Donna, vita, libertà. Studenti e proteste

Come il precedente, anche questo articolo non tratta direttamente l’insegnamento dell’italiano a persone non madrelingua: in questo caso è un fatto di cronaca a farmi deviare dal mio tema principale, riportandomi a un’esperienza della mia vita di docente all’estero.

Armita Geravand

Recentemente, in Iran è morta Armita Geravand, sorpresa senza velo dalla Polizia morale nella metropolitana di Teheran. Come sempre in queste occasioni circolano versioni diverse dell’episodio: quella ufficiale vorrebbe che la ragazza, svenuta, avesse battuto incidentalmente la testa, mentre la più accreditata racconta di un’aggressione da parte delle poliziotte che vigilano sulla morale in tutto l’Iran e sono autorizzate a intervenire, anche con la forza, per ripristinare le regole. In un breve video (che pure non dimostra nulla) la ragazza è portata a braccia fuori dal vagone della metro; purtroppo, però, dopo il ricovero in ospedale nessuno – né i parenti né tantomeno qualche giornalista – ha potuto avvicinarla per chiarire le sue condizioni e dopo 28 giorni è morta.

Mahsa Amini

Circa un anno fa una sorte simile era toccata a Mahsa Amini, deceduta mentre era in custodia per non aver indossato correttamente il velo; un’ondata di manifestazioni di piazza, che si erano ripetute per mesi, aveva invano chiesto di conoscere la verità su questa vicenda. Tuttavia, le proteste contro il velo obbligatorio erano iniziate anni prima, durante i “mercoledì bianchi”, quando le donne e le ragazze toglievano il velo in pubblico nelle grandi città persiane, affermando in questo modo la loro libertà e affrontando le conseguenze di questo gesto di indipendenza. Noi osserviamo, e approviamo, il coraggio delle manifestanti, ma la distanza non ci permette di cogliere il pericolo concreto che corrono: possono essere arrestate e scomparire per più giorni, senza che la famiglia sia avvertita; nulla si può sapere di cosa accade durante la detenzione: non esistono rapporti ufficiali, il governo non ammette nessun genere di maltrattamenti, restano “solo” le testimonianze delle donne, che sono intimidite e non sempre, una volta uscite dal carcere, desiderano parlare.

Un film recente ci introduce in questa realtà contraddittoria: Kafka a Teheran riproduce diverse situazioni surreali, in cui i/le protagoniste si trovano a dover giustificare atteggiamenti o episodi che a noi sembrano banali e che invece, in quel mondo, possono improvvisamente diventare oggetto di accuse inverosimili. È impossibile, ad esempio, scegliere il nome per la propria figlia/o al di fuori di quelli previsti dal regime; si rischiano un rimprovero e una severa punizione se si è sorprese con un ragazzo in pubblico; si è sottoposte/i a un vero e proprio interrogatorio per ottenere un semplice rinnovo di patente.

Quando si prende in considerazione la situazione dell’Iran, la sua instabilità, le contraddizioni che separano il suo governo dalla popolazione bisogna sempre tenere presente che le difficoltà affrontate ormai per più di quarant’anni – dai tempi della Rivoluzione e del ribaltamento del regime dello Shah Reza Palhavi – sono innanzitutto di natura economica: il Paese è allo stremo non solo a causa di un regime miope e repressivo, ma anche delle pesanti sanzioni imposte dall’Occidente (nonostante persistano tacite, ma costanti, relazioni commerciali). Il risultato è che quel governo, comunque inaccettabile per il suo rigore, del tutto incurante delle condizioni di vita del popolo e di quelle che definiamo “libertà democratiche”, per superare l’isolamento economico si rivolge sempre più spesso a Paesi autoritari che ne sostengono l’intransigenza. Su questo drammatico sfondo sono soprattutto le figure femminili che da decenni emergono e rappresentano la rivolta.

Manifestazione contro la vittoria di Mahmoud Ahmadinejad
Piazza della Torre Azari di Teheran (15 luglio 2009)

Durante la mia prima permanenza in Iran c’erano state le elezioni politiche e un forte movimento popolare, l’Onda Verde, aveva sostenuto Mir-Hosein Mousavi, l’antagonista del presidente Mahmoud Ahmadinejad, che invece era stato rieletto. «Dov’è il mio voto?» avevano chiesto i/le manifestanti dopo la sconfitta, certe dei brogli che avevano confermato nel suo ruolo Ahmadinejad. Queste manifestazioni anticipavano gli odierni flash-mob: improvvisamente le strade vuote si riempivano, la gente inondava le vie di Teheran (si parla delle più grandi mobilitazioni spontanee dopo la Rivoluzione del 1979) e si era diffusa una versione persiana di Bella Ciao. Anche allora fu una ragazza, Neda Agha-Soltan, freddata in strada da un cecchino, a divenire il simbolo di quella generazione, nata dopo la Rivoluzione e desiderosa di una libertà che non conosceva.

