Il quinto incontro del ciclo Parlarne tra amiche–Raccontarsi e ri-conoscersi nella relazione con le altre, organizzato dal laboratorio di studi femministi Anna Rita Simeone Sguardi sulle differenze, si è svolto venerdì 15 marzo presso l’Università La Sapienza di Roma. Dopo aver sviscerato tematiche complesse quali la sorellanza o l’ambivalenza, per citarne solo due, ci si concentra questa volta sulle corrispondenze. Oggetto di studio sono infatti i carteggi femminili, gli scambi epistolari tra donne spesso dimenticati, o quantomeno sottovalutati rispetto a quelli tra uomini. Il titolo del seminario è «Zone di gioia celesti»: i carteggi femminili, e nell’introduzione al tema si legge: «Le donne hanno scritto lettere fin dai prodromi della letteratura italiana. Eppure, all’epistolografia femminile si riconosce un ruolo marginale. Così, sugli innumerevoli pensieri nati con l’altra e per l’altra (vivi di vita propria) scende un velo di silenzio che il tempo rende impenetrabile. Come riportare alla vita il “dialogo continuo” che ha unito le donne? E perché è importante farlo? Ce ne parlano le nostre relatrici attraversando tracce, corrispondenze, memorie». La mediazione degli interventi è affidata a Sara De Simone, che introduce i testi selezionati disponibili sul sito del Laboratorio (https://www.sguardisulledifferenze.eu/2024/03/07/zone-di-gioia-celesti-i-carteggi-femminili/): Laura Fortini, Scrivere lettere come forma della relazionalità. Intorno agli epistolari di de Céspedes, Ginzburg, Morante e altre in Francesca Tomassini e Monica Venturini (a c. di), Le élites culturali femminili dall’Ottocento al Novecento, Aracne 2019; Carol Brightman (a c. di), Tra amiche. La corrispondenza di Hannah Arendt e Mary McCarthy (1949-1975), Sellerio 1999 (selezione); Monica Farnetti (a c. di), Vera gioia è vestita di dolore. Lettere a Mattia, Adelphi 2023 (selezione).

Come di consueto le relatrici sono tre e appartengono a tre generazioni diverse, in modo che i punti di vista siano diversificati e il contributo più ricco. La prima è Marina D’Amelia, figura di spicco del mondo accademico, docente di Storia moderna, studiosa di storia della famiglia, relazioni di genere, storia della maternità, nonché una tra le fondatrici di Memoria. Rivista di storia delle donne e della Società Italiana delle Storiche. Il suo intervento parte naturalmente da uno specifico posizionamento professionale, esplicitato dall’affermazione secondo la quale le storiche non possono non guardare alla corrispondenza. Questo tipo di fonte è indispensabile per la ricerca storiografica perché le vite quotidiane raccontate nelle lettere lasciano intravedere un contesto esterno, ci fanno affacciare sulla Storia che scorre al di fuori delle piccole storie impresse sui fogli destinati ad altre persone. Si concentra molto sullo scambio tra Hannah Arendt e Mary McCarthy, due personalità eccezionali spinte l’una verso l’altra innanzitutto da una grande stima intellettuale reciproca: leggono e apprezzano l’una i testi dell’altra e si confrontano su di essi. Oltre all’ammirazione, a unirle è anche un’alleanza creatasi da una condizione comune di donne messe all’indice, criticate e screditate. Vi sono certamente pure l’aspetto della gioia della condivisione e il continuo desiderio di cercarsi, il piacere di trovarsi. Anche quando parlano di vita quotidiana, lo fanno in maniera brillante, spesso immaginando cosa starà facendo l’altra o pensandola vicina a sé. Scrive Arendt a McCarthy nel 1954, esternando l’importanza del loro scambio: «Carissima Mary, la tua lettera è stata una vera gioia. Solo quando l’ho ricevuta mi sono accorta di averla attesa».
Il secondo intervento è affidato a Rita Debora Toti, docente di Letteratura italiana con attenzione alla didattica femminista. Su invito della mediatrice, parte da un fatto personale, parte da sé ricordando di aver vissuto il periodo delle lettere. Parla di un’era nella quale mancavano l’immediatezza comunicativa di oggi, la facilità e la fretta dei discorsi a distanza mediati dai mezzi tecnologici. Toti porta alla luce un aspetto molto interessante sul legame tra il genere epistolare, considerato comunemente il luogo delle emozioni, delle confessioni, dell’intimità, e il femminile. Parla di come le donne che si confrontavano con la scrittura epistolare dovessero in qualche modo giustificarsi per difendersi da chi avrebbe pensato che, mettendo a disposizione i propri pensieri, mettessero a disposizione pure i propri corpi. Commenta la scrittura di Anna Maria Ortese, che ritroviamo nelle lettere a Mattia (Marta Maria Pezzoli), definendola “dolente” e parlando di un io soggettivo nel quale ci si può riconoscere o dal quale si possono prendere le distanze. Ancora una volta, le lettere sono sia luogo della quotidianità sia luogo della Storia, sono anche un oggetto fisico, corporeo, plastico, sono assenze che creano contatto. Ortese fa continui riferimenti alla carta, alla lettera in sé: «Cara Mattia, iersera avevo messo in disparte un grande foglio bianco per scriverti. Oggi non l’ho trovato più. Sui piccoli fogli non so dire così facilmente come sui grandi; allora ho pensato che Mattia non dice niente se Anna le scrive su questa carta quadrettata, da quaderno scolastico: anzi è più bello, come se si fosse tanti begli anni indietro. Ma è solo questa volta, sai. Dunque, ho ricevuto tutt’e tre le lettere e una cartolina e le due poesie. Grazie, cara Mattia, di tutto». Sembra evidente che la modalità comunicativa, il mezzo scelto, influenzi il contenuto stesso della comunicazione, lo adatti e modelli secondo necessità specifiche.
L’ultima relatrice è Giulia Proietti, giovane neolaureata in Filologia moderna presso La Sapienza. Inizia col dire che lei non ha vissuto l’epoca delle lettere, la dimensione dell’attesa, e che ha cercato di approcciarsi ai passi proposti come lettrice e non come studiosa. Riflette, come la collega che l’ha preceduta, sulla matericità della carta e sui continui tentativi di riconoscersi nell’altra operati in tutte le lettere proposte.
Durante il dibattito emerge la necessità di un ritorno alla memoria degli epistolari femminili dimenticati o non studiati, pensando anche a una possibile elezione di questo genere letterario come uno tra i migliori per il recupero della letteratura femminile. I carteggi trattati riguardano personalità di spicco del mondo letterario e culturale, ma non sono certamente gli unici scambi in grado di dirci qualcosa ancora oggi; sarebbe interessante infatti pure lo studio dei carteggi più comuni, appartenenti a donne non famose. Le corrispondenze femminili sono sempre state relegate allo spazio dello sfogo, dell’emotività incontrollata e di tutti gli altri stereotipi, ma si sta forse cambiando rotta rendendosi conto che proprio questa intimità è in realtà traccia della Storia non solo delle donne, ma del mondo tutto.
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Articolo di Emilia Guarneri

Dopo il Liceo classico, si laurea in Lettere presso l’Università degli Studi di Torino. In seguito si trasferisce a Roma per seguire il corso magistrale in Gestione e valorizzazione del territorio presso La Sapienza. Collabora con alcune associazioni tra le quali Libera e Treno della Memoria, appassionandosi ai temi della cittadinanza attiva, del femminismo e dell’educazione alla parità nelle scuole.
