Lotta femminista e sport in Italia

Nonostante nel racconto dello sport in Italia le questioni sociali e politiche abbiano sempre più spazio e tantissimi tra atlete e atleti usino la loro visibilità per lanciare messaggi di solidarietà, inclusione e giustizia, difficilmente si trovano delle analisi che si sforzino di capire in che termini, nel nostro Paese, si sia sviluppata la lotta femminista nell’ambito sportivo. Proprio per la mancanza di attenzione al tema, rispondere a questa domanda non è per niente facile ma ci sono alcuni elementi interessanti da far emergere. È chiaro che lo sport è stato in tantissime occasioni lo spazio di emancipazione femminile per antonomasia dove le donne sono riuscite a rivendicare una presenza pubblica altrimenti negata e capacità fisiche impensabili nell’ordine patriarcale. Soggetto imprevisto, le donne italiane nello sport hanno faticosamente trovato la propria voce attraverso anche una riscoperta delle possibilità dei loro corpi a lungo depotenziati.

Come spiega molto bene Daniel Degli Esposti, storico di Allacciati le Storie, all’inizio del Novecento, «il femminismo nello sport chiede parità, più che liberazione. Chiede quindi di entrare e di giocare». Nella fase che combacia idealmente con la prima ondata del femminismo, lo sforzo si è concentrato soprattutto sull’idea di entrare a far parte di un gioco da cui le donne erano sempre state escluse. Come le suffragette che lottavano per il diritto di voto, le atlete lottavano per il diritto a partecipare alle Olimpiadi.

Con l’avvento dello sport come fenomeno di massa a partire dalle Olimpiadi di Citta del Messico del 1968, in Italia, i partiti di sinistra ma anche i movimenti femministi rifiutano in toto il mondo sportivo in quanto luogo in cui agisce il potere dominante sia in termini di classe che di genere. Come sintetizza Sergio Giuntini nell’introduzione al suo libro Storia dello Sport femminile in Italia 1945-2020 (Roma, aracne, 2021) «soprattutto il femminismo italiano, a differenza di altre realtà europee e nordamericane maggiormente costruttive sebbene anch’esse estremamente critiche, non si curò mai dello sport. Lo espunse, quando non lo demonizzo tout court, dal proprio orizzonte di elaborazioni e pratiche. […] Le femministe vedevano nello sport una riproduzione esemplare della società patriarcale e maschilista. La sua cifra storica (dal culto della virilità e del machismo alla filosofia del record, della prestazione, del risultato), in effetti, rinviava a una simile interpretazione. E le donne che vi prendevano parte, le atlete, le campionesse, anziché lasciarvi il segno d’una propria identità, finivano, secondo la weltanscahuung femminista autoctona, con l’assorbirla passivamente. Divenivano dei veicoli del potere dominante maschile: confermavano l’essenza della civiltà fallocratica. Meglio, molto meglio conseguentemente, tenersene fuori senza “sporcarsi le mani con lo sport”. […] Il sistema sportivo uomo-centrico non poteva essere né trasformato né abbattuto e, allora, tanto valeva non occuparsene».

Il femminismo della seconda ondata, quello che ha concentrato le sue elaborazioni teoriche e pratiche attorno al concetto della differenza, è un femminismo che rifiuta lo sport, da un punto di vista ontologico. Questo, però, secondo Degli Esposti non impedisce la presenza di «figure dirompenti» capaci di portare avanti forme di resistenza insieme a piccole e grandi rivoluzioni. Come ci racconta Giuntini nel suo volume, quella che si sviluppa è una «modalità di femminismo spontanea, inconsapevole, individuale». Uno dei gesti più iconici è sicuramente quello di Mabel Bocchi, campionessa di basket, che lotta insieme alle sue compagne per indossare dei pantaloncini normali e non i classici slip, perché ― racconterà a posteriori ― «volevamo solo essere considerate per quello che sapevano esprimere in termini sportivi». Un rifiuto femminista dello sguardo maschile sessualizzante.

