Carissime lettrici e carissimi lettori,
siamo a Siracusa, sicuramente in un periodo storico anteriore all’anno 367 prima dell’era moderna, quando nella città siciliana regnava il tiranno Dionisio o Dionigi il vecchio (430/367 A.c.), il più crudele degli uomini di governo. Di lui si narra che una anziana signora si dispiaceva e, piangendo, ogni mattina pregava gli dèi che il despota non morisse e fosse mantenuto dal cielo nella buona salute. La vecchina con il suo comportamento, opposto a tutti i suoi concittadini e concittadine, spaventati/e dalla crudeltà del tiranno, incuriosì Dionisio e, per questo, la chiamò a corte. L’anziana signora andò, come narra lo storico latino Valerio Massimo (1 secolo A. c./1 secolo D. c.) e soddisfece le domande del tiranno: «Quando ero solo una bambina a Siracusa c’era un tiranno cattivo, che aveva usurpato il potere promettendo cose irrealizzabili. Faceva solo gli interessi propri e non aveva minimamente a cuore le condizioni del suo popolo. Pregai a lungo gli dèi affinché morisse, ed un giorno fui esaudita. Al suo posto arrivò un tiranno peggiore di lui: ci faceva lavorare come schiavi e le nostre condizioni di vita sicuramente peggiorarono rispetto a prima. Chiesi tutte le sere agli dèi che gli facessero venire un colpo e alla fine loro ascoltarono le mie preghiere. Quando morì, un dittatore ancora più crudele usurpò la cittadella: vessava tutti con le tasse ed ogni angheria possibile. Rivolsi nuovamente le mie preghiere agli dèi affinché ce ne liberassero e nuovamente fui esaudita. Ed alla fine arrivasti tu Dioniso, che sei ancora più crudele e non tieni in alcun conto le necessità del tuo popolo, ma non c’è bisogno di un genio, se ci fermiamo un attimo a riflettere, per capire la progressione pervicace di cui siamo vittime: per questo prego ogni giorno gli dèi che ti donino salute e una vecchiaia felice: in fondo sono ancora in vita». Insomma, quella volta, a Siracusa (e chissà quante volte e in quante città/stato diverse, ma non sappiamo se con lo stesso risultato) il tiranno non punì l’arguta franchezza e lasciò andare incolume la vecchia signora. Anche io, nei miei personali ricordi ho in mente un racconto di una storia simile che riguarda sempre una vecchissima signora trovata piangente. Questa volta il tempo è più vicino a noi e anche il paese: l’Unione sovietica che stava agonizzando. La vecchia signora piangeva per il comunismo morente e le sue lacrime erano causate dal timore del futuro che poteva mostrarsi peggiore del regime già subito.
Ora, nella Russia non più “sovietica”, una madre sta piangendo suo figlio ucciso, che le voci dell’ufficialità moscovita dicono morto per cause naturali. Aleksej Anatol’evič Naval‘nyj è morto, sicuramente ammazzato, il 16 febbraio scorso. Era nato il 4 giugno del 1976 a Butyn’, una cittadina rurale a pochi chilometri da Mosca ed è andato via da questo mondo, probabilmente con un pugno al cuore (vecchio sistema utilizzato dal Kgb (Комитет государственной безопасности, Komitetgosudarstvennoj bezopasnosti, lett. Comitato per la sicurezza dello Stato), il 16 febbraio scorso dopo, sembra, essere stato lasciato al freddo polare in una cella esterna del carcere cosiddetto del Lupo polare, situato in Siberia (nel distretto di Jamalo-Nenec): «un ex-gulag di epoca stalinista, nel quale vengono adottate pratiche che ricordano sinistramente i metodi antichi nei confronti dei dissidenti».
