Il secondo incontro del corso di formazione Genere e diversità all’origine di violenze e discriminazioni si intitola Violenza di guerra ed è presentato da Maria Rosa Barbera e Bruna Bianchi. La prima relatrice, Barbera, è rappresentante Mibac presso l’Accademia dei Lincei e attualmente consigliera scientifica della Fondazione scuola per il patrimonio; si è occupata di violenza bellica nell’antichità classica con attenzione al ruolo delle donne non solo come vittime ma anche come operatrici di pace, mediatrici e protagoniste.
È ben risaputo che le antiche società greca e romana sono patriarcali e che le donne non possono godere degli stessi diritti civili degli uomini; in tempo di guerra questo comporta che esse non vi partecipino in modo attivo: non combattono ma si occupano dei feriti e dei riti sacri, oppure assistono agli scontri come disperate spettatrici. Che la guerra sia affare maschile è ribadito in molteplici fonti, da Tirteo di Sparta all’Iliade di Omero, da Aristofane a Tucidide: il ruolo della donna nel fenomeno bellico è principalmente quello di vittima sofferente e inconsolabile, di bottino di guerra per i vincitori e in rari casi, come quello di Elena, di casus belli. Questo nonostante che sia il pantheon greco che quello romano pullulino di divinità guerriere femminili: Afrodite/Venere è dea della guerra oltre che dell’amore, Atena/Minerva è spesso raffigurata come una guerriera vittoriosa, per non parlare poi del mito delle Amazzoni. Nella realtà le donne greche libere sono giuridicamente protette dalla violenza di genere con ammende e pene severe compresa quella di morte ma non dobbiamo certo farci trarre in inganno: la punizione non è inflitta in quanto si fa del male a una donna, ma perché si danneggia una proprietà dei membri maschili della sua famiglia, che vanno quindi adeguatamente compensati; e, ovviamente, le schiave sono escluse da qualunque possibilità di rivalsa giuridica sui loro aguzzini.

440-430 a.C.
In tempo di guerra si conferma una triste verità, universalmente accettata per tutta l’età antica: i vincitori hanno totale diritto di fare ciò che vogliono sui vinti compreso il “possederne” le donne, intese come proprietà del nemico. Non è neanche presa in considerazione l’idea di “leggi internazionali” che possano tutelare chi non è direttamente coinvolto nel conflitto, nonostante non manchino tentativi di emanare norme più umane, un embrione di legge delle genti che non troverà tuttavia sviluppo. Anche scrittori cristiani come Agostino, che vissero durante il collasso dell’Impero romano, denunciano la loro indignazione per queste pratiche ma le considerano inevitabili. Platone nella Repubblica offre una riflessione sulla violenza a seguito delle guerre persiane e di quelle del Peloponneso, distinguendo tra pòlemos, la guerra contro i barbari e gli stranieri, e stasis, la guerra civile o tra Greci. La pòlemos è una guerra giusta che si combatte con il favore degli dèi e il cui obiettivo principale è procurarsi schiavi e schiave, fondamentali per il mantenimento del sistema sociale dell’epoca – le schiave sono particolarmente importanti in quanto passano il loro status alla prole. La stasis è sovvertimento dell’ordine sociale e la più sbagliata forma di conflitto; soltanto in tal caso è concessa la partecipazione femminile: per esempio Tucidide ci racconta che nella guerra civile di Corcyra intervennero anche le donne. Da notare che nelle liste di prigionieri dei popoli antichi donne e bambini sono distinti dagli uomini. Il mondo greco fa differenza tra dìkaion/giustizia e omòtes/crudeltà a seconda di come vengono trattate donne e infanti prigionieri di guerra. La “regola” prevede che i maschi in età per combattere siano uccisi subito e che le donne e i bambini siano resi schiave e schiavi e venduti; un comportamento considerato particolarmente crudele prevedere l’uccisione di tutte e tutti senza alcuna distinzione, come nel caso delle stragi di Selinunte e Micalesso. Il riscatto rimase per molto tempo una pratica occasionale. La condizione delle prigioniere non è mai descritta in modo esplicito ma è sempre sottintesa: nell’Iliade Agamennone dà il preciso ordine di uccidere i feti nel ventre delle loro madri troiane. Ma chi è la vittima di guerra “ideale” per essere resa schiava? In genere sono spose, donne “fatte” ossia adulte, vedove, sempre accompagnate dalla prole, indicata con espressioni che richiamano i cuccioli di animali; la violenza per loro continua anche a conflitto