Manifestante «Not my president»

La facoltà di lingue dove insegnavo era frequentata soprattutto da ragazze e molte di loro erano scese in piazza; quell’anno non tutte riuscirono a presentarsi agli esami e chi arrivava portava sul corpo i segni della lotta, ma non aveva negli occhi l’ombra della sconfitta. Completamente coperte da maghnaeh (il copricapo previsto nei luoghi pubblici) e manteau (la veste che copre il corpo almeno fino al ginocchio), talvolta ferite o zoppicanti, guardate a vista dal personale dell’università, ciascuna nel posto rigorosamente assegnato, queste giovani donne rimanevano fiere e silenziosamente convinte delle loro idee. Molte di loro però erano assenti e noi insegnanti eravamo inquiete; avremmo voluto domandare, ma le bocche delle amiche erano sigillate e passarono mesi prima di avere notizie. Solo in autunno, dopo la pausa estiva, qualche reduce dalle proteste si presentò alla sessione di esami supplementare. Nei corridoi, incontrandoci quasi per caso, M. mi raccontò che era stata arrestata per strada, sulla centralissima Valiasr, teatro delle manifestazioni. Era riuscita a gettare il cellulare in un tombino, proteggendo così i suoi contatti, ma era rimasta nel carcere di Evin per tre mesi. L’arrivo di K. fu una sorpresa: era stata colta “in flagrante” di un qualche misterioso reato ed era stata condannata a diversi anni di carcere e settanta frustate. Aveva avuto un permesso speciale per l’esame, ma doveva rientrare in prigione subito dopo; tuttavia, nel tragitto era riuscita a indossare un manteau verde brillante, che la faceva emergere dalla folla nera delle altre esaminande e la confermava come simbolo di quella protesta che non si rassegnava a spegnersi.

Comunicare tra noi in una lingua sconosciuta al personale di sorveglianza si è rivelato utilissimo per le ragazze, che hanno potuto accennare alle loro esperienze negli spazi pur controllati dell’università; questi esami, non c’è bisogno di dirlo, hanno avuto tutti un esito positivo.
In seguito, proprio come oggi, le proteste sono continuate per mesi: poiché ogni assembramento era proibito, chi manifestava si riuniva in occasione dei funerali o delle commemorazioni previste a 40 giorni dalla morte; o ancora per le festività religiose, come Ashura, la rievocazione del martirio dell’Imam Huseyin: allora, improvvisamente, strade e piazze riecheggiavano degli slogan antigovernativi e del refrain “dov’è il mio voto”, e i flash-mob si spostavano veloci da un punto all’altro della città, con la complicità di Twitter, appena approdato in Iran.

Manifestazione contro l’uccisione di Neda Agha-Soltan uccisa in strada da un cecchino

Molte delle donne che ho conosciuto in quegli anni hanno optato per l’espatrio e si trovano ora in Canada, in Francia o nel nord Europa, qualcuna anche in Italia; tutte vivono la vita “normale” che in Iran è impossibile, conservando un’inguaribile nostalgia per la cultura, la natura, le tradizioni del loro Paese. La maggior parte delle ragazze di allora, invece, vive ancora a Teheran e ancora si espone fisicamente, continuando a mettere a rischio il proprio corpo per sostenere le proprie idee, in una contesa impensabile per chi, nel libero e civile Occidente, è abituato a privilegiare il proprio benessere individuale e rifuggire da qualsiasi sofferenza.

***

Articolo di Rossella Perugi

Laureata in lingue a Genova, dottora in studi umanistici a Turku (FI), sono stata docente di inglese in Italia e di italiano in Iran, Finlandia, Egitto, dove ho curato mostre e attività culturali. Ora insegno italiano alle persone migranti, collaboro con diverse riviste in Italia e all’estero e faccio parte di Dariah-Women Writers in History. Mi piace viaggiare, leggere, scrivere, camminare, ballare, coltivare amicizie e piante.

Lascia un commento