Naval’nij è stato il più importante oppositore di Vladimir Vladimirovič Putin, attuale presidente della Federazione russa, al potere da tanti anni e intenzionato a rimanerci dopo le elezioni del prossimo marzo. Era a capo del partito Russia del Futuro e presidente della Coalizione democratica che unisce 3 partiti: Russia del Futuro, Partito della Libertà popolare e Scelta Civica, formazione in precedenza co-presieduta con Boris Efimovič Nemcov, morto, assassinato anche lui, nel febbraio 2015. Aleksej A.Naval’nij doveva morire qualche anno fa, stavolta per un tentativo di avvelenamento non andato, come dire, “a buon fine” su un aereo che lo stava riportando a Mosca. Lo salvò allora, era il 2020, l’intraprendenza della moglie, Julia Naval’naja (i cognomi nella lingua russa sono come “aggettivizzati” e le donne, quindi, hanno declinato al femminile il loro cognome di famiglia, così come il patronimico). Vi ricordate la protagonista del romanzo di Tolstoj: Anna Karenina! Figlie, più che mai adesso, di un mondo patriarcale e maschilista, misogino e omofobo, come denunciava spessissimo A.A. Naval’nij!
Di morti/e ammazzati e ammazzate nella Russia dell’uomo caldeggiato dal presidente Boris Nikoláevič Él’cin, che volle fortemente il suo arrivo al Cremlino dopo l’estromissione di Michail Sergeevič Gorbačëv, sono stati/e davvero in numero ingente. Tanto per citare i nomi più importanti: uno è quello di Aleksandr Val’terovič Litvinenko accusato di omicidio e assassinato a Londra nel novembre del 2006. Poi la grande donna del giornalismo Anna Stepanovna Politkovskaja assassinata a colpi di pistola 16 anni fa, davanti all’ascensore di casa. Boris Berezovskij, amico e poi nemico di Putin, fu trovato ucciso in bagno, anche lui a Londra. Abbiamo già citato Boris Efimovič Nemcov. Evgenij Viktorovič Prigožin, soprannominato «il cuoco di Putin», muore all’inizio dell’estate, mercenario della Wagner e infine oppositore del regime. Ultima vittima il giornalista bielorusso Igor Lednik che è morto in carcere, quattro giorni dopo Naval’nij, dove stava scontando una pena di tre anni per un articolo pubblicato nel 2022 e per il quale era stato accusato di diffamazione del presidente Alexander Lukashenko. La sua salute era peggiorata dietro le sbarre: l’ex politico aveva subito un’operazione gastrointestinale e soffriva anche di problemi cardiaci. Questo, appunto, a quattro giorni dalla morte di Naval’nij!
La Russia di Putin decisamente ha carattere misogino e omofobo. Ma sono due donne a prendere e pretendere la parola dopo la morte di Aleksej Anatol’evič Naval‘nyj. Sono loro, la madre Ljudmila Naval’naja e la moglie Julja che si sono poste come protagoniste per chiedere la verità sulla morte e per vedere il corpo del figlio. Ljudmila ha diretto la sua richiesta direttamente a Putin: «Il 16 Febbraio è morto mio figlio Aleksej Naval’nij ‒ ha detto ‒ sono 5 giorni (l’appello della madre Ljudmila Naval’naja è del 21 febbraio n.d.r.) che non mi viene permesso di vedere mio figlio. Le autorità non mi danno il suo corpo e non mi dicono nemmeno dove si trovi. Mi rivolgo a lei Vladimir Putin, la soluzione del problema dipende solo da lei, mi faccia finalmente vedere mio figlio. Chiedo che il corpo di Aleksej mi venga immediatamente consegnato così da potergli dare degna sepoltura».
Ritorna il pensiero alla Grecia antica, alle pagine dell’Iliade dove si vedono i corpi dileggiati e non consegnati di Patroclo e di Ettore.
Putin mercoledì sera ha permesso alla madre dell’oppositore morto di vedere il corpo del figlio, «ma ‒ precisa Ljudmila Naval’naja in un nuovo video ‒ non me lo hanno consegnato. Mi hanno minacciato e mi hanno detto che i funerali devono essere segreti».
