«I turchi arriveranno di notte, all’improvviso». Recep Tayyip Erdoğan.
Come sempre il titolo del volume di geopolitica che commentiamo questo mese è originale e azzeccato. Il Gran Turco fa immediatamente pensare sia agli accordi sul grano durante la guerra russo-ucraina, dovuti alla mediazione di Erdoğan, sia allo stesso uomo politico che un banchiere improvvisatosi Presidente del Consiglio, durante una delle prime conferenze stampa definì, con una gaffe memorabile per un premier italiano, solo come “dittatore” ma che ha mostrato di avere insospettabili qualità strategiche e di adattamento opportunistico, quasi “levantino”, ai mutamenti geopolitici in atto.

Come ci ricorda Lucio Caracciolo, nell’editoriale Si prega di bussare alla Porta (la Sublime Porta del Palazzo del Sultanato di Topkapi, a Costantinopoli) la Turchia, di cui i nostri media si occupano, come per tutto ciò che non riguarda la politica politicante nostrana, in modo superficiale e cronachistico, si concepisce come grande potenza e forse lo è, non solo guardando al passato dell’Impero Ottomano, ma per la sua posizione centrale nella geopolitica europea, asiatica e africana. Vuole diventare la quarta potenza mondiale, dopo Usa, Cina e Russia e sta preparandosi a essere anche una potenza marittima. Del resto, come ricorda in un’intervista Soner Çağaptay, storico e direttore del Programma Turchia al Washington Institute for Near East Policy: «la politica di Erdoğan è certamente ambigua, filo-ucraina senza essere antirussa. Ma il caso ucraino è emblematico perché quell’equilibrismo è ciò che il presidente turco ricerca in molti altri scenari. Avendo mantenuto aperti i canali economici con la Russia, Erdoğan è uno degli unici leader di un paese Nato in grado di parlare con Biden, Zelens’kyj e Putin. Penso che quando finirà la guerra, ovvero quando i contendenti saranno esausti, sarà Erdoğan a mediare tra Russia e Ucraina. E se ci sarà una qualche forma di tregua, anche se non totale, sono sicuro che sarà firmata a Istanbul. La Turchia può farlo, perché non è schierata completamente né con Washington né con Mosca».

Oltre a una grande profondità strategica nelle zone del mondo in cui si esercita la sua influenza, la Turchia influenza il cosiddetto mondo turco, intendendosi con questa espressione quella parte di Asia Centrale collegata per storia, lingua e cultura ad Ankara. Il mondo turco comprende, oltre alla Repubblica di Turchia, le Repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale e occidentale e parti della Cina. Non c’è quasi area dell’Eurasia in cui non ci siano popolazioni che parlano turco e qualche studioso ritiene che la stessa lingua latina discenda dal prototurco.

