Il Mozambico, affacciato sulla costa orientale dell’Africa, è un Paese ricco di storia che ha davanti sfide complesse da affrontare. Le sue radici risalgono ad antiche civiltà commerciali e culturali, come quelle che fioriscono proprio lungo il mare, grazie al commercio di oro, avorio e spezie. Divenuto colonia portoghese nel XVI secolo, il Mozambico subisce un periodo di dominazione straniera che, con lo sfruttamento del territorio e la schiavitù delle popolazioni indigene, lascia profonde cicatrici sociali. Finita la Seconda guerra mondiale, nascono in numerosi Paesi africani forti movimenti nazionalisti che si battono per l’emancipazione del proprio territorio, e i mozambicani non sono certo da meno. Dopo dieci lunghi anni di guerra civile l’epilogo è, fortunatamente, l’indipendenza, conquistata nel 1975. Le conseguenze di questo conflitto, però, si fanno sentire ancora oggi, con un popolo che cerca di affrontare tutta una serie di sfide durissime, tra cui la povertà, l’accesso all’istruzione e alle cure mediche, nonché la mancanza di infrastrutture essenziali.
Una delle principali industrie del Mozambico è quella legata all’estrazione del gas naturale in mare aperto, che promette un notevole potenziale economico. Tuttavia, questo stesso settore ha portato a controversie legate alla distribuzione delle ricchezze e alla gestione ambientale. Per di più, il Paese è periodicamente colpito da calamità naturali, come cicloni e inondazioni, che aggravano ulteriormente le difficoltà della sua gente.
In questo contesto delicato, oggi poniamo l’attenzione su un particolare fenomeno diffusosi nella zona, praticamente tutto al femminile: il commercio transfrontaliero, anche detto il mukhero. La parola deriva dalla frase inglese: «May you carry this bag to the other side?» (letteralmente: puoi portare questa borsa dall’altra parte?) che, nelle lingue Shangana e Ronga, suona proprio come mukhero. Con questo termine ci si riferisce dunque al commercio informale transfrontaliero che le donne mozambicane (le cosiddette mukheristas) praticano con i Paesi limitrofi. Attraversano i confini nazionali sfruttando ogni mezzo di trasporto disponibile e si dirigono verso i villaggi confinanti per procurarsi merci all’ingrosso. Questo assortimento di prodotti, che spaziano dai generi alimentari agli articoli per la casa, cosmetici, abbigliamento, apparecchiature elettroniche e altro ancora, viene successivamente riportato in Mozambico, in particolare nella capitale Maputo. Qui le merci vengono distribuite a prezzi maggiorati sia nei mercati ufficiali che in quelli informali, oltre che nei supermercati della città. In seguito, vengono diffuse pure nel resto del Paese.

In tal modo le mukheristas stabiliscono un legame tra il panorama di produzione a livello mondiale e la distribuzione locale, dimostrando di agire come attrici sociali che creano lavoro e occupazione nel proprio Paese e che contribuiscono in modo proattivo all’evoluzione della globalizzazione. Il fenomeno inizia a prendere piede verso la fine degli anni Ottanta quando, durante la guerra civile, alcune donne decidono di rischiare la vita e di cercare un rimedio alla generale mancanza di prodotti alimentari. Si recano nel Regno di E-Swatini (allora Regno dello Swaziland), dove acquistano beni essenziali come pane, uova, olio, zucchero, sapone e farina per le loro famiglie.
Con la fine dell’apartheid in Sudafrica e della guerra civile in Mozambico, il mukhero diventa un’attività sempre più regolare e costante. A favorire il consolidamento del fenomeno e ampliare la varietà delle importazioni, gioca un ruolo fondamentale l’esenzione dei visti d’ingresso stabilita tra i governi del Mozambico e del Sudafrica a partire dal 2005, che rende estremamente facile attraversare le frontiere ed esercitare il mukhero. Come qualsiasi attività, poi, anche questa è stata messa a dura prova dalla recente pandemia di Covid-19, che ha imposto rigide restrizioni di movimento, e pure misure più drastiche come il lockdown.
In ogni caso, tale settore, come si è detto, è oggi dominato dalle donne, coerentemente con il fenomeno della cosiddetta “femigrazione”, o “femminilizzazione” delle migrazioni, secondo cui a emigrare attualmente siano anche le donne. In passato, infatti, le regole coloniali e i contratti di lavoro le escludevano dalla possibilità di questo tipo di spostamenti, nel segno della cultura tradizionalmente maschilista che l’amministrazione dominante promuoveva.

