Mangia i rimorsi, prega che gli altri dimentichino, ama te stessa

La donna nel momento in cui viene messa al mondo diventa figlia, quando inizia a crescere le viene chiesto di fare un passo avanti e viene presentata come fidanzata, diventando in futuro una sposa, le viene quindi messo un anello al dito e diventa moglie e infine verrà ricordata come un’amica amata. 
Il lungometraggio Mangia, prega, ama del regista Ryan Murphy, 2010, è tratto dall’omonimo romanzo dell’autrice Elizabeth Gilbert. La protagonista, che prende il nome della sua scrittrice, ha una vita apparentemente serena con un marito che la ama alla follia e che farebbe di tutto per lei, ha un ottimo lavoro e una carriera sfavillante che farebbe sentire chiunque appagato, la circondano, inoltre, amici leali e vive in una città che ormai dovrebbe ritenere un rifugio sicuro. 
Eppure Liz sente nel profondo un forte malessere esistenziale, che non sarebbe corretto definire una vera e propria depressione, ma più un forte senso di apatia, che non svanisce mai nei confronti di qualsiasi cosa che la tocchi. Elizabeth Gilbert probabilmente vive la vita perfetta che sognano in milioni, eppure non è felice.  
Dopo essersi confidata con la sua migliore amica capisce che è arrivato il momento di stravolgere tutto, resasi conto che non è più felice nel ruolo che veste da ormai anni; decide quindi che è arrivato il momento di cambiare vita. Di cercare una nuova felicità. Perciò lascia marito, amici e lavoro partendo per Italia, India e Bali. Ma il suo non è un viaggio di ritorno alle origini, bensì piuttosto una ricerca di nuovi valori che siano in grado di riempire un’anima spoglia. 

Elizabeth contro ogni pregiudizio e stereotipo parte in un viaggio solitario, prende cappello e passaporto e va alla scoperta di nuove realtà. Sono molti i pregiudizi e frecciatine che Liz riceve durante il suo percorso, le persone che la incontrano non trovano strano che la donna stia girando il mondo, ma che lo stia facendo da sola, senza un fidanzato o marito, specialmente alla sua età. Si perde il conto delle volte in cui le viene chiesto «Veramente sei in viaggio tutta da sola? E il marito?»  
Lo sconforto nasce inevitabilmente nello spettatore nel sentire le numerose congetture di chi apprende che la protagonista stia viaggiando da sola. Dopotutto la protagonista conta circa trenta anni, per molte persone sembra impossibile credere che una donna possa essere single ma soddisfatta comunque! Verrebbe da chiarire che il suo sia addirittura un pellegrinaggio; la sua però non è una peregrinazione religiosa ma in un certo senso spirituale, iniziata per trovare qualcosa che le possa riempire e curare l’anima. 

I suoi primi mesi vengono trascorsi a Roma dove la protagonista, grazie a nuove amicizie, ritorna in contatto con l’amore verso le cose più “primitive” come l’arte, la famiglia e in particolar modo il cibo. Elizabeth, in quanto donna, nel momento in cui ha imparato a camminare e parlare, è stata risucchiata dalle rigide regole dalla società, regole non scritte certo ma guai a chi non le rispetta. Ed è proprio in questa prima meta, tra Roma e Napoli, che le grandi aspettative vengono buttate nel cestino e un nuovo amor proprio inizia a maturare nel suo cuore, citando una delle frasi più famose del film: «Ascolta, io sono stufa di svegliarmi la mattina pentendomi di ogni singola cosa che ho mangiato il giorno prima, contando le calorie che ho consumato per sapere esattamente quanto disgusto proverò sotto la doccia. Perciò ecco il programma: finisco questa pizza e poi ce ne andiamo a vedere la partita e domani facciamo un giretto e ci compriamo dei jeans… più larghi!» 
La società rende le donne le aguzzine di sé stesse, tra doppi standard, aspettative altissime e una buona dose di misoginia; un piccolo ma non vano passo verso la liberazione femminile è anche saper comprare un paio di jeans di una taglia più grande, piuttosto che sottostare alle imposizioni sociali. Può sembrare una sciocchezza ma il saper scegliere di amare sé stesse, nonostante i cambiamenti che caratterizzano la vita di chiunque, comprese noi donne, piuttosto che continuare a subire i canoni estetici impossibili equivale a una dolce carezza e a un passo lungo verso la felicità. 

