Glasgow, la città insospettabile

Glasgow (Glesga in scots1, la lingua scozzese, che significa ‘piccola valle verde’) è la più grande città della Scozia, quarta nel Regno Unito. Carolina Baglioni, insegnante di italiano e co-narratrice della puntata di Lovely Planet ad essa dedicata, dal titolo Glasgow, città oltre la pioggia, non esita a paragonarla a Milano per il suo ruolo economico nel nord delle Isole Britanniche. Si tratta infatti di una città operaia, per secoli polo industriale e porto tra i più importanti del mondo, dove si realizzano prodotti chimici e tessili e all’avanguardia nell’ingegneristica e cantieristica navale. Oggi è una delle capitali della finanza e famosa soprattutto per i suoi pub, ma Baglioni ci fa andare oltre gli stereotipi, scoprendo le tante facce di quella che considera la sua seconda casa.

Glasgow in genere non viene inclusa negli itinerari turistici scozzesi, è meno visitata di Edimburgo e spesso narrata come meno ospitale di quest’ultima; ciò la rende una perla un po’ nascosta, che necessita di pazienza e buone gambe per poter rivelare tutta la sua bellezza, risultando in realtà più autentica della capitale. Baglioni fa iniziare il percorso dalla Glasgow Central Station, da lei definita la più ‘scozzese’ delle stazioni della città e da cui si possono visitare il centro, l’East End, il West End, Glasgow Nord e il South Side. Da qui ci dirigiamo a Buchanan street, una delle vie più famose e sempre piena di musicisti che allietano le passeggiate delle persone, intente a fare compere nei numerosi negozi. È possibile poi arrivare al City Center Mural Trail, una mappa del centro urbano che permette di individuare le opere dell’arte di strada firmate da artisti famosi e non, un’iniziativa di successo nata per recuperare edifici fatiscenti e riqualificare le zone più problematiche.

Murales di Glasgow

Da Buchanan street andiamo a Sauchiehall street, il vero cuore pulsante di Glasgow che ha purtroppo risentito delle chiusure causate dalla pandemia da Covid-19. Qua si trovano le venue più rinomate della Scozia e del Regno Unito, dove si sono esibiti i nomi più importanti della musica britannica. I locali sono in genere piccoli, se non angusti, ma la passione e l’amore per la musica si respirano a ogni angolo, al punto che chi raggiunge la fama vi torna regolarmente per fare brevi esibizioni dal vivo senza chiedere alcun compenso. L’ambiente musicale è molto vivo a Glasgow, il che l’ha resa la prima City of Music, Città della musica, del Regno Unito, titolo che la inserisce nel progetto Unesco Creative Cities Network atto a promuovere iniziative culturali e cooperazione tra diverse città. Ci sono anche parecchi negozi e ristoranti in cui si mangia bene e a prezzi abbordabili, essendo vicino all’università, una delle più belle e antiche delle isole britanniche e accessibile senza particolari permessi, affettuosamente soprannominata Hogwarts in onore della saga di Harry Potter.

Sauchiehall Street

Di fronte all’università sorgono la Kelvingrove Art Gallery and Museum e la Hunterian Art Gallery, due dei poli museali tra i più affascinanti. Come tutti i musei della Scozia sono gratuiti e offrono uno spettacolo un po’ particolare: infatti, accanto a opere di gran pregio di nomi importanti come Dalì e Monet, si trovano le statue impagliate o le riproduzioni di animali appartenenti al Museo delle scienze naturali, ospitato nello stesso edificio. Non è quindi strano ammirare il Cristo di San Giovanni della Croce di Dalì avendo dietro di sé un enorme elefante impagliato, un’esperienza che permette di arricchirsi culturalmente senza rinunciare al divertimento. Klevigrove Park è uno dei più grandi parchi della città, vicino all’omonimo museo e all’università, ed è godibile al meglio nelle giornate soleggiate: è in questi momenti, infatti, che la popolazione locale si riversa nelle aree verdi, improvvisando picnic e facendo bagni di sole – non è certo un mistero che la pioggia accompagni la maggior parte dell’anno. Il Glasgow Botanic Gardens è il parco botanico e, oltre a ospitare strutture meravigliose come il Kibble Palace e una biblioteca, offre anche una vista suggestiva sul West End. In occasione del Cop 26, la conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici tenutasi nel 2021, molte zone di Glasgow sono state risanate e abbellite, soprattutto nelle aree più problematiche. Parecchi luoghi adibiti alla gestione dell’emergenza Covid, come lo Scottish Event Campus (Sec), il più grande centro congressi del Paese, sono stati riconvertiti al loro uso originario.