concluso, subendola in quanto donne e a prescindere dal loro status sociale. Da notare che nel greco antico la parola che indica la pratica di sottomettere donne e bambini tramite diversi tipi di violenza è andropodìzein/andropodìzesthai, letteralmente “mettere i piedi su un uomo”, ossia infierire sul corpo del vinto o della vinta: le donne sono violentate, i loro capelli rasati, viene loro imposto un nuovo nome per cancellarne l’identità. I numeri sono spaventosi, e si sa che questa pratica era diffusa non solo in Grecia ma anche tra i Persiani, tra i Galli, tra i Romani, arrivando fino alla presa di Costantinopoli nel XV secolo. La mastectomia, la rimozione di uno o entrambi i seni, era praticata già dai Babilonesi come punizione e risulta che fosse attuata da altre donne: esempi famosi sono le regine guerriere Feretima di Cirene e Boudicca di Britannia, che inflissero la pratica alle nemiche e alle collaborazioniste; questo stesso trattamento fu applicato a varie sante cristiane, come Agata di Catania, durante il periodo delle persecuzioni. L’andropodìzein rimane una procedura sistemica basata su una precisa violenza di genere attuabile sulle vinte che non di rado diviene spettacolo, come accade nello stupro di massa di Carbina in Apulia. In tal modo si assume il controllo totale delle vittime e ne si annienta la dignità. Qualche fonte sembra esprimere un certo disagio, ma l’andropodìzein e altri atti di violenza continuano a essere considerati inevitabili in guerra. Non di rado le prigioniere preferiscono la morte: gli episodi di suicidi collettivi sono innumerevoli – una delle poche fonti femminili, la poeta Anite di Tegea, ci narra del suicidio delle vergini di Mileto dopo la presa da parte dei Galati. I Romani hanno il rapimento e la violenza sulle donne nel loro mito fondativo, tramite il Ratto delle Sabine. Quando diventano una grande potenza, tra il II e il I secolo a. C., si cerca di organizzare la brutalità della guerra in regole vere e proprie, le mores belli, che in teoria le dovrebbero separare dai “bruti” barbari, un modo per evitare crudeltà eccessive. Inutile dire che spesso e volentieri le mores belli sono disattese: i mercati di schiavi vengono ampliati e sono in continua attività.

I casi in cui le donne reagiscono per cercare di liberarsi sono rarissimi e sempre condannati. Nelle guerre civili romane Fulvia e Cleopatra, mogli di Marco Antonio, conducono di persona le loro truppe contro Ottaviano, e le fonti maschili non esitano a riempirle di insulti e a sessualizzarle per aver osato “farsi uomini”. Diverso è però l’atteggiamento verso Agrippina Maggiore, nonna di Nerone, che è solita accompagnare il marito Germanico nelle sue campagne militari e che, una volta, “osa” difendere un ponte romano con in braccio il figlio, guadagnandosi il rispetto dei legionari e degli storici che riportano questo episodio, indicando che quando le donne partecipano alla difesa non sono così condannabili. Capitolo a parte sono le regine guerriere, in genere donne che vivono ai limiti della periferia del mondo greco-romano. Gli storici hanno per loro solo parole forti e insultanti, descrivono minuziosamente la loro incapacità a governare e la loro crudeltà. Alcune provengono dal Caucaso, come Zarinea o l’eroina Tomyris che sconfigge Ciro il Grande e ne decapita il cadavere; dalla Persia abbiamo Atossa e Rhodogye, e poi le “greche di periferia” come Feretima di Cirene e Artemisia di Alicarnasso, che mette la sua flotta al servizio dei Persiani. Per i Romani la più famosa è certamente Boudicca, regina britannica che va in guerra per vendicare la morte del consorte e la violenza subita dalle sue figlie. Nel III secolo emerge Zenobia, regina di Palmira che vuole farsi augusta e rendersi indipendente, che è sconfitta e costretta a sfilare in catene a Roma davanti all’imperatore Aureliano, il destino che Cleopatra evita col suicidio. Per quanto riguarda le mediatrici la letteratura ci dona personaggi tragici e indimenticabili come Giocasta e Larete, ma nella vita reale non si ricordano molte personalità: si parla delle mogli degli Arconti ad Atene, quelle dei tiranni di Siracusa; i Romani narrano di donne che mediano tra le diverse tribù celtiche, mentre le Sabine sono fondamentali per la pace tra i loro padri e i loro rapitori. Mucia, madre di Sesto Pompeo, avvia negoziati per la pace di Miseno; sposando Livia, figlia di una delle famiglie repubblicane, Augusto inaugura il lungo periodo di pace che porterà il suo nome.