La felicità è conseguenza del solo sforzo personale, bisogna lottare per raggiungerla e se il portafoglio te lo permette, si prende valigia e cappello e si viaggia per il mondo. La brillante Julia Roberts interpreta le vesti di una donna che nel Bel Paese riscopre i piaceri della vita ovvero il dolce far niente. Ma se durante le sequenze ambientate a Roma, chi guarda il film viene scaldato da bei paesaggi e dalle scene toccanti familiari, sorvolando i soliti stereotipi che il popolo americano ha sull’Italia, quando Liz arriva in India coloro che guardano il film potrebbero arrivare a storcere il naso e rendersi addirittura conto che non è altro che una donna ricca e privilegiata che aveva tutto e così tanto, che è arrivata addirittura ad annoiarsi della sua vita. Un viaggio di un anno in giro per il mondo non viene di certo gratis in fin dei conti. Ma mettendo per un secondo da parte questo elemento che verrà ripreso a breve, in questa seconda parte del film si fa la conoscenza di due personaggi molto importanti: un padre che in passato, a causa dei suoi problemi di alcolismo, ha rischiato di investire e uccidere il figlio di appena otto anni e che per vergogna e disperazione decise di punirsi relegandosi in un tempio, e una giovane ragazza costretta dalla famiglia a dover accettare un matrimonio combinato. Sembra impossibile, ma a tratti pare che il regista voglia paragonare il dolore di una donna costretta al matrimonio con quello di Elizabeth, che sì sarà anche “zitella”, ma bisogna sottolineare che il viaggio in India se l’è pagato da sola, il divorzio è un diritto che quando ha chiesto le è stato concesso e l’appartamento a New York è a suo nome, insomma… Le due situazioni non sono esattamente paragonabili. 

Il messaggio generale del film però è apprezzabile: una donna rimane tale anche se non sposata e senza figli, anche se è in giro per il mondo e senza una dimora fissa e senza un attuale scopo di vita specifico. Ciò che si riceve dal soggiorno a Bali, meta che apre l’ultima parte del film, riesce a far cogliere ancora meglio il messaggio liberatorio del lungometraggio. Elizabeth, infatti, dopo mesi passati in giro per il mondo, raggiunge finalmente la stabilità mentale e fisica che aveva tanto sognato, ma tutto ciò viene messo in discussione dall’incontro con un uomo. Inizia così un momento di crisi e di dubbi. Uno sciamano però, a cui Liz si è particolarmente affezionata nel suo soggiorno a Bali, che tra l’altro aveva incontrato un anno prima e l’aveva spinta alla riscoperta di sé stessa, le fa notare che a volte è necessario mettere in discussione l’equilibrio faticosamente raggiunto per poter tornare ad amare. E che non è possibile amare se non si sa chi si è. A volte è necessario perdere l’equilibrio in nome dell’amore e ciò può rendere la vita equilibrata. 
Il viaggio di Liz è contraddistinto da località incantevoli, ma condite di stereotipi. Il Bel Paese è descritto esclusivamente come la patria del dolce far nulla; l’Asia, e più specificatamente l’India, sono invece posti dove espiare i propri peccati e in cui il pregare è l’unico modo per trovare la felicità, Bali è ridotto al paradiso in cui da un giorno all’altro troverà il cosiddetto vero amore. 
Mangia prega ama è costruito come una guida della salute, è difatti una commedia romantica carina e leggera, di certo non il film filosofico, come potrebbe pretendere di essere, ma che tratta comunque temi interessanti come l’indipendenza della donna da luoghi e ruoli statici.  

***

Articolo di Clara Tessaro

Guidata dalla sua passione per la scrittura e il cinema, sta conseguendo la laurea triennale al Dams: Discipline delle arti, della musica e dello spettacolo presso l’università degli Studi Roma Tre.

Lascia un commento