La mattina di sabato 23 marzo 2019 a Nizza si tiene una manifestazione, non autorizzata ma del tutto pacifica. Visto il divieto, alcune decine di persone, per lo più anziane, si riuniscono proprio per difendere il diritto di manifestare, fondamentale in ogni democrazia ma messo sempre più in discussione dai vari governi. Nel 2016, Manuel Valls, primo ministro sotto Hollande, aveva dichiarato di voler abolire questo diritto dalla Costituzione; da quando Macron è al potere, le manifestazioni sono considerate una sorta di nemico interno da annientare, tanto che centinaia di persone sono state gravemente ferite, mutilate e alcune uccise esercitando questo diritto, sancito dalla Dichiarazione Universale dei Diritti umani, varata dall’Onu nel 1948, e da ogni costituzione repubblicana, prima fra tutte quella francese.

La polizia carica un gruppo di manifestanti già accerchiato. È il commissario Rabah Souchi a guidare l’azione. Geneviève Legay, 73 anni, rimane a terra immersa nel sangue, gravemente ferita. I medici presenti hanno il divieto di intervenire e sono anzi tenuti in questura per ore. Solo più tardi arriva un’ambulanza. Geneviève passa due mesi in ospedale con prognosi inizialmente riservata: cinque fratture al cranio, due alla schiena e alcune facoltà cerebrali definitivamente compromesse.

Il capitano della Gendarmerie si era rifiutato di caricare in quanto la folla era del tutto tranquilla: l’ordine risultava immotivato e pertanto illegittimo. Nel 2022 verrà dichiarata illegale anche l’ordinanza prefettizia che vietava la manifestazione di quel 23 marzo. Eppure, Souchi riceverà una medaglia dall’allora ministro dell’interno Castaner «per il servizio reso contro i Gilet Gialli».
Il presidente della Repubblica Emmanuel Macron si esprime sui fatti con una frase che causa uno scandalo enorme. «Prima di tutto, spero che questa signora si rimetta al più presto ed esca rapidamente dall’ospedale e auguro la serenità alla sua famiglia. Ma per avere la serenità, bisogna tenere un comportamento responsabile. Io penso che quando si è fragili, quando ci si può far travolgere, non ci si reca in raduni vietati e non ci si mette in situazioni come questa. Questa signora non è stata a contatto con le forze dell’ordine. Si è messa in condizioni di andare in un luogo vietato, in maniera esplicita, e quindi di essere coinvolta in un fenomeno di panico. Mi dispiace profondamente ma dobbiamo, ovunque, far rispettare l’ordine pubblico. Le auguro una pronta guarigione e magari un po’ di saggezza».
Viene spontaneo chiedersi cosa sia la “saggezza” secondo Macron: obbedire in silenzio? Non contestare le sue riforme, che cancellano decenni di lotte sociali?
Giorni dopo, durante un’intervista televisiva, il presidente francese nega l’esistenza di frequenti abusi gravi da parte della polizia francese. Alla giornalista che gli fa notare come controesempio il cosiddetto affaire Legay, risponde «Geneviève Legay non stava facendo la spesa, stava fronteggiando i poliziotti». Sorvolando sulla contraddizione fra le due dichiarazioni (la manifestante «non è stata a contatto con le forze dell’ordine», però «stava fronteggiando i poliziotti»), avrebbe mai detto di un uomo che «non stava facendo la spesa» o gli avrebbe mai consigliato «un po’ di saggezza»? Inoltre, esiste forse un’età in cui è lecito manifestare e una in cui è più consono limitarsi a fare la spesa? La vittima ha ribattuto: «Cosa vuol dire che devo essere saggia? Come si permette di dirmi questo? Così dicendo, mi ritira la cittadinanza. A 73 anni ho diritto di essere cittadina e militante fino alla morte. Secondo lui la saggezza vuole dire tacere e rimanere in casa a cucinare e ricamare, ma non è così che concepisco la cittadinanza e non accetto il suo disprezzo classista». E aggiunge: «Se Macron si avvicina al mio capezzale gli tiro due schiaffi!».

