Africa contro Occidente. Il numero di settembre di Limes. Parte Prima

«C’è la sensazione, soprattutto tra i giovani, che sia
arrivato il momento di far valere le loro condizioni.
C’è la sensazione che sia il nostro momento».
Lesley Lokko, architetta e scrittrice scozzese, con cittadinanza ghanese (2023)

«Noi europei guardiamo l’Africa dall’alto in basso. Se la guardiamo. Non solo perché il canone cartografico disegna l’Africa sotto l’Europa. È che ci pretendiamo superiori agli africani in ogni senso. Verità che non merita spiegazione. Postulato che può al meglio volgere in esotismohic sunt leones– al peggio in sfruttamento bestiale di popoli e risorse, quasi gli africani fossero cose a disposizione. Complesso di superiorità strutturato attorno all’essenzialismo più sfrenato: noi siamo nella storia, voi non ci siete mai entrati; noi benestanti evoluti voi poveri arretrati; noi nazioni voi tribù. Insomma: noi bianchi voi neri. Razzismo istintivo, talmente immediato e spontaneo che stentiamo a percepirlo tale...».

Così inizia l’editoriale del numero di settembre di Limes, significativamente intitolato La Linea della palma, che richiama una efficacissima espressione utilizzata anche da Leonardo Sciascia, che ne parlava, profeticamente, a proposito della lenta colonizzazione del Nord Italia da parte della mafia, intesa allora solo come Cosa Nostra. «Secondo una teoria geologica, per il riscaldamento del pianeta la linea di crescita delle palme sale verso il nord di un centinaio di metri all’anno. Per questo motivo, fra un certo numero di anni, vedremo nascere le palme anche dove oggi non esistono». Credo che Caracciolo intenda con questa citazione riferirsi al progressivo e veloce deterioramento dei rapporti tra africani e occidentali, specie fra neri (gli africani del Sahel, dell’Africa subsahariana, di quella Occidentale e di quella meridionale) e bianchi d’Africa (gli abitanti del Maghreb), in cui le forme di razzismo sono esasperate. O fra africani ed europei. Per capirne le ragioni occorre adottare uno sguardo geopolitico, che incrocia i punti di vista e che è «in sé dialettico. Paritario», un aggettivo che a noi di vitaminevaganti piace moltissimo. Anche perché, come si legge nella presentazione: «Siamo di fronte a un momento di profonda e tumultuosa trasformazione di un’area in cui l’Italia ha interessi fondamentali e dalla cui instabilità abbiamo molto da perdere».
Basta soffermarsi sui minuti dedicati dai nostri media ai golpe avvenuti in Africa recentemente per capire quanto poco ne sappiamo, in Occidente, delle loro ragioni. Il Niger secondo lo sguardo occidentale era l’isola felice, quasi una democrazia, nonostante, secondo la classifica dell’indice disviluppo umano, occupasse il cento ottantanovesimo posto su 191. «Secondo gli occidentali, prima del golpe di luglio il Niger era una sorta di Eldorado. Francia, Stati Uniti, Italia, Germania e Unione Europea non facevano altro che decantare le magnifiche e progressive sorti del paese, fulgido esempio di democrazia e buon governo. Il colpo di Stato del 26 luglio 2023, appoggiato da gran parte della popolazione, ha finalmente spazzato via questa narrazione», ci ricorda Leslie Varenne.

Non solo. Ha confermato l’inadeguatezza dell’Occidente a cogliere i mutamenti che stavano avvenendo in un continente che ci si ostina a considerare, con stereotipi ereditati dal passato coloniale, come un blocco unico, ma che invece è molto variegato al suo interno, come emerge dal bel contributo di Luciano Pollichieni Le Afriche giocano per sé. Così ne scrive l’autore: «Mentre la guerra in Ucraina mette fine alla pace in Europa, mentre Stati Uniti e Cina ingaggiano uno scontro multiforme nel Pacifico, le nazioni africane sono impegnate in uno sforzo – occasionalmente collettivo – per rivedere i rapporti di forza con il resto del mondo in maniera per esse più vantaggiosa. Fulcro di questo processo è lo sfruttamento delle contraddizioni e delle crisi sistemiche negli equilibri geopolitici mondiali, culminate (per ora) nella guerra ucraina. Scopo dell’attuale soggettivismo africano è trasformare gli attori del continente da oggetto passivo dei rapporti geopolitici con le medie e grandi potenze a soggetto attivo sullo scacchiere mondiale, con obiettivi e piani propri. Questa dinamica è destinata a influenzare scontri e agende delle potenze extracontinentali nel prossimo futuro. In parte, lo sta già facendo», privilegiando i rapporti con le cosiddette medie potenze, in particolare la Turchia e gli Emirati Arabi Uniti.

Il volume, come sempre, si divide in tre parti. La prima, Le Afriche in rivolta, contiene il maggior numero di approfondimenti, da molti dei quali emerge la miopia dell’Occidente che gli ha impedito di vedere i graduali cambiamenti in atto nel continente che dal punto di vista demografico lo ha surclassato e lo surclasserà. In questo senso è illuminante l’articolo di Rahmane Idrissa, Ricercatore all’Università di Leiden, esperto in storia e società saheliane, sul recente golpe in Niger la cui matrice è da rinvenire, come testimoniano molti altri contributi del volume, nell’intervento della Nato (Francia, Regno Unito e Stati Uniti) in Libia, che ha portato alla distruzione del regime di Gheddafi, innescando le crisi migratoria e di sicurezza nel Sahel, la sponda sud del Sahara (dall’arabo sāḥil, «bordo del deserto»), contribuendo alla sua destabilizzazione.

