Cultura manifesta

Cultura manifesta-manifesti culturali del femminismo in Italia è stata una mostra inaugurata il 15 novembre e terminata il 7 dicembre, ospitata dalla Casa della memoria e della storia di Roma. È un luogo significativo perché nato con l’intento di far conoscere la storia del Novecento e custodire la memoria collettiva e resistente della città. La mostra è stata ideata e organizzata da Archivia, una biblioteca/archivio specializzata in storia e cultura delle donne, che raccoglie le produzioni della teoria e della pratica del movimento femminista dalla fine degli anni ’60 e la testimonianza delle tappe del processo di modernizzazione del Paese scandite dalle lotte per l’emancipazione delle donne.
Le curatrici sono state Ilaria Scalmani e Loretta Bondì, supportate da bibliotecarie, archiviste, grafiche e autrici. Come si può facilmente intuire, il fulcro dell’esposizione era rappresentato dai manifesti storici, trentaquattro per la precisione. L’arco temporale ha ricoperto gli ultimi trent’anni del secolo scorso e gli esemplari selezionati erano spesso dei pezzi unici di un’arte potente e rivoluzionaria. I linguaggi utilizzati sono stati i più vari, dall’elaborato artistico alla fotografia, dal fumetto alla riproduzione di celebri opere d’arte del passato. Cartelli, locandine, poster e manifesti non sono semplici promemoria di eventi, ma testimonianze culturali di enorme valore e tracce del percorso di emancipazione femminile; un percorso fatto di creazione di nuovi mondi, di nuovi linguaggi per raccontarli e di nuovi spazi per contenerli.

L’occhio della donna 2-13 marzo 1976

Oltre alle decine di manifesti, erano presenti alcuni pannelli testuali molto interessanti, che hanno reso la visita più ricca e fluida donando un supporto teorico e storico al forte impatto delle opere esposte. Come detto, il punto di partenza erano i primi anni Settanta, segnati dalle proteste e rivendicazioni di strada su cui spesso e giustamente ci si sofferma. Ma nello stesso periodo, ad affiancare queste azioni, vi era la costruzione di nuovi spazi culturali e nuovi modi di stare insieme improntati su solidarietà e sorellanza. Artiste, scrittrici, musiciste, pensatrici hanno dato vita a nuove espressioni culturali che hanno messo in discussione l’egemonia maschile e hanno preso parola costruendo nuove narrazioni.

La letteratura, il teatro, il cinema, la fotografia e la musica sono state rimaneggiate da collettivi neonati, che hanno veicolato messaggi politici e sociali attraverso la ricerca artistica e culturale. Si trovavano, infatti, manifesti di concerti, spettacoli, mostre, conferenze letterarie, riviste, programmi radiofonici, eventi colmi di carica innovativa e, in qualche modo, di una sorta di irridente e rivoluzionaria giocosità. Sono le prove tangibili anche dei nuovi legami tra donne che si sono instaurati lungo questi decenni, dei nuovi modi di stare insieme e lottare di cui oggi cogliamo l’eredità.

Ogni rivoluzione ha bisogno di un luogo, anzi, di tanti luoghi; le donne di quegli anni lo sanno bene e sono pronte a crearne di nuovi, o a ri-significare quelli esistenti. È il momento dei gruppi di autocoscienza, dei collettivi, del confronto e delle discussioni dalle quali deriva la fiducia nel sapere femminile e nella forza del gruppo. Vengono aperte le prime librerie femministe, che sono ancora oggi un punto di riferimento per la circolazione dei testi scritti dalle donne e, sempre in ambito letterario, le prime case editrici femministe. In questi e in altri posti viene dato spazio all’educazione, alla formazione e alla trasmissione della storia delle donne omesse dalla storiografia, dalla letteratura e dalle scienze. I nuovi spazi femministi sono gestiti in autonomia da donne sorelle e compagne solidali tra loro e appassionate, che decidono di presidiare coi loro corpi gli spazi culturali riservati agli uomini. Alcuni dei luoghi di produzione culturale italiani citati nella mostra che vale la pena ricordare e conoscere sono: Teatro la Maddalena, Le Nemesiache di Napoli, Libreria delle donne di Milano, La Tartaruga Edizioni, Libreria delle Donne Al tempo ritrovato, UDI Romana La Goccia, Centro Virginia Woolf, Casa della donna di Via Governo Vecchio poi Casa Internazionale delle donne a Trastevere, Centro Erba Voglio, Centro delle donne di Bologna, Diotima di Verona, Zanzibar – associazione culturale polivalente solo per donne – di Roma.
Oltre ai luoghi – e nei luoghi – ci sono le voci, voci che discutono, urlano e cantano, come è raffigurato nel poster con cui la rivista Effe celebra l’8 marzo 1978.

Talvolta si usano le opere d’arte del passato, come la Nike di Samotracia sul manifesto del teatro La Maddalena di Roma, o la Venere di Botticelli sulla copertina del numero di dicembre 1973 di Effe.

Un elemento importantissimo della mostra è stato quello dei giornali, che avevano all’epoca un ruolo fondamentale anche nell’aggregazione e mobilitazione. Giornali e riviste erano state, fino a quel momento, luoghi di gossip e corpi, luoghi in cui parlare delle donne e veicolare messaggi su di loro. Si decide allora di occupare anche questi spazi, di prendersi anche la parola scritta, la parola che viaggia di mano in mano e trasferisce idee culturali e politiche. Nascono redazioni completamente autogestite, che spesso rifiutavano la pubblicità o accettavano solo quella non offensiva per le donne, rinunciando a una significativa fonte di introito. Qui si parla di rapporti impari tra uomo e donna, strategie di liberazione, cronaca, costume, cinema, arte; si raccontano storie di scienziate, esploratrici, filosofe, storiche, autrici, artiste escluse dalla memoria. Accanto alla carta stampata, sorgono i programmi radio condotti da sole donne, molti dei quali appartenenti a Radio Donna, che nel 1979 subisce un attentato in cui vengono ferite cinque donne in trasmissione. Come per i luoghi, ricordiamo alcune testate femministe da conoscere assolutamente: Effe, Quotidiano donna, Noi Donne, Leggendaria, Differenze, Sottosopra, Strix.
La documentazione conservata da Archivia ha un valore inestimabile perché si presenta come traccia tangibile delle tappe della lotta femminista, in atto oggi più che mai. E proprio perché la lotta continua, appare necessario ritrovarne le radici, scoprire da dove veniamo. Il merito di questa mostra è stato anche quello di aiutarci a immaginare le strade nelle quali si muovevano i corpi delle nostre nonne e delle nostre madri, le riviste e i giornali che circolavano, le parole cantate dette e recitate nelle radio e nei teatri. È da lì che vengono i colori luminosi del femminismo anche odierno, la vivacità, la creatività e la bellezza dei frutti dello stare insieme. È da lì che veniamo anche noi ed è quello il cammino che percorriamo e percorreremo.

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Articolo di Emilia Guarneri

Dopo il Liceo classico, si laurea in Lettere presso l’Università degli Studi di Torino. In seguito si trasferisce a Roma per seguire il corso magistrale in Gestione e valorizzazione del territorio presso La Sapienza. Collabora con alcune associazioni tra le quali Libera e Treno della Memoria, appassionandosi ai temi della cittadinanza attiva, del femminismo e dell’educazione alla parità nelle scuole.

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