Nelle varie ricostruzioni dei fatti, le menzogne si susseguono. Il procuratore e il prefetto di Nizza cambiano versione più volte, dichiarando alla fine di aver mentito «per non mettere in imbarazzo Macron». Lo storico e ricercatore Michael Löwy ha scritto che «l’affaire Legay è l’affaire Dreyfus del Ventunesimo secolo»: non si tratta solo dell’ennesima aggressione illegittima da parte di agenti in divisa, quanto di una lunga catena di bugie che ha coinvolto tutto l’apparato statale, dall’ultimo poliziotto fino al vertice delle istituzioni.
Geneviève Legay è da sempre una militante femminista, ecologista e comunista. Si definisce altermondialista, intendendo con questo termine la convergenza di tutte le lotte. Uscita dall’ospedale non ha mai smesso di lottare, schierandosi in particolare contro il pass sanitario (2021) e contro la riforma delle pensioni (2023). Ha poi scritto un libro, che mi ha regalato e che ho tradotto, intitolato appunto Celle qui n’était pas sage (Quella che non era saggia), in cui racconta tutta la sua vita militante fino all’aggressione del 23 marzo 2019. E, lungi dal tacere e dall’assumere la saggezza consigliatale dal presidente, ha sporto denuncia.


contro le violenze di polizia
L’11 e il 12 gennaio 2024, a quasi cinque anni di distanza dai fatti, l’affaire Legay è finito in tribunale, non in quello di Nizza ma a Lione. La procura di Nizza, infatti, aveva affidato le indagini alla compagna del commissario Souchi, anche lei commissaria operativa quel 23 marzo, ma l’avvocato e l’avvocata della vittima hanno ottenuto il trasferimento del caso in sede neutrale per evitare un evidente conflitto di interessi. Le tre figlie di Geneviève sono parte civile del processo insieme all’associazione Attac, di cui la militante era portavoce fino al giorno dell’aggressione.

Souchi è accusato di «complicità in violenza volontaria commessa in gruppo e con armi da parte di persona depositaria dell’autorità pubblica che ha causato un’incapacità totale superiore a 8 giorni». Il poliziotto che ha eseguito l’ordine non è sotto processo: «l’accusa riguarda l’ordine stesso, la sua legittimità e proporzionalità», spiega Mireille Damiano, avvocata di Geneviève. Ed è proprio questa l’obiezione principale della difesa: si vuole condannare qualcuno per aver ordinato un atto il cui esecutore non è condannabile.

È la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale in cui un funzionario di polizia di alto grado è costretto a rendere conto dei suoi atti davanti alla giustizia.
Tra l’ordine di lasciare la piazza e la carica non c’è stato il tempo necessario per permettere alla folla di disperdersi; e, in ogni caso, un raduno calmo e pacifico, anche se non autorizzato, non giustifica l’uso della forza. In una città tranquilla come Nizza si rischiavano forse disturbi dell’ordine pubblico più gravi delle ferite riportate dalla manifestante? L’imputato ha provato a giustificarsi dicendo di dover liberare i binari del tram, che la manifestazione bloccava illegalmente. Anne-Sophie Simpere, esponente di Amnesty International, risponde che «in una democrazia, il diritto di manifestare e di esprimersi è più importante della circolazione: questo processo è emblematico del fatto che i diritti politici sono sempre più messi in discussione».
Negando l’evidenza dei filmati, Souchi sostiene che Geneviève sarebbe stata gettata a terra da un giornalista e non da un poliziotto: funzionari della questura avevano anche cercato di convincerne la vittima, appena uscita dal coma, all’indomani dei fatti, ma lei non si è lasciata ingannare. La tesi, inoltre, era già stata smentita anni prima dallo stesso agente che ha ammesso di averla colpita. Le dichiarazioni successive di Souchi rasentano l’assurdo: avendo detto «caricate!», e non «caricate brutalmente!», non si sente responsabile della violenza con cui l’ordine è stato eseguito. «Il mio cliente – aggiunge il suo avvocato – non ha certo detto «picchiate quella signora», quindi le ferite non sono imputabili a chi ha ordinato la carica».