Julja Naval’naja da parte sua ha immediatamente reagito con forza alla morte del marito e ha parlato di proseguire la lotta iniziata: «Buongiorno, sono Julja Naval’naja ‒ si è presentata, iniziando il suo discorso ‒ oggi, per la prima volta su questo canale, voglio parlarvi. Un’altra persona dovrebbe essere qui al mio posto. Ma questa persona è stata uccisa da Vladimir Putin. Da qualche parte, in una colonia penale nell’estremo nord, oltre il circolo polare artico, dove l’inverno non finisce mai, Putin non ha solo ucciso Aleksej Naval’nij, una persona che voleva uccidere insieme alle nostre speranze. Alla nostra libertà, al nostro futuro. Sappiamo esattamente perché tre giorni fa Putin ha fatto uccidere Aleksej… Ma la cosa più importante che possiamo fare per Aleksej e per noi stessi è continuare a lottare. Io terrò viva la battaglia di Aleksej, continuerò a battermi per il nostro Paese e vi esorto a stare al mio fianco. Per condividere non solo l’immenso dolore che ci ha travolti e che non se ne va, ma anche la furia. La furia, la rabbia, l’odio per chi ha osato uccidere il nostro futuro. Mi rivolgo a voi con le parole di Aleksej in cui credo: non è imbarazzante fare poco, è imbarazzante non fare nulla. È imbarazzante lasciare che vi spaventino. La Russia, libera, felice, quella Russia bellissima del futuro che mio marito tanto sognava. Questo è ciò di cui abbiamo bisogno. Questa è la Russia in cui voglio vivere. Voglio che ci vivano i figli miei e di Aleksej. Voglio costruirla con voi, esattamente come Aleskej Naval’nij se la immaginava. Solo così, e in nessun altro modo, il suo incredibile sacrificio non sarà stato vano. Combattete e non arrendetevi! Io non ho paura e voi non dovreste avere paura di niente. Tutto quello che basta al male per trionfare sono persone perbene che non fanno nulla. Per questo non dovremmo restare fermi».
Rimane il punto fermo dei diritti umani calpestati. Bisogna però assolutamente dire che non è solo cosa che riguarda la Federazione russa. Non possiamo dimenticare che rischia 176 anni di prigione Julian Assange rinchiuso in una prigione di Londra. «Dopo 14 anni d’inseguimento ‒implacabile, la preda è ormai a un passo dall’estradizione negli Stati Uniti: le cui prigioni denunciano familiari e sostenitori sparsi per il mondo ‒ potrebbero diventare la sua tomba. Per Julian Assange si consumeranno le ultime speranze di un via libera in extremis della giustizia britannica almeno all’esame di un ulteriore appello di merito sulla sua consegna o meno alle autorità d’oltre oceano» (La Stampa).
Da non dimenticare poi l’Ungheria, quella di Orban, che ha ammanettato e portato in catene e al guinzaglio in tribunale Ilaria Salis costretta, se riuscisse ad avere i domiciliari, a trascorrerli in Ungheria. Anche in questo caso sono solo esempi. Dispiace che ministri del governo nostrano arbitrariamente condannino senza prove, solo per fini evidentemente editoriali. Oppure, come per il caso di Naval’nij, invocano il dubbio e demandano la verità sulla scomparsa del dissidente ai medici russi! E che dire della risposta di Putin alla studentessa italiana che ha ottenuto oltre il 67% dei voti e fuori? Antonio Padellaro ha parlato di un pizzino mandato da Putin a chi qui voleva intenderlo.