Le ambizioni mondiali da Grande Potenza si evincono dalle serie televisive, dal dibattito pubblico, persino dai Manuali scolastici e dal fatto che Mela Rossa è il nome dato all’ultimo drone turco presentato a un Festival aeronautico. La Mela rossa è la metafora che indica l’egemonia mondiale di Costantinopoli, città su cui troneggiava l’imponente statua di Giustiniano, Imperatore romano d’Oriente che teneva in mano proprio una mela rossa.
La prima parte della rivista, Essere turco, mette a fuoco i fattori-chiave che fanno della Turchia una potenza emergente. La seconda parte, Altri turchi e resto del mondo, registra le posizioni di Usa e Cina di fronte alla sua ascesa, affrontando, tra le altre, la questione del suo rapporto con la Grecia, mentre la terza parte, Il Gran Turco alla porta, analizza anche i rapporti con l’Italia. Questa volta non c’è una firma femminile in tutto il volume, anche se le carte di Laura Canali sono più numerose del solito e bellissime.
Prima di analizzare alcuni tra gli articoli più interessanti di Limes di agosto, mi piace riportare l’esordio del saggio di Sezaİ Özçelik – Professore di Relazioni internazionali all’Università Çankırı Karatekin: «Il sistema internazionale viene spesso paragonato a una giungla e i paesi agli animali. L’Aquila americana, l’Orso russo, il Gallo francese, il Drago cinese, il Lupo grigio turco. La metafora dell’orso venne introdotta nel XVI secolo dalle potenze occidentali per raffigurare il grande, spietato e ingombrante impero zarista. In seguito, i russi adottarono l’aquila bicipite come simbolo dello Stato e fecero propria l’icona dell’orso per esprimere il loro potere e la paura che tale potere incuteva. Gli ucraini hanno invece scelto l’usignolo per significare la loro natura, uccello che richiama l’amore, la lealtà e la devozione. Noto per il suo dolce canto, per la peculiarità dei suoi nidi e per essere foriero della primavera. Quanto ai turchi, considerano sacro il lupo grigio perché sono convinti di discendere da esso e lo percepiscono come un animale che riflette la loro potenza, per quanto lo Stato turco non lo abbia mai adottato ufficialmente come emblema. Oggi il comportamento di questi animali e le loro interazioni reciproche – naturalmente sorvegliate dall’alto dall’Aquila americana – sono decisivi per la sicurezza e la stabilità di un’area estesa dai Balcani al Caucaso, dall’Europa orientale al Nord Africa, dal Mediterraneo al Medio Oriente e al Mar Nero».
Da segnalare, in appendice al ricco e documentato editoriale del Direttore, Si prega di bussare alla porta, l’articolo di Giuseppe de Ruvo, La Turchia usa l’Italia per connettere Europa e Africa. Più di tante parole, su questo punto come sempre ci illuminano le carte dell’artista cartografa Laura Canali, che riportiamo.

Nella prima parte della rivista è assolutamente da leggere Erdoğan figlio di Atatürk di Daniele Santoro, che ha anche curato questo numero di Limes. Ecco alcuni passaggi del saggio: «La Turchia è più grande della Turchia. I confini della Turchia vanno ben oltre i 780 mila chilometri quadrati. L’ostentazione della potenza, la ricerca della gloria, l’esibizione della (presunta) grandezza sono i tratti antropologici che contraddistinguono il capo turco. Recep Tayyip Erdoğan non (può) fa(re) eccezione. L’afflato imperiale di cui è permeata la narrazione del presidente turco da ormai due decenni è stato tramandato intatto per centinaia di generazioni».
Quando prese il potere Erdogan sembrava una figura opposta a quella di Mustafa KemalAtatürk. Religiosissimo, conservatore, quindi non laico e non proveniente dal mondo militare. Come sempre, questa era la visione occidentale, che si soffermava soprattutto sulla trasformazione laicista della Turchi operata da Atatürk. Non era questo, però, che connotava il Gazi per il popolo turco. Contava molto di più «la leadership – innanzitutto militare – del Grande Condottiero. Il quale il 25 aprile 1915 ordinò ai suoi soldati «non di combattere, ma di morire», spingendoli ad arrestare lo sbarco degli invasori britannici fisicamente, con il proprio corpo. Senza più armi. Con il Corano in mano e la patria nel cuore […] Ed è proprio questa prevalente dimensione militare dell’importanza storica del Gazi ad aver innescato la più vistosa rivoluzione retorica, estetica e geopolitica di Erdoğan […] Nel 1992, in un comizio a Rize, l’attuale presidente turco si spinse addirittura ad accusare di «istigazione al suicidio» i politici e i generali che spedivano «i nostri figli ventenni, che non sanno nemmeno tenere in mano un’arma», a combattere i terroristi. Da primo ministro, Erdoğan ha non solo destrutturato le Forze armate mediante i processi farsa di cui si autoproclamò «pubblico ministero», ma le ha anche dileggiate, irrise e umiliate pubblicamente, contribuendo in modo determinante all’erosione del loro prestigio presso l’opinione pubblica. Kemalisti compresi […] Un anno dopo si premurò di far sapere agli ufficiali di considerarli «alla stregua dei miei stessi fratelli, dei miei stessi figli: provo un orgoglio senza limiti ad avere colleghi così coraggiosi, valorosi, ben addestrati e leali come voi». Avvisaglie retoriche di come lo scranno di Atatürk stesse cambiando in senso propriamente antropologico colui che ormai era prima di ogni altra cosa il vertice dello Stato. Dunque, il comandante in capo (başkomutan). Oggi l’epiteto più ricorrente tra i suoi adepti. Questa dimensione militarista è divenuta il marchio di fabbrica del secondo decennio al potere del Reis, come la crescita economica lo era stata del primo.