Impossibile non nominare i pub e la birra: non si è veri e vere glasvegiani/e se non si beve almeno una pinta di birra ogni volta che si esce insieme. I pub sono tutti ben forniti sia di bevande alcoliche – spesso con produzioni proprie – che di cibo. Ci sono anche molti birrifici, tra cui la marca più famosa è quella della Tennents del Drygate Brewery, situata non molto lontano dal centro, verso l’East End. Qui è possibile visitare il Museo della birra, vederne il processo di produzione e fare degustazione di diverse tipologie. I prezzi sono anche in questo caso assai accessibili – in genere tutto costa la metà a Glasgow rispetto a Edimburgo, il che la rende più vivibile e meta privilegiata di studenti. Tra i pub più rinomati troviamo il Swg3, una delle venue più suggestive e favorite in estate, quando la notte cala più tardi e si ha la possibilità di rimanere fuori più a lungo; il King Tut’s Wah Wah Hut, che offre quasi ogni giorno concerti dal vivo; l’Òran Mór, situato vicino ai giardini botanici dentro una chiesa sconsacrata, è dotato anche di ambienti più tranquilli per chi vuole condividere la serata con le proprie amicizie o solo in compagnia di qualche pinta di birra o di un bicchiere di whisky. E parlando di whisky, uno dei più pregiati si trova da The Ben Nevis Bart, nell’East End. Questa è per Baglioni la zona che più l’ha fatta sentire a casa: Glasgow, come tutta la Scozia, è orgogliosa e patriottica, ma lo spirito indipendentista non rende gli/le abitanti meno amichevoli con le persone straniere – al contrario, non è affatto strano che offrano da bere a sconosciute e sconosciuti, andando oltre qualunque barriera linguistica e facendo amicizia con chi proviene da tutto il mondo.

L’interno dell’Òran Mór

Non è di fatto evitabile un certo sentimento anti-inglese, acuitosi dopo la Brexit: fuori dalla Glasgow Central Station, infatti, campeggia un manifesto a favore del remain, la linea di coloro che non intendevano andarsene dall’Unione europea. Le persone sono in genere molto aperte e inclusive e c’è un forte animo europeista paragonabile solo al desiderio di indipendenza, specie nell’ultimo periodo: la statua del duca di Wellington, davanti alla Galleria d’arte moderna, è uno dei monumenti più iconici e anche uno dei più vandalizzati, in quanto sin dagli anni Ottanta qualcuno o qualcuna si ostina a mettere sulla testa del duca e/o del suo cavallo un cono stradale; poco importa quante volte venga rimosso dall’amministrazione locale. Questo ‘scherzo’ viene spesso visto come il simbolo della volontà scozzese a non piegarsi, in alcun modo, al dominio inglese.

Buchanan street

La religione cattolica è una componente molto importante della storia e della cultura scozzesi e ci sono numerosi luoghi sacri. La cattedrale di San Mungo2, dedicata al patrono di cui ospita anche i resti, è sicuramente la più simbolica e bella, e attrae parecchio turismo ogni anno. Tuttavia, lo spirito religioso non è sentito come un tempo: anche in passato Glasgow è sempre stata molto accogliente con qualunque credo. Per comprendere appieno l’animo e la mentalità scozzese Baglioni raccomanda di leggerne la letteratura; tra tutti gli autori e le autrici il più importante è Robert Burns, il poeta nazionale che scriveva in scots (il cui utilizzo è stato scoraggiato se non proibito durante la dominazione inglese) e le cui opere affrontano temi che risuonano pure a distanza di secoli dalla sua nascita.

Per quanto riguarda i souvenir viene suggerito, oltre che l’assaggio dei prodotti alcolici locali, l’acquisto di lavori dei piccoli artigiani, spesso giovani che hanno un proprio spazio o lo condividono con i loro colleghi nelle strade più frequentate; tra gli oggetti più in voga ci sono le stampe dei murales o di scritte della parlata tipica di Glasgow. Quello che emerge dal racconto di Baglioni è una città tutta da scoprire, lontana dai classici circuiti turistici ma che ben rappresenta l’ospitalità di un popolo generoso e orgoglioso come quello scozzese.