Torniamo un momento a casa. Un caso di cronaca italica, passata un po’ sotto silenzio, ma non per questo di così poca importanza. È accaduto in un paese del bresciano. Protagonista Alessandro Pozzi, il sindaco leghista di Pontoglio vicino Brescia. Ecco come un quotidiano racconta la negazione della cittadinanza (e non è la prima volta) a una signora marocchina in Italia da 21 anni: «Era già balzato agli onori delle cronache per un cartello ‒ poi rimosso ‒ in cui si definiva Paese a cultura Occidentale e di profonda tradizione cristiana, e chi non intende rispettare le tradizioni locali è invitato ad andarsene; adesso il comune di Pontoglio, nel bresciano, è tornato al centro delle polemiche: il sindaco Alessandro Pozzi, leghista, ha negato la cittadinanza italiana a una donna di origini marocchine, residente in Italia da 21 anni. Il problema? Linguistico, parrebbe. La signora non padroneggiava con sufficiente destrezza l’italiano, denuncia il sindaco. Dal che la richiesta, presentata per la prima volta 15 anni fa, è stata rispedita al mittente. Una storia che si ripete ‒ conclude l’articolo ‒ già nel 2022 Pozzi aveva deciso di negare la cittadinanza a una signora indiana residente in Italia da 15 anni, che, a suo dire, anche in quel caso, non era in grado di leggere correttamente il giuramento». Davvero pretestuoso!
Una grande solidarietà vorrei dimostrarle insieme a tutte e tutti voi, lettrici e lettori, all’associazione Mai più zitte nata nelle università italiane dopo l’uccisione/femminicidio di Giulia Cecchettin. Hanno scioperato contro il patriarcato in difesa delle donne, di tutte le donne.
Alla Michajlovna Gutnikova, classe 1998, è una giornalista formata all’università di Mosca. L’hanno chiamata “la dissidente gentile” perché nel tribunale che la giudicava ha recitato poesie. È anche una modella e una traduttrice ed è stata fondatrice del giornale Doxa. Alla è diventata una delle icone della protesta giovanile in Russia. «Colta, appassionata, questa donna dagli occhi grandi e il fisico alla Audrey Hepburn parla il linguaggio della sua generazione, gioca con la sua immagine e cita Nietzsche, Edith Piaf e la Kabbala. Un’eroina contemporanea che ha fiducia nella Russia del futuro ma si ispira alle suffragette di inizio 900. Per via dell’arresto ha dovuto interrompere l’ultimo anno di università: avrebbe dovuto laurearsi proprio nei giorni dell’arresto alla Scuola superiore di economia con una tesi su Walter Benjamin». Alla è stata condannata con altri tre redattori e oltre alla chiusura del giornale c’è l’obbligo di non andare sui social. L’accusa? Aver incitato dei minori a compiere attività illegali. Ovvero, aver girato un video di tre minuti nell’aprile 2021, nel quale condannavano le persecuzioni agli studenti che avevano partecipato alle manifestazioni in difesa dell’oppositore politico Alexej Naval’nij e dicevano che le università non possono espellere gli studenti che scendono in piazza: «Non abbiate paura, non rimanete in disparte. Il potere ha dichiarato guerra alla giovinezza, ma la giovinezza siamo noi. E vinceremo» dicevano i cronisti in nome del diritto alla libertà di riunione dei giovani russi. Poche parole che sono costate care ai quattro studenti-cronisti: quel 14 aprile sono stati arrestati hanno trascorso un anno a una specie di arresti domiciliari: era loro vietato lasciare i propri appartamenti per più di due ore al giorno e utilizzare Internet e avevano alla caviglia un braccialetto elettronico che ne controllava gli spostamenti».
Del discorso pieno di poesie letto da Alla in tribunale leggiamo insieme l’ultima poesia, citata da Mahamoud Darwich (1941-2008) tra i più grandi poeti in lingua araba, poeta nazionale della Palestina:
Mentre prepari la tua colazione, pensa agli altri (non dimenticare di dare da mangiare ai piccioni).