Nella narrazione dell’apparato propagandistico il grande merito di Erdoğan non è (più) aver arricchito le masse anatoliche, ma aver rigenerato la potenza militare dei turchi. Averli resi nuovamente una nazione temuta dal resto dell’umanità. Il presidente turco posa con sempre maggiore frequenza indossando indumenti e simboli militari, si fa ritrarre a bordo degli aerei da guerra, imprime il suo nome sui droni da combattimento, esibisce potenziali giovani martiri sui palchi dei comizi». Con la volontà di turchizzare, almeno in parte, la modernità. «Ed è in questo senso che emerge l’importanza storica dei droni da combattimento di produzione anatolica, non a caso spesso paragonati da Erdoğan agli arcieri a cavallo che per un millennio permisero ai turchi di dominare i campi di battaglia eurasiatici, di soggiogare genti e territori, di imporre il proprio volere a una parte consistente del genere umano. I velivoli senza pilota che svolazzano nei cieli delle Sirie, delle Libie, delle Ucraine e dei Caucasi sono il primo vero marchio turco sulla civiltà contemporanea. Alfieri alati che annunciano al mondo l’avvento del «secolo della Turchia». Erdoğan è passato dal neo-ottomanismo, intriso di nostalgia, al «secolo della Turchia». Questa è stata la sua rivoluzione.

«Atatürk divenne il capo eterno perché intese fondare uno Stato eterno. Dunque, porre fine all’ondivaga caducità degli imperi forgiati dagli eredi di Mete Han, fatalmente destinati a soccombere perché strutturalmente votati all’espansione territoriale senza limiti. Perché incapaci di disgiungere – innanzitutto in termini logici – la vittoria militare dall’estensione del territorio imperiale». Questo fece insegnando ai turchi, che si erano sempre immaginati solo come potenza di terra, il senso del limite. Concezione rivoluzionaria ben compresa da Erdoğan. Da Kemal il “Comandante in capo” ha ereditato anche la necessità di trasformare la Turchia in potenza marittima. «Fu la totale assenza della potenza navale ottomana nel Mediterraneo – cuore non solo geografico dell’impero – a permettere agli italiani di sbarcare indisturbati nelle Libie, agli inglesi di approcciare senza opposizione i Dardanelli, ai greci di riversarsi sulla costa egea e di marciare verso le profondità anatoliche. Mettendo a rischio la sopravvivenza stessa di una nazione turca indipendente e sovrana. Ed è per questo che il 26 agosto 1922, dalla collina di Kocatepe, il Gazi ordinò non solo ai suoi soldati ma all’intera nazione di marciare sul Mediterraneo. Innescando una trasformazione antropologica che un secolo più tardi ha assunto le sembianze geopolitiche della dottrina della Patria Blu», che implica la concezione del mare come territorio. (Sull’idea di Patria blu si veda la conversazione con l’ammiraglio in pensione Cihat Yaycı, all’interno del volume di agosto).

Un articolo che piacerà ai filosofi è quello di De Ruvo, che, con richiami a Bataille, Deleuze, Guattari e Mauss, riflette sui concetti di nomadismo e cultura del potlàch. La forza di questo approfondimento, che parte da uno spunto fornito dall’intervista con Erol Göka, psichiatra sociale e autore di unamonumentale Psicologia dei turchi, sta nel riuscire a spiegarci quello che per la nostra mentalità occidentale è inspiegabile: la postura neoimperiale di Erdoğan, che sfida gli americani mentre sfida i russi. Una lettura impegnativa ma supremamente interessante. A chi si diletta di economia piacerà poi l’articolo di Maronta sulla Erdoganomics, che mette in luce la crisi finanziaria e la debolezza economica della Turchia, Paese che mette l’economia, con i suoi parametri contabili, in secondo piano rispetto alla geopolitica, sottovalutando grandezze quasi venerate da noi occidentali come il Pil e privilegiando valori storici, culturali, anche spirituali.
Le voci turche nella prima parte sono molte. Tra le tante si segnala quella di Gökhan Bacık, nel suo articolo Radiografia del potere di Erdoğan.