Le figure dirompenti che agiscono in chiave femminista nello sport in Italia seguono tuttavia un discorso prettamente emancipazionista e di rivendicazione di uguaglianza. Si lotta per avere uguale visibilità e pari diritti, come nel caso del professionismo nel calcio. Sarà la stessa Sara Gama, capitana della Nazionale femminile, nel 2019, di ritorno dagli Europei, durante il suo discorso al Quirinale a citare l’articolo 3 della Costituzione sottolineando gli sforzi a cui è tenuta la Repubblica per garantire pari opportunità. Una battaglia sacrosanta che però si è unita solo sporadicamente con una riflessione femminista che metta al centro la liberazione e le differenze di genere. Nel 1992, Gigliola Venturini, nella dirigenza della Uisp, articolava questo pensiero ripreso da Giuntini nel libro citato: «il corpo femminile è diverso da quello maschile, in primo luogo in senso morfologico. E quindi il ragionamento emancipazionistico che si basa sull’idea di uguaglianza per rivendicare il diritto a far sport come gli uomini non funziona. Il mondo dello sport è e resta un mondo maschile. Proprio per questo aveva penalizzato le donne. Mi spiego: nel basket il canestro è alla stessa altezza per donne e uomini e il pallone ha lo stesso peso [oggi più piccolo e più leggero], i maschi che sono più alti e potenti, sono più spettacolari. Nella pallavolo, invece, la rete, per le donne, è più in basso e questo consente loro di schiacciare bene e fare un bel gioco. Ecco dimostrato in che senso il concetto di uguaglianza è ipocrita».

Tuttavia, questo tipo di argomentazione non ha trovato forte risonanza nel mondo dello sport italiano. Le nuove protagoniste dei movimenti femministi e transfemministi da noi non hanno un’agenda che metta lo sport al centro delle loro riflessioni. Ci sono momenti in cui i collettivi entrano nel dibattito con le loro proteste come nel caso del tesseramento per la Reggiana del calciatore Manolo Portanova, condannato in primo grado per stupro di gruppo. In generale, però, una radicalità nel perseguire il cambiamento è pressoché assente, a differenza di ciò che sta succedendo in Spagna dove le calciatrici, campionesse del mondo, stanno cercando di innovare dalle basi la Federazione e la lega in cui giocano. Non a caso, il magazine spagnolo online Ctxt, ha definito le loro conquiste «una vittoria decisiva per il femminismo».

Viste queste dinamiche sarebbe interessante chiedersi quali sono quindi le conseguenze del rapporto tra i femminismi e lo sport in Italia. Il fatto che il femminismo abbia lasciato per molto tempo sguarnita l’arena sportiva si riflette in uno dei problemi principali dello sport italiano oggi: la quasi totale assenza delle donne a capo delle federazioni. Scrive Aligi Pontani sulle pagine del quotidiano Domani: «Alla guida delle federazioni, comprese quelle affiliate non olimpiche, ci sono due donne: Laura Lunetta, danza sportiva, e Antonella Granata, squash. Due su 48. Il 4 e qualcosa percento, contro il 33% delle parlamentari (che ha pure fatto molto discutere, per difetto) o, per restare in casa, contro il 44% di atlete che rappresentano l’Italia alle Olimpiadi. Ripetiamo 44% in campo, 4% al comando». A questo si aggiunge il fatto che difficilmente troviamo donne che abbiano accesso a cariche importanti nel mondo dello sport e che si siano definite femministe.

La forte spinta emancipazionista e la ricerca dell’uguaglianza sostanziale hanno portato nell’ambito sportivo ad un discorso molto sterile sull’adattamento delle regole rispetto al corpo e l’esperienza femminile, soprattutto in discipline come il basket o il calcio dove l’elemento atletico e maschile è parecchio forte. Quando si cerca di ragionare sulla grandezza delle porte e del campo nel calcio o sull’altezza del canestro nel basket, lo si fa assai spesso sostenendo che così facendo ci si potrebbe avvicinare alla bellezza e spettacolarità della versione maschile. Versione che non viene vista solo come diversa ma come gerarchicamente migliore, come la norma a cui ambire. La forte chiusura di una parte di calciatrici e cestiste verso il cambio di regole è data, di frequente, dalla paura che questo possa dar ulteriore credito a coloro che sostengono che lo sport praticato dalle donne sia uno sport minore, secondario. Utilizzare le stesse regole e lo stesso impianto di gioco servirebbe, in quest’ottica, ad assicurarsi credibilità. Nonostante tali dinamiche siano certamente in atto, dall’altro lato denotano una mancata riflessione sulla questione. Il calcio, come tantissime altre discipline, è stato sviluppato e concepito per corpi maschili, all’interno di un contesto fortemente maschilista e improntato sulla prevaricazione. Rivedere le regole sarebbe, da questa prospettiva, un punto di partenza per espandere poi la riflessione anche su altri aspetti dello sport pensato dalle donne per le donne.

