Olga Tokarczuk. Nobel per la letteratura

«Per la sua immaginazione narrativa che, con passione enciclopedica, rappresenta l’attraversamento dei confini come forma di vita ma anche per aver costruito i suoi romanzi con una tensione tra aspetti culturali opposti: natura versus cultura, ragione versus follia, uomini versus donne».

Premio Nobel per la letteratura 2019, Olga Tokarczuk nasce a Sulechów, in Polonia, nel 1962 da genitori abituati a viaggiare d’estate col carrello tenda. Cresce in modo libero, con la voglia di viaggiare molto di più. Studia psicologia a Varsavia e per un po’ di tempo pratica, come psicologa junghiana, la professione di psicoterapeuta; poi l’abbandona perché si accorge, come dichiarerà in un’intervista, di avere molti più problemi dei suoi e delle sue pazienti.
Fino al 1989 non ha un passaporto e dopo il crollo del Muro di Berlino si trasferisce a Londra, dove si forma su testi femministi. Fa del viaggio uno strumento di conoscenza non tanto dei luoghi quanto delle persone che viaggiano.
Dal 1998 vive in un piccolo villaggio nei Sudeti, vicino al confine polacco-ceco, dove fonda Ruta, la sua piccola casa editrice e organizza festival letterari. Aderisce al partito dei Verdi polacchi, ed è vicina alla sinistra. Affascinata fin da piccola dalla figura di Maria Skłodowska, sviluppa una coscienza femminista e contrasta il patriarcato sia con la sua scrittura, sia con la scelta di un marito che si prende cura di lei, seguendola devotamente nella sua carriera.

Tokarczuk esordisce come poeta, ma presto passa alla narrativa, inventando un nuovo genere di romanzo, a lei più congeniale, definito “romanzo costellazione”, senza una trama chiara e definita, a metà tra mémoire, autobiografia, saggio, estremamente frammentato, con un insieme di voci, punti di vista e linguaggi, un po’ come il mondo contemporaneo con le sue sollecitazioni.
Attratta dai confini, ritiene che attraversarli sia la condizione fondamentale dell’essere umano e mette in pratica questa sua idea anche nella scelta delle sue case, l’ultima delle quali si trova tra Polonia e Repubblica ceca.
Un’esperienza fatta da bambina, la scoperta del fiume Oder, la convince che «è sempre meglio ciò che è in movimento rispetto a ciò che sta fermo; che il cambiamento è sempre più nobile della stabilità. Ciò che non si muove è soggetto alla disintegrazione e a ridursi in cenere, mentre ciò che si muove potrebbe durare per sempre…».
Scrittrice polacca tra le più amate e popolari della sua generazione dal pubblico e dalla critica è stata insignita di numerosi premi letterari, tradotta in diciannove lingue e vincitrice per tre volte del Premio letterario Nike.

Nel 1993 scrive Il viaggio del libro-popolo, che ha per tema la ricerca di due amanti per il “segreto del libro” (metafora del senso della vita) ambientato nella Francia del XVII secolo. Con questo libro vince il premio dell’Associazione degli editori polacchi come migliore opera prima di narrativa.
Continua con E. E., nel 1996, che nel titolo fa riferimento alle iniziali della protagonista, Erna Eltzner, che sviluppa capacità psichiche. Più volte Tokarczuk cita la psicologia junghiana come un’ispirazione per il suo lavoro letterario e racconta come le origini della sua passione per la scrittura siano da ritrovare negli stimoli suscitati in lei da una fotografia che ritraeva sua madre poco prima del parto. Osservando da piccola il profilo in bianco e nero di quella donna un po’ malinconica, immaginava che stesse cercando di mettersi in contatto con lei non ancora nata, girando le manopole di un ingombrante apparecchio radiofonico che occupava il resto dell’inquadratura. La sua scrittura ha un timbro mistico.