Riportiamo alcuni passaggi: «Erdoğan governa la Turchia dal 2003. Questo gli ha concesso molto tempo e innumerevoli opportunità per trasformare, dominare e personalizzare l’apparato burocratico. Tradizionalmente la burocrazia turca era kemalista, improntata cioè al modello imposto dal fondatore della Repubblica di Turchia, Mustafa Kemal Atatürk. Oggi è invece erdoganiana […]il fallito colpo di Stato del 15 luglio 2016 ha fornito a Erdoğan il pretesto ideale per trasformare l’apparato statale. Sono stati licenziati 125 mila funzionari, tra cui oltre 5 mila giudici. E dopo questa tabula rasa magistratura ed esercito, due istituzioni cruciali, sono stati riorganizzati. Da ultimo, nel 2017 Erdoğan ha adottato un sistema presidenziale «alla turca» cui non è corrisposto un adattamento sistemico dello Stato. Il risultato è uno strano ibrido di parlamentarismo e forte presidenzialismo in stile russo, che ha rapidamente esautorato il tradizionale ruolo del legislativo e dell’esecutivo […] Il quarto pilastro del sistema erdoganiano è l’oligarchia. L’autoritarismo turco, al pari di quello russo, poggia su un vasto intrico di relazioni economiche che genera corpose rendite di posizione […] L’ultimo pilastro è la famigerata zona grigia. Storicamente, lo Stato turco ha sempre mantenuto una certa prossimità al crimine organizzato. Non è esagerato vedere nel ministero dell’Interno l’organo statale che gestisce tale relazione. I rapporti Stato-mafie in Turchia sono il risultato naturale dell’autoritarismo e della corruzione, ma sono anche un legato del periodo ottomano. L’opinione pubblica nutre una visione relativamente benevola di queste organizzazioni, fondata sull’idea che ne esistano di «buone» intente a contrastare i nemici della nazione. La Turchia ha dunque una diffusa, sedimentata idea della criminalità organizzata come soggetto legittimo, al punto da giudicarla necessaria nella lotta contro determinati avversari. Dietro questa visione c’è la realtà storica di un frequente uso delle mafie e dei gruppi paramilitari per scopi di politica estera, come la lotta al Pkk curdo.»

Ma l’articolo da non perdere è quello di Alessandro Aresu, Selcuk Bayraktar, erede tecnologico del secolo turco, novello Elon Musk turco, genero di Erdoğan e inventore del drone che da lui prende il nome e che, a detta del New Yorker, ha cambiato la guerra. Laureato in ingegneria aerospaziale e specializzato con un Master al Mit di Boston, abilissimo comunicatore che spopola su youtube e invita bambini e ragazzini alle esposizioni delle armi, potrebbe essere il successore di Erdoğan. Durante l’edizione del Tecnofest del 2018, Bayraktar pronuncia un discorso molto significativo che va la pena riferire in parte: «I nostri antenati furono una delle prime civiltà a fissare gli occhi al cielo. Ma siamo stati noi stessi ad abbattere il lavoro di Takıyyüddin Mehmed, che fondò uno dei primi osservatori nel mondo, una sorta di Nasa di quel tempo. Abbiamo lanciato un’incredibile campagna di indipendenza nel settore dell’aviazione durante i primi anni della Repubblica. Come ha detto Mustafa Kemal Atatürk: “Il futuro è nei cieli”. Questo balzo è stato interrotto negli anni Cinquanta e la Turchia è rimasta indietro, mentre avrebbe potuto essere una delle prime tre potenze aerospaziali al mondo. I veicoli aerei senza pilota hanno rappresentato la seconda svolta. Le nuove tecnologie saranno una grande opportunità sia per i nostri giovani sia per il nostro paese. Questo è il festival di quelli che hanno la testa tra le nuvole e che seguono le orme dei loro antenati».
Nella seconda parte della rivista si possono leggere le posizioni di Stati Uniti e Cina nei confronti della Turchia, le paure della Grecia nei confronti dell’espansione marittima turca, i rapporti della Patria blu con Iran, Iraq, Israele e Siria.

