Il maestro

Era il 1968, frequentavo la prima elementare, ovviamente in una classe tutta femminile, e la mia cara maestra Luisa, anziana e alle soglie della pensione (avrà avuto l’età che ho io adesso!) cominciò dopo qualche mese ad ammalarsi e per noi cominciarono alcuni mesi di supplenze o smistamenti in altre classi.
L’assenza della maestra fu la causa di un’esperienza che mi ha segnato moltissimo. Quando non c’erano supplenti disponibili ci dividevano e ci mandavano in altre classi. L’incubo di noi tutte era quello di finire nella prima dei maschi dove il maestro era severissimo e non lesinava l’uso della bacchetta!

Questo maestro era fermamente convinto che i maschi fossero più intelligenti delle femmine e soprattutto che le femmine non capissero l’aritmetica. Si accorse però che io ero brava, anche in aritmetica (grazie a mia nonna che, da poco andata in pensione come insegnante, aveva riversato su di me il suo ancora vivo desiderio di insegnare già da prima che cominciassi la scuola), e cominciò a considerarmi come un’esemplare di specie protetta: una femmina che capisce l’aritmetica. Dunque, mentre le altre esemplari femmina ospiti della sua classe erano relegate negli ultimi banchi, con pressoché nessun ruolo se non quello di stare buone e zitte, io venivo fatta sedere davanti e potevo partecipare alle lezioni attivamente, poiché in qualche modo ero l’eccezione che confermava la sua regola, la femmina brava in aritmetica. Ripenso spesso a quel maestro, quando si parla di Stem o quando in tempi recenti ho partecipato a progetti simili come editrice, ci ho ripensato quando la più cara amica di mia figlia si è laureata in Ingegneria e naturalmente quando sento parlare di pregiudizi verso le competenze in materie scientifiche delle bambine e delle ragazze.

Lo detestavo con tutte le mie forze ma nel frattempo mi compiacevo del suo apprezzamento e questo paradosso me lo sono portato dietro per anni! Ma l’apice del mio odio verso quel maestro doveva ancora arrivare. Un giorno, sentito che i miei genitori erano agricoltori e che io mi recavo ogni domenica o giorno di vacanza in campagna, mi chiese di portargli qualche ramo con cui realizzare una nuova bacchetta! Non ci dormii per giorni… avrei dovuto fornirgli io quel terribile strumento di tortura! Quell’uomo stava cercando di rendermi odiosa alle bambine, dicendo che ero più intelligente di loro (quando in realtà ero solo seguita meglio a casa!) e ora ai bambini chiedendomi di fornirgli l’arma con cui li terrorizzava.

Ma questo lo capisco oggi, non avrebbe avuto problemi a trovare da sé il ramo, il suo desiderio era in qualche modo di mettermi in difficoltà, di tentarmi a svolgere quel ruolo di ruffiana che ahimè alcuni insegnanti apprezzavano e che tuttora tanti uomini tentano di affibbiare alle donne, mettendole al loro servizio e gratificandole con l’approvazione maschile.
Ma non solo, mi stava manipolando, si serviva di me proprio mentre diceva di stimarmi più di altre.

Però per fortuna ero stata abituata a non tenermi dentro le cose così ne parlai a mia madre che mi suggerì semplicemente di non portare nessun ramo e prendere tempo finché non se ne fosse dimenticato. E dunque, anche se non lo dissi esplicitamente, espressi il mio NO a quel maestro misogino!

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Articolo di Donatella Caione 

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Editrice, ama dare visibilità alle bambine, educare alle emozioni e all’identità; far conoscere la storia delle donne del passato e/o di culture diverse; contrastare gli stereotipi di genere e abituare all’uso del linguaggio sessuato. Svolge laboratori di educazione alla lettura nelle scuole, librerie, biblioteche. Si occupa inoltre di tematiche legate alla salute delle donne e alla prevenzione della violenza di genere.

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