Mentre conduci le tue guerre, pensa agli altri (non dimenticare quelli che vogliono la pace).
Mentre paghi la tua bolletta dell’acqua, pensa agli altri (pensate a coloro che hanno solo le nuvole da cui bere).
Quando vai a casa, la tua casa, pensa agli altri (non dimenticare quelli che vivono nelle tende).
Mentre dormi e conti le stelle, pensa agli altri (ci sono persone che non hanno un posto dove dormire).
Mentre ti esprimi attraverso metafore, pensa agli altri (coloro che hanno perso il diritto di parlare).
E mentre pensi ad altri lontani, pensa a te stesso (e dì: vorrei essere una candela nell’oscurità).
Buona lettura in nome della libertà di pensiero e di azione.
«La libertà è un processo attraverso il quale si sviluppa l’abitudine di essere inaccessibili alla schiavitù» (Alla Michajlovna Gutnikova).
Con La Costituzione letteraria. Articolo 1 inizia da questo numero una nuova serie, che raccorda i primi dodici articoli della Costituzione italiana a undici storie raccontate in altrettanti libri, in una sinergica unione tra dettame giuridico e creatività letteraria. Attraverso il racconto di storie che autori e autrici della letteratura italiana ci hanno regalato e nelle quali si intravedono gli insegnamenti della Costituzione, l’autrice vuole diffondere i valori costituzionali, che il nostro Paese ha conquistato a fatica e che non bisogna mai dare per scontati. Al termine di ogni articolo troveremo una breve pillola di bellezza ri-costituente, che lega il tema trattato all’arte. Il sogno dell’uguaglianza ispira la nostra Carta costituzionale, ma è ancora ben lontano dall’essere realizzato. Se ne può avere conferma nell’ultimo rapporto Oxfam sulle disuguaglianze, recensito in Disuguaglianza, il potere al servizio di pochi. Per la serie “Calendaria 2024” andiamo in Alabama a incontrare Big Mama Thornton. La cantante dei blues delle donne. Restiamo in America, ma con un salto temporale all’indietro e scopriamo la storia di una pioniera, Frances “Fanny” Wright, scrittrice, giornalista, attivista, abolizionista e femminista, che si è battuta per i diritti delle donne. Battersi per questi diritti è ancora estremamente pericoloso in alcune parti del mondo, come l’Iran. Ce lo ricorda l’autrice di Un canto di libertà. Parte seconda. Torniamo in Italia, in Umbria e per “Altra verso” visitiamo Narni. Un itinerario femminile. Risaliamo la penisola fino al paese di Saint Cristophe, in Valle d’Aosta, alla scoperta di una grande musicista e insegnante, descritta in occasione dell’intitolazione del Passage Magui. Nascita del consultorio familiare di Sora e la questione dell’aborto ci porterà di nuovo nella cittadina del frusinate, per un’altra puntata della storia del percorso femminista in questa comunità, mentre il ciclo Parlarne tra amiche. Raccontarsi e ri-conoscersi nella relazione con le altre questa volta affronterà un tema bellissimo, quello della sorellanza, approfondito nell’articolo Prendere forma nello sguardo delle altre. Per il laboratorio “Flash-back” una delle nostre autrici ricorderà un episodio di “misoginia scolastica” nel racconto Il maestro. Sono tre i consigli di lettura in questa settimana: Lungo viottoli e carrarecce. Racconti brevissimi di Daniela Piegai, molto più di una recensione, è il tributo a una grande scrittrice di fantascienza. Una storia delle donne in 100 oggetti racconta un libro insolito e gradevole che promette scoperte interessanti. Le femmine ribelli di Caltagirone narrate da Maria Attanasio è la recensione della raccolta di sette racconti della scrittrice scoperta da Elvira Sellerio. Chiudiamo come sempre con la nostra ricetta: Pasta e ceci vegana, augurando a tutte e tutti Buon appetito!
SM
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Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.