L’ultima parte è quella che ci riguarda più da vicino. Osserviamo i confini marittimi del nostro Paese. L’Italia “confina” con la Turchia lungo il mare Adriatico, che una volta si chiamava Golfo di Venezia, e nello Stretto di Sicilia, di fronte a cui oltre alla Tunisia c’è la Tripolitania Oggi la Turchia è, non solo militarmente, in Libia e influenza sia la Tunisia che l’Algeria. Le due direttrici principali di interesse italiane nel Mediterraneo, quella gasiera, che riguarda l’approvvigionamento energetico e quella migratoria sono in larga parte in mano turca: la Tripolitania e la Tunisia sono il cuore della rotta migratoria centrale e dalla Tunisia passa il gasdotto che arriva in Italia per portarci il gas algerino. I turchi oggi sono presenti nei due porti principali dell’Adriatico: Trieste al Nord e Taranto al Sud. La presenza di forti investimenti turchi in questi porti denuncia una visione strategica a cui, secondo Lucio Caracciolo, che ne parla distesamente in una puntata di Mappa mundi, potremmo agganciarci.
I dossier in cui l’Italia potrebbe inserirsi sono tanti. Secondo Bilgehan Öztürk «Mediante la cooperazione, gli sforzi concertati e una visione di lungo periodo, Turchia e Italia possono giocare un ruolo significativo nel favorire la stabilità, la prosperità e lo sviluppo della Libia, promovendo al contempo i rispettivi interessi economici e geopolitici nella regione. A maggior ragione dopo il disastro dell’uragano Daniel, aggiungo. Secondo Lucio Caracciolo, il nostro Paese, che stenta da sempre, nonostante sia un molo in mezzo al mare, a considerarsi potenza marittima, ha un grande obiettivo geopolitico: «incardinare l’Italia nel quadrante orientale del Medioceano, dopo la sedazione del conflitto russo-ucraino […] Roma non ha interesse a consolidare la faglia fra avanguardia orientale antirussa ed «Euroquad» occidentale centrato su Germania, Francia, Italia e Spagna. Finiremmo in un buco nero, ricorda Caracciolo alla fine del suo editoriale. Per contribuire a suturare la ferita Roma può appigliarsi sul fronte medioceanico al perno turco, salvo poi risalire verso il Baltico via Germania e Polonia, clima geopolitico permettendo. Alla ricerca di un compromesso con baltici e scandinavi su come trattare con Mosca. Qui prima viene l’economia poi la geopolitica. Ankara ci offre un gancio con il corridoioscandinavo-africano destinato a collegare verticalmente Oslo e Stoccolma a Biserta e Algeri via Amburgo, Trieste, Taranto e Malta. Grazie agli accordi tra le aziende turche Gph e Yılport con i nostri principali scali adriatici, l’Italia si afferma anello decisivo della catena. Niente illustra meglio la centralità dello Stivale nel Mediterraneo. L’analista austriaco Michaël Tanchum brinda alla «simbiosi geopolitica Roma-Ankara» che «sta creando un nuovo paradigma strategico mediterraneo». Tanchum scambia l’obiettivo per realtà, ma indica la via. Ora tocca a Roma allestire un piano medioceanico nazionale».
«Per secoli il turco è stato il nostro Altro. Oggi conviene farne l’altro Nostro».
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Articolo di Sara Marsico

Giornalista pubblicista, si definisce una escursionista con la e minuscola e una Camminatrice con la maiuscola. Eterna apprendente, le piace divulgare quello che sa. Docente per passione, da poco a riposo, scrive di donne, Costituzione, geopolitica e cammini.