Ci sono poi donne che le guerre le hanno ispirate e causate: Elena di Troia è certamente il nome più famoso di questa categoria. La letteratura antica è piena di storie di rapimenti di donne tra un Paese e l’altro che appunto le generano, una tradizione che Virgilio riprende mettendo nell’Eneide il rapimento di Lavinia, figlia di re Latino. Nella realtà storica il ratto di Cornelia causa la fine della monarchia a Roma. Similmente lo stupro di Virginia da parte di un magistrato consente di restaurare la repubblica dopo un periodo di sospensione del sistema. Alle mogli dei nemici, come Fulvia e Cleopatra, sono addossate le colpe di aver scatenato guerre a causa della loro lussuria o perché volevano “farsi uomini”. Nell’età tardoantica emerge la figlia di Teodorico Amalasunta, che regna sui Goti come reggente fino a che viene costretta a sposarsi con un cugino che la fa poi strangolare, causando la guerra greco-gotica che devasta l’Italia. La seconda relazione è di Bruna Bianchi, che insegna Storia delle donne e storia del pensiero politico all’Università Ca’ Foscari, si occupa della Grande guerra e del pensiero pacifista. Il suo intervento si focalizza sul Novecento e sul rapporto tra strategie militari e vittimizzazione della popolazione civile a partire dalla Grande guerra, soffermandosi sulla violenza di genere e su quella contro le/gli infanti.
La Conferenza internazionale per la pace dell’Aja del 1899 è voluta dallo zar Nicola II, preoccupato per l’inferiorità militare del suo Paese in un eventuale futuro conflitto. Per la prima volta la questione della tutela della popolazione civile viene presa in considerazione, e per questo l’evento è molto seguito da associazioni pacifiste e femministe, suscitando aspettative che saranno amaramente tradite: la discussione attorno al disarmo è messa da parte quasi subito assieme a quella della liceità di alcune armi. I partecipanti alla conferenza parlano sì di cosa fare qualora siano coinvolte le popolazioni civili, ma è la stessa definizione di “civile” a creare un disaccordo insanabile: la Germania enfatizza il diritto di assoggettare le/gli occupati con ogni mezzo, mentre Paesi neutrali come Belgio e Olanda affermano il diritto di difendersi dagli invasori. Alla fine, è la Germania a spuntarla: qualunque atto compiuto da persone al di fuori dell’esercito va considerato terrorismo, e solo i militari possono compiere azioni belliche. L’Europa dell’epoca va così verso la coscrizione obbligatoria mentre l’apparato militare afferma la propria supremazia nel colonialismo, nella difesa ostinata dei confini, e nella resistenza a qualunque limite della sua libertà di azione, compresa anche quella di fare ciò che si vuole dei civili. La Russia propone di inserire una clausola che ancora adesso è spesso richiamata: il principio della necessità militare di travalicare ogni norma generale ma rispettando il diritto della popolazione civile a vivere in uno stato di diritto; è un primo accenno alla definizione di “crimini contro l’umanità” che tuttavia non trova mai sviluppo o precisazione ulteriori: alla fine della Grande guerra la commissione preposta per tali crimini viene esclusa dal tavolo delle trattative per mancanza di basi giuridiche che avrebbero permesso di perseguire i colpevoli, lasciando impuniti eventi come il genocidio armeno. Questa mancanza di protezione ha conseguenze ancora più drammatiche per quelle parti di popolazioni appartenenti a minoranze o ai popoli colonizzati. La guerra anglo-boera del 1899 si svolge nello stesso momento della Conferenza dell’Aja e porta al centro del dibattito politico e pubblico la questione delle ritorsioni sulla popolazione civile. Alla fine del conflitto nel 1902 emerge vittoriosa l’idea che chi fa ricorso alla guerriglia come hanno fatto i Boeri non ha alcun diritto a chiedere protezione