  1. Lingua scots
    Lo scots, da non confondersi con la lingua gaelica scozzese, è una lingua di ceppo germanico diffusa in Scozia e nell’Ulster. Al contrario del gaelico scozzese, che è un idioma celtico, lo scots è strettamente affine all’inglese: trae infatti origine dal cosiddetto Old English, la lingua germanica parlata dagli Angli e diffusa tra la popolazione scozzese già a partire dal VII secolo. Era dunque la lingua del popolo, mentre a corte si parlava gaelico. È talvolta considerato un dialetto, ma i governi che si sono succeduti in Scozia si sono impegnati nella protezione di questa minoranza linguistica e nel 2015 ne hanno ottenuto l’inserimento nell’elenco di lingue in pericolo tutelate dall’Unesco. Nel 2011 il censimento ha rivelato che nel paese ci sono un milione e mezzo di parlanti scots, il che fa sperare in un futuro per questa lingua poco conosciuta.

    Glaswegian: il dialetto di Glasgow
    Il dialetto parlato a Glasgow è un’affascinante combinazione di inglese standard (Sse, Standard Scottish English) e influenze scots. Tali influenze vengono pian piano eliminate dall’uso comune e sostituite con l’inglese standard, anche a causa dello stigma che tutt’ora persiste nei confronti dei dialetti, e nello specifico del dialetto glasvegiano, prevalentemente parlato dalla classe operaia. Si sta dunque perdendo qualcosa di inestimabile e bellissimo: l’unione tra una lingua moderna e una antichissima, una variante così fortemente localizzata da essere diffusa soltanto a Glasgow e nelle aree immediatamente circostanti la città. Secondo lo Scots Language Centre, l’autorità linguistica scozzese, il cosiddetto Glesga scots è un dialetto quasi invisibile: diffuso, ma poco valorizzato. Eppure la lingua di Glasgow ha tutto il potenziale per promuovere il turismo e ridare un senso di identità a una regione che, in virtù della sua natura di forza industriale e operaia, ha tuttavia sempre sofferto una forte esclusione culturale.
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  2. Cattedrale di San Mungo
    La grande cattedrale di Glasgow ha molti nomi, quasi quanti ne aveva il santo a cui è stata dedicata: anche chiamata High Kirk di Glasgow o cattedrale di San Kentingern, è intitolata a Kentigern Garthwys, il leggendario fondatore della città di Glasgow. Il nome Mungo deriva dalla parola in gaelico scozzese munghu che significa “caro” ed è un nomignolo affettivo di origine familiare. La cattedrale, un grande monumento in stile gotico, fu consacrata nel 1197 e venne eretta laddove si pensava che il santo avesse anticamente costruito la sua chiesa. Come spesso accade, la consacrazione non segnò la fine dei lavori di costruzione e modifica: molto di ciò che vediamo oggi fu infatti aggiunto nel XIII secolo.
    Storia della chiesa
    La storia della cattedrale si intreccia con quella della fondazione della città di Glasgow e quella, ancor più travagliata, della Scozia. Nel VII secolo San Mungo portò il corpo di sant’uomo di nome Fergus a Cathures, oggi Glasgow per l’appunto, affinché fosse seppellito. Egli fece costruire una catacomba che avesse al suo interno anche una piccola cella dove poter pregare, e si fece seppellire insieme a Fergus: sul sito dove sorgeva la tomba del santo, per volere di re David I di Scozia, fu fatta costruire la cattedrale che gli sarebbe stata dedicata. Essa fu visitata dai numerosi protagonisti della Prima guerra d’indipendenza scozzese, fra cui l’eroe nazionale di Scozia Robert the Bruce – un pronipote di quel re David che l’aveva fatta costruire. Fu danneggiata da fulmini e incendi numerose volte nel corso dei secoli, e subì anche molte modifiche strutturali: le più rilevanti avvennero nel corso del XIX secolo, dove una rinnovata passione per il gotico medievale spinse il governo inglese a impiegare denaro e risorse per ristrutturare la cattedrale. Nel 1849, nel bel mezzo dei lavori, vennero in visita la stessa regina Vittoria e il principe Albert. Una storia illustre, quella della cattedrale di San Mungo, che è certamente uno dei monumenti più amati e rappresentativi di Scozia. ↩︎

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Articolo di Maria Chiara Pulcini

Ha vissuto la maggior parte dei suoi primi anni fuori dall’Italia, entrando in contatto con culture diverse. Consegue la laurea triennale in Scienze storiche del territorio e della cooperazione internazionale e la laurea magistrale in Storia e società, presso l’Università degli Studi Roma Tre. Si è specializzata in Relazioni internazionali e studi di genere. Attualmente frequenta il Master in Comunicazione storica.

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