Il pranzo è servito

Il salone era enorme o almeno lo era per noi così piccini, dei cuccioli di tre
anni appena, illuminato dalla grande porta a vetri che si apriva su un giardino
pieno di alberi, ombroso durante la primavera e ricoperto di candida neve
durante l’inverno, il giardino incantato dei nostri giochi. In mezzo al salone vi
erano dei tavolini bassi, con il ripiano in formica di colore verde e quattro
seggioline di color legno, una parte dei tavolini alla destra dell’ingresso e
un’altra a sinistra. Al centro rimaneva un corridoio libero per il passaggio. Era
la nostra sala pranzo. La sala giochi era nell’altra ala dell’edificio,
un’imponente villa degli inizi del Novecento.
Alla sala pranzo è legato uno dei miei primissimi ricordi. I piatti sono già in
tavola, entriamo nel salone in fila per due, io sono insieme ai piccoli. I
mezzani e i grandi hanno già occupato i loro posti. Per istinto naturale mi
precipito verso la sedia vuota accanto a mio fratello. Una mano gentile, ma
decisa, mi afferra e mi porta verso il lato sinistro, non capisco perché e
incomincio a protestare, voglio stare con mio fratello. La madre superiora mi
spiega che è impossibile, lui è un maschio e deve stare al tavolo con i suoi
compagni. Le bambine devono andare sul lato opposto, mi invita a guardarmi
intorno: non vedo che sono tutte a sinistra? Non ci avevo mai pensato, a casa
stiamo tutti allo stesso tavolo e non capisco perché qui ci devono separare.
Protesto ancora e siccome è il primo giorno mi viene concesso di sedermi al
tavolo dei maschi, insieme a mio fratello. Al pomeriggio le suore sottolineano
a mia madre che sono capricciosa, non come mio fratello, sempre così
obbediente e gentile! Insomma, sedermi alla tavola dei maschi è solo una
bizza e devo abituarmi a stare con le bambine: quella di oggi un’eccezione.
Mia madre annuisce, è d’accordo con le suore e a casa mi spiega che devo
attenermi alle regole, se voglio diventare grande e continuare a frequentare la
scuola materna. Devo imparare ad obbedire.
Il giorno dopo la scena si ripete, ma questa volta mi scontro con la volontà
inflessibile della madre superiora, piango e non mangio nulla. Dopo qualche
giorno mi piego e sarà così per tre anni.
Non solo, ben presto imparerò anche che noi bambine, ma solo quelle molto
brave, abbiamo il privilegio di apparecchiare e sparecchiare le tavole. La
prerogativa è solo femminile: possiamo accedere alla cucina e portare in
tavola i piatti di ceramica bianca, i bicchieri e le posate, stando attente a non
rompere nulla. Dobbiamo posizionare tutto con cura e rigovernare una volta
terminato il pranzo. Se svolgiamo con precisione il nostro incarico possiamo
anche ricevere il permesso di non fare il riposino pomeridiano e aiutare la
madre superiora o le altre suore nei lavoretti di decorazione per le varie
ricorrenze.
Giochi per maschi e per femmine, tavoli separati in mensa, panche separate in
chiesa e un’educazione precoce ai lavori domestici. È questo che ho imparato
alla fine degli anni Sessanta nella scuola materna del mio paese.

***

Articolo di Monica Rossi

Laureata in Lettere moderne a indirizzo storico-artistico, insegno Italiano e storia al liceo “Maffeo Vegio” di Lodi. Sono appassionata di arte e da anni esercito anche l’attività di Guida turistica e collaboro con associazioni locali per promuovere il territorio Lodigiano.

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