concentrarsi sul percorso, una tappa per volta. Ha imparato che il progetto e la visione sono importanti, ma che ogni mossa deve imparare dalla mossa precedente. E ad ogni passo, mossa o tappa, sapeva che a chilometri di distanza, a ogni ora di ogni giorno, veniva intonata una melodia che si interrompe sempre prima di finire e che risuonerà ancora a lungo.
In copertina: cerimonia di arrivo con il sindaco.
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Articolo di Emilia Guarneri

Dopo il Liceo classico, si laurea in Lettere presso l’Università degli Studi di Torino. In seguito si trasferisce a Roma per seguire il corso magistrale in Gestione e valorizzazione del territorio presso La Sapienza. Collabora con alcune associazioni tra le quali Libera e Treno della Memoria, appassionandosi ai temi della cittadinanza attiva, del femminismo e dell’educazione alla parità nelle scuole.