In un interessante articolo comparso su Le Monde e tradotto da Federica Lamberti per Domani, la giornalista Pauline Londeix si pone una domanda interessante rispetto agli sport concepiti come maschili, in particolare calcio e football americano: «perché questi sport non sono stati praticati per così tanto tempo dalle donne?». Secondo lei, infatti, nello sviluppare il dibattito si potrebbe aprire un discorso sullo sport che permetta l’evoluzione e lo sviluppo di «altre forme di bellezza, di intelligenza e di relazione tra gli atleti, di valori di sorellanza e di costante innovazione collettiva». Uno sport che abbia quindi un ruolo politico e che sia il frutto di un’evoluzione, a suo parere, non tanto in termini di regole, ma di stili e di tattiche, di modi di fare squadra e di rispetto dell’altro/a. Quale movimento meglio del femminismo ― in grado nel corso dei secoli di sviluppare un connubio ricco e articolato di teorie e pratiche volte a cambiare radicalmente il senso delle relazioni e dello stare insieme ― dovrebbe favorire queste elaborazioni al fine di conquistare spazi e ri-articolare posizionamenti verso un fenomeno socialmente importante come lo sport?

La necessità di uno sguardo femminista sulle attività sportive si rende particolarmente visibile nel caso del calcio maschile. Come ci spiega benissimo il sociologo Alessandro Dal Lago, citato dall’antropologa Giulia Paganelli, «il calcio produce una quantità di immagini domenicali per lo più aggressive e maschili creando un mondo a parte con regole e rituali che pescano a piene mani dalla violenza della mascolinità tossica». Tutto ciò, aggiungerei, all’interno di una dinamica totalmente normalizzante del fenomeno. Il fatto che i maggiori quotidiani e le trasmissioni televisive parlino solamente di calcio maschile e solamente nei termini appena visti non è un tema all’attenzione dell’opinione pubblica e per certi versi non è proprio un tema. Il calcio è uno spazio dove vige il “liberi tutti” rispetto a quasi tutte le lotte che il femminismo ha fatto in questi anni: l’oggettificazione dei corpi femminili, il linguaggio violento, l’omofobia, la virilità esasperata, il culto della ricchezza e così via. Verrebbe da chiedersi: come potrebbe diventare un giorno il mondo calcistico se iniziasse a essere attraversato anche da un punto di vista femminista che abbia a cuore un cambiamento radicale del sistema? Non penso che sia facile, ma quanto mai necessario. Un movimento (trans)femminista a cui premano le sorti dello sport e che non voglia lasciarlo in mano al dominio maschile con il suo habitus, dovrebbe iniziare a porsi questi interrogativi, producendo analisi teoriche a supporto di una pratica che in maniera poco coordinata è già molto presente e cosciente. Per cambiare l’impianto maschilista dello sport serve uno sforzo collettivo d’immaginazione per creare un ambiente che possa rappresentare una visione femminista, quindi inclusiva e giusta, e dove le differenze non creino gerarchie ma possibilità. Un tipo di arena sportiva in cui la natura competitiva possa convivere con altri valori femminili e dove trovare una risposta al dilemma che in maniera lucida Mabel Bocchi poneva già tanti anni fa: «l’avere sempre vissuto nell’ambiente sportivo, ritenuto il sacrario della scena maschile, in cui la donna atleta costituisce un’eccezione se non addirittura una trasgressione, mi aveva fatto sorgere un interrogativo rimasto tale fino ad oggi: in che misura una donna può allontanarsi dalle sue immagini, ruoli e modi di essere, entrare in un mondo non suo e rimanere sostanzialmente sé stessa?».

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Articolo di Camilla Valerio

Di Bolzano, ma vivo a Salerno. Gioco a basket. La mia tesi è ora un libro: The Normalization of Far-right Populism. Narratives on Migration by the Italian Minister of the Interior between 2017 and 2018. Collaboro con diverse testate e mi interesso di femminismo e sport. Combatto il patriarcato con il collettivo Lisistrata e frequento il Master in Studi e politiche di genere all’Università di Roma Tre.

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