Siamo ormai a dicembre e si conclude questo singolare “primo trimestre” di lingua italiana. Anche questa volta ci eravamo proposte, noi insegnanti, di provare a lavorare con gruppi il più possibile omogenei per competenze e abilità, ma invariabilmente la realtà finisce per scombinare i migliori propositi e soltanto il confronto con la pratica quotidiana stabilisce una certa continuità nelle presenze.
Come sempre, durante i primi incontri c’è stato un certo disagio – le persone non si conoscevano, ci sono stati anche momenti di diffidenza; qualcuno, misteriosamente come era arrivato, è scomparso, chi per motivi di lavoro, chi per frequentare un corso Cpia, chi senza dire nulla.
Anche quest’anno due degli studenti assegnati al mio gruppo sono spariti, uno è andato a lavorare – tornerà, forse, dopo la pausa di Natale; l’altra è partita “per la Francia”, paese molto desiderato da chi è francofono/a, ma di questi tempi difficilissimo da raggiungere, anche per chi vuole unirsi a parenti già residenti. Più tardi, una ragazza albanese e una donna africana di area francofona sono entrate a far parte del “mio” gruppo, che perciò risulta formato, oltre a loro, da una ragazza e un ragazzo sudamericani (e perciò ispanofoni) e un giovane africano che proviene da un paese anglofono. Siamo perciò un arcobaleno variegato di idiomi diversi che confluiscono nel prisma dell’italiano, mescolando saluti in wolof e battute in spagnolo, condite dall’intercalare dell’inglese, lingua franca pressocché universale.
L’età media di questo gruppo ha giocato a nostro favore e ha aiutato i nuovi inserimenti: le quattro persone giovani sono dotate di una grande energia e di ottimismo, per cui anche la donna africana, che ha più di quarant’anni, è entrata in sintonia con loro, assumendosi il ruolo della supervisora rigorosa, che richiama alla serietà e all’ordine. A nessuno manca quella dose di ironia che permette di sorridere sugli errori altrui: è il giovane anglofono a correggere il collega sudamericano, che ha difficoltà nella pronuncia di “b” “p” e “v”; viceversa, la ragazza albanese e i due africani vengono ripresi dalla sudamericana sulla pronuncia della “r”.
L’atmosfera positiva ha anche incoraggiato la condivisione di storie diversissime. Non sempre le persone migranti parlano facilmente del distacco forzato dalla famiglia e dal loro Paese, del viaggio difficile che le ha portate in un luogo sconosciuto, dove forse non volevano neppure fermarsi; in questo gruppo, invece, non mancano le allusioni al passato; soprattutto, però, tutte e tutti sono disponibili a condividere progetti futuri, anche se molto differenti tra loro. In tre (la ragazza e il ragazzo sudamericani, la ragazza albanese) intendono iscriversi all’università l’anno prossimo e hanno già i documenti di identità necessari: infatti chi arriva dall’America del sud e ha progenitori italiani può automaticamente ottenere la nostra cittadinanza; mentre per la ragazza albanese, data la vicinanza geografica e la presenza di parenti in città, non è stato troppo difficile arrivare e ambientarsi. Il ragazzo africano, invece, ha attraversato prima il deserto e in seguito il mare su una delle famigerate carrette che partono dalle coste del nord Africa, determinato a realizzare il suo sogno: diventare calciatore e poter aiutare economicamente la famiglia rimasta a casa. Infine, la donna africana è una giornalista arrivata in aereo per un convegno sulla comunicazione, che ha deciso di fermarsi qualche giorno in più: per chiunque di noi, di nazionalità europea, sarebbe stato del tutto normale e saremmo rientrati con calma (io stessa a giugno, dopo un impegno a Copenaghen, mi sono fermata per visitare la città); lei invece una volta scaduto il suo visto è diventata irregolare qui in Italia, ma non può rientrare nel suo Paese senza fornire spiegazioni sul suo mancato ritorno nei tempi stabiliti. Ha lasciato due figli già grandi che stanno terminando la scuola superiore, per ora si arrangia lavorando in un take away di piatti etnici e riesce perfino a mandare un po’ di denaro “a casa”, ma non sa ancora come risolvere la sua situazione di clandestinità.
Siamo ormai lontani dalla prima, esitante presentazione al gruppo e si lavora in sintonia. Ogni volta che ci incontriamo parliamo innanzitutto di come abbiamo trascorso i giorni precedenti o il fine settimana ed emergono sempre nuovi dettagli di questi complicati percorsi di integrazione: c’è chi è stato in Questura a compilare qualche documento per il permesso di soggiorno; chi deve tornare nel paese europeo dove è atterrata per rinnovare la tessera sanitaria; chi sta esplorando altre città per decidere dove stabilirsi definitivamente; infine, quasi ogni volta, c’è chi racconta di aver scantonato alla sola vista di una qualche divisa, preferendo comunque non essere fermata o fermato e dover dare spiegazioni non solo in una lingua, ma soprattutto in una situazione emotiva che teme di non saper gestire con la dovuta serenità.
È importante, perciò, che almeno la piccola struttura che ci ospita per gli incontri di italiano mantenga un’atmosfera il più possibile rilassata e collaborativa. Dopo questi brevi resoconti, che ci permettono di confrontare il quotidiano di ciascuno, assumo il mio ruolo di docente e propongo qualche attività, quando è possibile prendendo spunto proprio da un qualche racconto personale e cercando di introdurre una nuova area lessicale, qualche forma grammaticale e qualche struttura sintattica utile. Da qualche tempo abbiamo anche una connessione internet che ci consente ascolti e brevi video per movimentare un po’ l’apprendimento: basta un tablet e guardiamo, ascoltiamo, indoviniamo quello che succederà ad altre persone, protagoniste di altre storie. Impariamo meglio la lingua parlata e le diverse intonazioni dell’italiano, osserviamo le città con i loro monumenti e le piazze, i borghi storici, la natura così varia, dal mare alla pianura alla montagna; curiosiamo nella quotidianità degli altri, assistiamo alla ricerca della casa, del lavoro, al contatto con gli uffici pubblici; seguiamo le persone nella spesa, a scuola, dal dottore. Tutto aiuta ad apprendere con più facilità e stimolare l’interesse; inoltre, ciascuno coglie aspetti diversi ed elabora in modo personale quello che viene proposto, così il campo di apprendimento si amplia naturalmente, senza sforzo e con reciproca soddisfazione.
Terminiamo sempre gli incontri con qualche gioco: memory, cruciverba, indovinelli su luoghi, persone, animali, tombola, “battaglia” di frasi o parole per proseguire nella costruzione di questo puzzle che si chiama lingua.
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Articolo di Rossella Perugi

Laureata in lingue a Genova, dottora in studi umanistici a Turku (FI), sono stata docente di inglese in Italia e di italiano in Iran, Finlandia, Egitto, dove ho curato mostre e attività culturali. Ora insegno italiano alle persone migranti, collaboro con diverse riviste in Italia e all’estero e faccio parte di Dariah-Women Writers in History. Mi piace viaggiare, leggere, scrivere, camminare, ballare, coltivare amicizie e piante.