e che le ritorsioni contro le donne e i bambini rinchiusi nei campi di concentramento o la distruzione delle fattorie e il massacro di milioni di capi di bestiame sono quindi atti legittimi. Un’intera generazione di Boeri muore di fame all’interno delle enormi prigioni che gli Inglesi fanno passare per campi profughi, con numeri che superano di gran lunga quelli dei morti sul campo. Emily Hobhouse si reca personalmente in Sudafrica per raccogliere testimonianze e raccontare quanto sta accadendo a tutto il mondo, ottenendo il sostegno di gruppi pacifisti e femministi. Hobhouse intuisce che non si tratta di un raro caso di crudeltà, ma la nuova norma di come condurre le guerre: purtroppo, la storia le darà ragione. Nella Prima guerra mondiale gli stupri sono al centro della propaganda, anche se in genere sono commessi su iniziativa dei soldati col beneplacito dell’alto comando. Non c’è strategia vera e propria ad eccezione di quanto accaduto in Serbia, dove le donne sono torturate dall’esercito bulgaro prima e da quello austro-ungarico poi. I corpi femminili diventano oggetto di accanimento feroce in quanto simbolo della nazione: violentarle è violentare la nazione nemica, per questo gli stupri e le torture devono avvenire pubblicamente, così da rappresentare la sottomissione totale dell’occupato. È il trionfo del nazionalismo, del maschilismo autoritario e della solidarietà tra uomini più becera. Un’altra forma di violenza avviene tramite i blocchi navali, la conscia decisione di affamare le popolazioni che si rivela la strategia vincente: la Germania viene isolata dai rifornimenti e ridotta alla fame; ovviamente a soffrirne di più sono bambine e bambini, ma a nessuno pare importare perché il blocco viene ripetuto negli altri Stati europei.

L’associazione Save the Children nasce di fronte a questa tragedia, fondata da Englatyne Jebb, autrice della prima Carta dei Diritti del Bambino o Dichiarazione di Ginevra, in seguito adottata dalla Società delle Nazioni e base della futura Dichiarazione delle Nazioni Unite. Nonostante la tragedia della Grande guerra, la corsa al riarmo non si ferma e dalla strategia del blocco navale si passa alle incursioni aeree e ai bombardamenti a tappeto sulla popolazione civile, di cui le principali vittime ancora una volta sono le donne e la loro prole.

Un problema poco trattato ma altrettanto importante è quello dell’ambiente: la guerra causa contaminazioni e l’ecocidio distrugge la terra. Hiroshima e Nagasaki sono solo l’inizio delle sperimentazioni nucleari, fatte soprattutto nelle terre dove vivono le minoranze: in New Mexico, nel Kazakistan e nelle isole del Pacifico le malformazioni e le malattie causate dalle radiazioni atomiche sono numerosissime, colpendo soprattutto le donne in gravidanza e i loro feti. Nel 2001 Rosalie Bertell pubblica Pianeta Terra. L’ultima arma di guerra, che ricostruisce i danni irreparabili causati al pianeta dalle attività e dalle sperimentazioni militari avvenute in segreto e il loro impatto sulla Terra, l’atmosfera e il clima a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale. Ci sono oggi molte organizzazioni che si oppongono al segreto militare a seguito di sperimentazioni come il progetto Haarp, che hanno manomesso l’equilibrio della Terra, e che ne chiedono la cessazione e l’inizio del disarmo.
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Articolo di Maria Chiara Pulcini

Ha vissuto la maggior parte dei suoi primi anni fuori dall’Italia, entrando in contatto con culture diverse. Consegue la laurea triennale in Scienze storiche del territorio e della cooperazione internazionale e la laurea magistrale in Storia e società, presso l’Università degli Studi Roma Tre. Si è specializzata in Relazioni internazionali e studi di genere. Attualmente frequenta il Master in Comunicazione storica.