Secondo gli studi, oggi le mukheristas costituiscono oltre il 70% del commercio informale transfrontaliero tra Mozambico e Sudafrica. Le donne tuttavia non si limitano a importare prodotti provenienti da altri Paesi, ma hanno contribuito considerevolmente all’attività di esportazione all’estero di prodotti locali. Con il tempo, il commercio transfrontaliero ha intessuto dunque una vera e propria rete in cui, oltre alle mukheriste, sono molti coloro che ricoprono un importante ruolo: spedizionieri, agenti del fisco, polizia migratoria, guardie di frontiera, commercianti, e chi più ne ha più ne metta.

Per le protagoniste del commercio transfrontaliero, svolgere questo impiego è di vitale importanza sotto molteplici aspetti: le donne che spesso vivono in situazioni precarie riescono così a garantire il reddito familiare e ad emanciparsi economicamente, a fornire un grande aiuto alle comunità locali e al proprio Paese, garantendo la sicurezza alimentare a livello nazionale e favorendo il sistema di commercio mozambicano dei prodotti di base che mancano. E certamente alle mukheristas va riconosciuto un grandissimo coraggio, in quanto, purtroppo, si trovano in ambienti ricchi di difficoltà, costantemente esposte a rischi, in situazioni in cui episodi di violenza, furti, frodi, perdita di beni a causa della confisca da parte dell’autorità non sono affatto rari. Il Governo del Mozambico, infatti, si schiera contro il fenomeno del mukhero e lo ritiene dannoso per l’economia, per via dell’evasione fiscale e perché solitamente viene praticato senza registrazione o alcun riconoscimento formale. Tuttavia, le donne mukheriste intraprendono questo mestiere proprio per via dell’incapacità del proprio Governo di fornire loro un impiego regolare. La burocrazia in Mozambico è lenta, prevede alti costi per registrare l’attività, tasse annuali sul reddito e sui prodotti importati; però le famiglie non possono aspettare e le donne si trovano senza alcuna alternativa, se non diventare mukheriste per necessità. Anche a causa di questa narrazione avversa a livello istituzionale, spesso il commercio transfrontaliero e chi vi prende parte vengono colpiti da pregiudizi ed etichette negative, perché illegali, secondo quanto appunto sostenuto ufficialmente.
Dobbiamo però riconoscere che, come spesso accade, non è tutto oro quel che luccica, e come ogni realtà, anche questa nasconde delle conseguenze sgradevoli. I generi alimentari che arrivano tramite le mukheristas, infatti, causano un drastico calo nel consumo di prodotti naturali, biologici e di produzione locale, compresa la frutta. Inoltre, secondo delle indagini su migrazione e povertà condotte nella città di Maputo, la maggiore diffusione di malattie come il diabete e di problematiche cardiovascolari è una conseguenza dell’elevato consumo di alimenti ricchi di sodio, grassi e zuccheri, importati proprio grazie al mukhero, e ciò costituisce un grave problema per un servizio sanitario già estremamente precario.
È chiaro, dunque, che quel commercio che le donne mozambicane svolgono apre un dibattito assai intenso, che ci lascia con svariati interrogativi: come si può risolvere il bisogno di cibo a basso costo delle popolazioni locali? Il mukhero è la soluzione? Andrebbe regolamentato a livello governativo? Ci sono alternative?
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Articolo di Chiara Giacomelli

Laureanda in Management presso l’Università di Pavia. Ama le cene in compagnia e leggere un libro che la tenga incollata fino ad addormentarcisi sopra. Ha tanti sogni nel cassetto, ma non sa da quale cominciare… perciò per adesso si limita a “fare la fuorisede” e a scrivere la tesi, sempre in compagnia delle sue cuffiette, da cui non si separa mai, e di una tazza di tè fumante.