Chi assiste al processo fatica a soffocare le risate. Gli stessi subalterni smentiscono il commissario: che avrebbe detto, dopo una prima carica leggera, «Non è così che si fa una carica, dovete massacrarli!». Anche durante altre manifestazioni, principalmente studentesche ed ecologiste, Souchi si è reso noto per la facilità con cui ricorre alla violenza.
L’avvocato di Geneviève, Arié Alimi, è specializzato nella difesa delle vittime delle forze dell’ordine. «Le vittime delle violenze di polizia non hanno lo stesso trattamento delle altre, è rarissimo che riescano ad avere un processo: così facendo, lo Stato e le istituzioni si oppongono alla popolazione». E aggiunge, rivolgendosi alla giudice: «la giustizia interpreta il diritto e dunque voi avete la possibilità di fermare tutto ciò». È un fatto storico: è la prima volta nella storia francese in cui l’espressione violences policières arriva in tribunale, come se l’accusa non riguardasse una persona ma un intero meccanismo costante.
Durante varie interviste, Geneviève ha sottolineato il carattere sistematico di questi abusi: «Nel 1981 in Francia è stata abolita la pena di morte, è stato un grande passo progressista; ma prima chi veniva condannato a morte passava davanti a un tribunale, oggi la polizia uccide tra le 25 e le 30 persone ogni anno nelle banlieues e quasi sempre non se ne parla: è come se avessero rimesso la pena di morte ma senza tribunale, solo attraverso l’arbitrarietà e l’impunità degli agenti. Inoltre, c’è anche la violenza sociale delle riforme e la violenza del 49.3; questo governo e Macron, senza consenso e senza maggioranza, si reggono soltanto grazie alla polizia».
L’8 marzo arriva la sentenza. L’imputato è considerato «colpevole professionalmente ma non personalmente», è condannato a sei mesi con la condizionale, senza alcuna interdizione al lavoro di pubblico ufficiale. Un altro tribunale stabilirà la cifra dei risarcimenti a cui Geneviève, la sua famiglia e Attac (di cui lei era portavoce fino al giorno dell’aggressione) hanno diritto.
Vista la gravità delle ferite riportate dalla vittima, una pena così blanda appare ridicola. Ma è la prima volta in cui si ottiene questo seppur piccolo risultato. È una vittoria simbolica: anche se Souchi non pagherà minimamente per il suo comportamento, è stato riconosciuto il suo torto. Ed è una lezione soprattutto per l’arroganza del capo dello Stato. Non si potrà più rimproverare a una cittadina di aver manifestato, dire che «non ci si mette in situazioni come questa», che «una manifestante deve essere saggia» quando sta esercitando un diritto basilare. Ora è innegabile che gli abusi da parte della polizia esistono.
Alla luce di questa sentenza, seppur non straordinaria, si potranno condannare gli altri agenti colpevoli di violenze gravi come chi, il 2 dicembre 2018 a Marsiglia, ha sparato una granata lacrimogena sulla finestra del quarto piano di un palazzo uccidendo una signora di ottant’anni, e chi, il 27 giugno scorso a Nanterre, ha ucciso con un’arma da fuoco un diciassettenne che guidava senza patente, dando origine a una settimana di rivolte in tutta la Francia, teatro di ulteriori abusi e di un inquietante braccio di ferro tra polizia e magistratura. Questo processo ristabilisce la sottomissione della polizia alla legge.
Geneviève Legay : l’enquête de l’IGPN donnerait raison à la militante.
In copertina: Nizza, 23 marzo 2019, Geneviève Legay prima dell’aggressione.
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Articolo di Andrea Zennaro

Andrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.