Nel 2003 pubblica Casa di giorno, casa di notte, un mosaico di racconti, saggi e personaggi legati alla storia di Nova Ruta in cui attualmente vive.
Particolarmente originale e interessante è Bieguni, romanzo-costellazione pluripremiato, pubblicato nel 2007, edito da Bompiani con il titolo I vagabondi, (in inglese Flight) romanzo scritto come un patchwork, dedicato al viaggio ma che non ha nulla in comune con il genere della letteratura di viaggio, piuttosto una serie di ritratti di nomadi di ogni tipo, scritto prevalentemente in quei non luoghi che sono gli aeroporti e le stazioni della metropolitana, in cui si alternano riflessioni dell’autrice, mosaici di storie, vicende strane, punti di vista diversi, pubblicità, considerazioni filosofiche, parti autobiografiche, racconti storici e inserti di biologia, scienza e medicina, con un’attenzione particolare alla sorte dei corpi dopo la morte, alla plastinazione, alle sale delle meraviglie. La scrittura è lieve e briosa, fa spesso ricorso all’umorismo, non vi si intravede un Io ma un Noi, una coralità di voci tutte ugualmente importanti. «Io credo in una letteratura che unisce la gente e ci dimostra quanto siamo simili, che ci rende consapevoli del fatto che siamo tutti uniti da fili invisibili. Che racconta la storia del mondo come se fosse un tutt’uno vivo e unificato, che si sviluppa di continuo davanti al nostro sguardo: noi ne siamo solo una piccola parte, eppure al tempo stesso siamo una parte potente», dirà in una intervista.

Oltre a testi e saggi brevi di prosa nel 2009 pubblica un giallo, Guida il tuo carro sulle ossa dei morti (edito in italiano da Nottetempo), in cui il personaggio principale, un’anziana astrologa eccentrica, attribuisce una serie di morti in una zona rurale della Polonia alla vendetta degli animali selvatici contro i cacciatori, affrontando in tal modo il tema della responsabilità degli esseri umani verso la natura. «Noi abbiamo una concezione del mondo ma gli Animali hanno una percezione del mondo, lo sai?»
Secondo la scrittrice Nobel per la Letteratura l’essere umano si è dimenticato di fare parte della natura: «Riconoscerlo implicherebbe un radicale processo di cambiamento, mentre i più hanno paura di dovere cambiare».

Tokarczuk è impegnata per i diritti delle persone lgbtq+ in un Paese omofobo e antiabortista, androcentrico anche nel linguaggio, come l’italiano. Sul punto la scrittrice afferma: «L’esperienza dice che ogni rivoluzione passa attraverso la lingua, che è lo strumento con cui creiamo la realtà. Perciò sono molto favorevole alla femminilizzazione delle lingue, perché proprio lì è annidata la violenza patriarcale di genere».
Nel 2014 esce I libri di Jacob, con cui Tokarczuk vince un premio Nike ma che viene osteggiato da alcuni circoli nazionalisti e diventa l’oggetto di una campagna di insulti da parte di haters. Riceve il premio internazionale del ponte tedesco-polacco, assegnato ad attivisti e attiviste per la promozione della pace, per lo sviluppo democratico e per la reciproca comprensione tra i popoli e le nazioni dell’Europa.
In quasi tutti i suoi libri apprendiamo che la storia di ogni luogo è potenzialmente infinita, che se si scava alle radici di una vita, di una casa, di un quartiere o anche solo di un oggetto, si possono trovare tutte le connessioni che fanno la storia. La scrittrice polacca, da quando ha capito che dopo i cinquanta una donna diventa invisibile, ha scelto un’antica acconciatura polacca, la plica polonica, d’epoca cinquecentesca.

L’ultimo libro, scritto nel 2014, è L’anima perduta, pubblicato da poco negli Stati Uniti. Un uomo, a furia di correre troppo, si perde l’anima. Per recuperarla, deve stare fermo per due, tre anni. A chi le chiede se la trama del libro sia una metafora del lockdown risponde di averlo scritto prima ma che oggi tutti sentiamo che «la produzione di oggetti monouso, il consumo di carne, viaggiare in aereo ovunque, non è normale; è una realtà mostruosa, iperstimolata, eccessiva. Forse questa pandemia è il Cigno Nero che ci aiuterà a cambiare».

«Lo scopo di ogni mio pellegrinaggio è un altro pellegrino» scrive nel suo libro I vagabondi, una miniera di storie e riflessioni da assaporare a poco a poco, in ciò denunciando la sua grande curiosità per le persone e per le storie che portano con sé e la sua natura di cittadina di un mondo in continua evoluzione. Vai. Muoviti. Beato è colui che si muove».

Qui il link alla traduzione francese, inglese, spagnola e ucraina

***

Articolo di Sara Marsico

Giornalista pubblicista, si definisce una escursionista con la e minuscola e una Camminatrice con la maiuscola. Eterna apprendente, le piace divulgare quello che sa. Docente per passione, da poco a riposo, scrive di donne, Costituzione, geopolitica e cammini.

Lascia un commento