«Il proliferare di atteggiamenti ostili alla Francia va letto alla luce del suo passato imperialista». L’astio delle popolazioni saheliane emerge dalle violente manifestazioni antifrancesi: il tricolore viene bruciato per le strade del Burkina Faso, del Mali e (da ultimo) del Niger. Le ragioni storiche di questa ostilità risalgono a fatti concreti e storicamente verificabili, che trovano la loro origine nella Françafrique, complessa rete di relazioni postcoloniali – per non dire neocoloniali —il cui architetto è stato Jacques Foccart, segretario generale dell’Eliseo per gli Affari africani e malgasci (1960-73) durante le presidenze di de Gaulle e Pompidou. Secondo il progetto di Françafrique, la Francia avrebbe dovuto continuare a beneficiare di materie prime a prezzi bassissimi. Questo fine giustificava ogni mezzo, come ci ricorda Savanè nel suo approfondimento, Quel che noi francesi non abbiamo voluto capire. Sulla Françafrique sono da leggere anche gli articoli di Leslie Varenne e Mario Giro. «Il «Sud Globale» — scrive Giro — in cui l’Africa subsahariana è pienamente inserita, guarda con sospetto l’Occidente tutto concentrato a combattere una guerra che gli africani non apprezzano. Anzi ne soffrono le conseguenze, come la penuria di grano o la crescita esponenziale dei prezzi degli alimenti e dell’energia […] Mosca o i jihadisti si inseriscono nel vuoto politico lasciato da altri. Sono un pericolo ma non la causa di ciò che avviene. […]». L’origine della protesta dei giovani africani e del loro avvicinamento a Mosca «si può sintetizzare nella fine dei sogni dell’indipendenza, sia quelli dei padri (orgoglio, identità, unità) sia quelli dei figli (prosperità, benessere, libertà […] Finiti i sogni collettivi delle indipendenze (panafricanismo, socialismo africano, unità africana eccetera), muoiono anche quelli della democrazia africana degli anni Novanta (le conferenze nazionali). Lo Stato è divenuto un affare privato in mano a pochi. I giovani africani hanno perso speranza nel futuro dei propri paesi e diventano manodopera per avventure violente». A questi giovani, che sono la «maggioranza assoluta della popolazione, senza speranza e svuotati dalla mentalità rapace e individualistica della globalizzazione non resta che il ripiego di prendersela con la Francia, percepita come una matrigna che non ha saputo evitare tutto questo disordine. Un caos di senso prima ancora che economico e sociale». Ma anche per la Francia, come per tutti gli europei, l’unica preoccupazione continua a essere quella migratoria.

Tra i tanti saggi di questo numero quello assolutamente imperdibile è Qui comanda la sabbia, conversazione di Lucio Caracciolocon Mauro Armanino, missionario a Niamey, che ci racconta moltissimo della quotidianità di un/una nigerino/a, abitante della popolazione più giovane al mondo. Alla domanda: «Chi comanda in Niger?» Armanino risponde: «La sabbia. Pervasiva, invasiva, insistente, resiliente, accomodante, eterna. L’economia, la politica, la gestione del potere sono «di sabbia», come pure molte amicizie e decisioni. Col tempo ci si accorge che tutto si regge su questa fragile solidità che sconcerta e in fondo rivela molto della nostra condizione umana. La sabbia, con la sua difficoltà a costruirci sopra, non fa che mettere a nudo la nostra spesso nascosta fragilità. Da questo punto di vista la sabbia è uno straordinario luogo di verità». Estremamente interessante è anche l’articolo di Contarini, L’Ecowas secondo la Nigeria, da leggere per capire il ruolo di questa organizzazione e, al suo interno, quello della Nigeria.

La popolazione africana sta aumentando in maniera esponenziale. Nel 1950 la popolazione africana era di 221 milioni di persone. Oggi è di un miliardo e 400 milioni. In soli 73 anni è aumentata di oltre il 630%. Secondo le previsioni dell’Onu, la popolazione africana conterà due miliardi e mezzo di persone nel 2050, rappresentando un quarto della popolazione mondiale. Sempre nel 2050, l’Europa rappresenterà il 5% dell’intera popolazione planetaria. Che conseguenze avrà tutto questo? Anche perché la vecchia Europa, sostiene Giulio Albanese in Quo vadis Africa? se vorrà continuare a essere competitiva sul versante dell’economia reale, avrà necessariamente bisogno di risorse umane africane. Queste sono considerazioni squisitamente economiche e geopolitiche, anche se in Italia, secondo una mentalità arretrata e purtroppo diffusa, che tende a banalizzare tutto, sarebbero immediatamente qualificate come “buonismo”. Lo sguardo della geopolitica potrebbe aiutare moltissimo chi ci governa, se solo avesse voglia di capire e di informarsi, ma chi ci governa è impegnato a raccogliere voti per le prossime elezioni europee e a deliberare provvedimenti in tema di immigrazione, questione che ha deciso di rubricare, significativamente e con una prospettiva ben diversa, sotto la definizione di “difesa dei confini”.

(continua)

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Articolo di Sara Marsico

Giornalista pubblicista, si definisce una escursionista con la e minuscola e una Camminatrice con la maiuscola. Eterna apprendente, le piace divulgare quello che sa. Docente per passione, da poco a riposo, scrive di donne, Costituzione, geopolitica e cammini.

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